Re-boot #27
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Fabrizio Zampighi
- 25 Aprile 2015
Nuova puntata di Re-boot, rubrica “cumulativa” dedicata ai dischi italiani di cui non riusciamo a scrivere in sede di recensione “canonica” (spesso per motivi di tempo e risorse a disposizione) ma che non sarebbe giusto tralasciare. In questo numero passiamo dall’electro-wave al cantautorato, dal rock al pop, in una girandola di stili (e di ascolti, dal momento che avete modo di “assaggiare” in diretta i dischi di cui trattiamo) senza soluzione di continuità.
Cominciamo con un quartetto delle parti di Vicenza che ricorda The Tallest Man on Earth e il weird folk angloamericano. Giovanissimi questi di Oach, sembrano veramente dotati di una sincera voglia di esser band. Abili strumentalmente, propongono una musica che si imbelletta di voluttuosi ricami, come anche di accomodamenti giocosi e concisi. Ecco che nella ritmica, cuore pulsante di quasi tutti i brani suonati, si svela una complicità da rossori al viso e, cosa di non poco conto, fra un refrain e l’altro si schiudono buoni spazi di sottile scrittura. Lo stile tendenzialmente pop porta necessariamente a stringere un po’ troppo i tempi a discapito della coralità che comunque c’è, basta solo metterla al centro dei desideri. Ascoltati più e più volte certi momenti come Vespers e Everly Early Morning sono da memorizzare per un prossimo futuro. Bell’esordio (6.2/10). Streaming integrale Spotify nella pagina album dedicata.
È uscito il 24 gennaio 2015 per Almendra Music il disco omonimo (6.0/10) dei siculi Utveggi, dopo l’esordio di due anni fa con Boshi. Si riconferma il tridente italo-siculo-giapponese (previsto anche un tour promozionale in autunno nella terra del sol levante) nelle parti cantate, e questo porta i registri, ancora di più rispetto al passato, su desiderata Haiku (Hakama, Pulizie a Tokyo, #1) e scenografie da Teatro degli Orrori (Potosì). Squadra che vince non si cambia, non del tutto però: ridicolaggini hard pop (Trucco, Postumi) ed elettro wave colorano la tavolozza di Utveggi, mischiando classicismi prog (Mangiacarta, Ostinato) e omaggi tossici di tutto rispetto (Le sbarbine). Per trovare momenti di pura felicità stilistica bisogna avere pazienza e rovistare in fondo alla lista della spesa: brani come Vampe e coltelli e #2 non nascondono, presi nella loro diversità, una bella tecnica chitarristica e un buon tiro. Sul finale, per i più fedeli al verbo, c’è anche una ghost track niente male. Streaming integrale Spotify nella pagina dedicata.
Dopo un disco d’esordio del 2012 (Vagando dentro), Roberto Scippa torna con un secondo album che fa cozzare cantautorato e rock, trovando una formula tutto sommato intrigante. In Canzoni d’emergenza (6.5/10) convivono certe atmosfere “western” del Bon Jovi di Dead Or Alive (Sporcarsi le mani) ma anche dei Dream Syndicate personalizzati (L’ingranaggio), oltre ad ammiccamenti blues (Fatto per), country-rock (Canzone d’emergenza), jazz (una Un naufragio che sarebbe piaciuta al Leonard Cohen degli Ottanta) e a ballate con qualche punto di contatto con i Settanta cantautorali italiani (L’isola). Al centro la chitarra (elettrica, slide, acustica) e testi che tradiscono concretezza e profondità. Non ci sono idee travolgenti, ma nonostante scelte stilistiche non troppo fuori dagli schemi, il disco funziona.
Il libro nero della rivoluzione (6.9/10) – in ascolto integrale nella pagina dedicata – è il secondo album dei campani Freak Opera, compendio di chitarre elettriche, wave e cantautorato che unisce profondità di significati ed energia. Sembra di ascoltare un mix tra Afterhours, Fabrizio De André (Paura del sangue, La Grandeur), Giorgio Canali e Paolo Benvegnù (Leggera come una piuma), tra attitudine barricadera (Fino a domani) e post-punk cesellato da distorsioni e violino. C’è un bell’equilibrio tra le varie anime del disco, incroci di chitarre che sarebbero piaciuti anche alla generazione grunge e una certa freschezza fatta di melodie in minore talvolta baustelliane (Gli anni migliori), quasi sempre inquiete e ricercate. Come fare rock in maniera intelligente, evitando i luoghi comuni e senza spostarsi troppo da un’estetica riconoscibile.
I Telestar sono un caso piuttosto particolare. Sia chiaro, la musica che propongono è quanto di più accessibile possa capitarvi, in bilico tra melodia, pop e canzone d’autore. Eppure la band toscana condisce le pentatoniche suadenti del suo secondo disco con certi arrangiamenti che non ti aspetteresti. Se brani come Via dal tempo soffrono di un classicismo sognante messo in bella mostra e un po’ troppo in stile U2 (il basso di Francesco Baiera dichiara palesi debiti), episodi come Katy o Ancora noi sembrano mimare efficaci ritmiche folk-country riadattate alla bisogna, mentre un brano come Sulla mia pelle confeziona un r&b vicino all’ambient. Trombe, un impianto musicale a volte nei paraggi di un post-rock imbrigliato da una narrativa cantautorale (Diversi), oltre a una scrittura placida, rassicurante ma non superficiale, fanno di Così Vicini così lontani (in uscita ad aprile 2015, 6.6/10) un disco degno di nota. Lo potete ascoltare in streaming integrale nella scheda dedicata.
Non trovo le parole (7.1/10), esordio di Maldestro (il napoletano Antonio Prestieri, un’infanzia difficile passata suo malgrado in ambienti non esattamente edulcorati), è un piccolo gioiello di cantautorato spruzzato di jazz e pieno di poesia. Il disco fa un girotondo tra dimensione personale e crisi sociale, come dimostra anche il brano Sopra il tetto del comune, vincitore nel 2013 dei Premi Ciampi, De André, SIAE, AFI e Musicultura con la sua storia di ordinaria frustrazione e povertà. Tra ironia (la conclusiva Po Po Po e una Maldestro che ricorda il buon Jannacci), mezze luci tomwaitsiane/caposseliane (Dannato amore), canzone d’autore voce e pianoforte (Io sono nato qui), versioni marching band di De André (‘o Sfratto ‘e Totore) e omaggi dialettali (una ‘na Fenesta con la partecipazione di Peppe Barra), l’album collezione parentesi di vita vissuta, dettagli strumentali intriganti e testi davvero profondi. Una bella sorpresa, confezionata con tutta la cura del caso.
(articolo di Fabrizio Zampighi e Christian Panzano)
