Re-boot #24
In attesa che il nuovo decennio riporti in auge certe sonorità Nineties, ci si ritrova periodicamente a fare conti con ostinati eredi del postgrunge. Ci pensano i romani Madkin col disco d’esordio Perdone la molestia (autoprodotto, 6.5/10) a prendersi il “disturbo” di riaccendere il sound di Seattle, quello rabbioso e senza mediazioni dei Nirvana di Incesticide (Bandwagon). Le pesanti chitarre distorte insistono sui ritmi circolari (Orange Milagres e Shihong) dei primi Smashing Pumpkins, il basso insiste ossessivo su giri ripetitivi à la Desert Sessions (Intro For Lovers In Flames) e il cantato aggressivo di Serena Pedullà, la cui attitudine vocale ed estetica richiama la Courtney Love di Live Through This, parla di solitudine giovanile e di rifiuto della cultura dominante, nella forma tipicamente individuale ed individualista degli anni duemila (Psycho Popular Shit). Il tutto sostenuto da un buon livello dal punto di vista tecnico.
Inizia come un album di ambient drone, poi parte la chitarra acustica e capisci di esser di fronte ad un album brit rock, dalle parti di Travis o giù di lì, collocazione stilistica che può far impazzire o esser giudicata inutile, mentre inopinabile è la mancanza di grossi difetti in The End, The Start (Isaac Gravity Records, 7.2/10), album di debutto del duo marchigiano 2 A.M.: la produzione cristallina, l’interpretazione vocale convincente e la calligrafia curata aiutano a piallare le scheggie proprie delle opere prime ed a catapultare l’LP verso un pandemico alto gradimento. Si ascoltino I Cannot Cry o la più tesa PG tanto per farsene un’idea. Probabilmente cadranno velocemente ed il prossimo futuro li vedrà impegnati a rimanere in equilibrio sulla cresta dell’onda, ma per ora un posto là in cima se lo meritano eccome.
Veneti trapiantati a Roma, i Soluzione riassumono new wave e pop in una via di mezzo tra Paolo Benvegnù (L’esperienza segna), i Perturbazione (Anni settanta), ma anche certe progressioni baustelliane. Il trait d’union tra L’esperienza segna (Jost, 6.7/10) e l’immaginario a cui il gruppo s’ispira è sancito anche dalla collaborazione di Federico Fiumani, Mao e Garbo, oltre che da una mescolanza di synth pop (Intermezzo uno) e citazioni New Order (Infettami). Fa da corollario un interesse per la parola scritta che in passato ha portato la band a collaborare con Manlio Sgalambro e col festival della letteratura di Modena. Il secondo disco del trio va oltre il citazionismo spicciolo e costruisce una declinazione plausibile di modelli estetici che comunque lasciano spazio a una certa interattività tra generi (il prog pinkfloydiano di Pensiero in movimento).
Abbastanza fuori fase da mescolare un funky-soul (Freakin’ Monsters, Bee Hive), beat-psichedelia sotto speed (43 Sunsets), wave-disco come la suonerebbe Jamiroquai (Rollercoaster), un Barry White con quaranta chili in meno (True Romance), certi Franz Ferdinand didascalici (Hey!), folk (Santhe) e una spolverata di prog fulminante: loro sono i Thomas, sestetto di Aqui Terme col vizio del dance-floor e i pollici costantemente alzati. Mr. Thomas’ Travelogue Fantastic (Automatic, 6.9/10) è il loro disco d’esordio e se cercate dei fricchettoni disinteressati all’hype e totalmente votati alla musica, il consiglio è di non lasciarseli scappare.
Jesus & Mary Chains, My Bloody Valentine e di rimando i nostrani Cosmetic: l’estetica di riferimento dei bresciani Le case del futuro sa di chitarre elettriche acide e ingombranti e space-floating à la Animal Collective, uniti a un cantato evocativo poco interessato alla profondità dei significati e molto all’integrità dei suoni. E infatti sono proprio quelli la parte migliore di Lucertole (Disastro, 6.7/10), assieme a una scrittura particolareggiata che sa sterzare al momento giusto (i Bluvertigo ripieni si synth di Brucia Parigi, le cineserie sintetiche di (Due) mostri sulla luna), prima di suonare troppo familiare. Nonostante le premesse siano in linea con gran parte del revival shoegaze in voga ultimamente, nelle dieci tracce di questo esordio spiccano momenti di freschezza naïf, non ultimo il Beck fuori posto de L’ultima e gli sprazzi di beat di Acqua alta.
Il post rock dei catanesi Aetnea, trio sperimentale impasticcato di avanguardia, dub, rumorismo e orientalismi (l’esplicita John Cage, Vartan Dub, Béla Bartok, Contrappunto), si affaccia sulla tavola imbandita delle autoproduzioni come l’ennesima dimostrazione di vitalità musicale del nostro meridione. Collettivo onnivoro, propongono con il loro album omonimo (autoprodotto, 6.7/10) una personale e innovativa rivisitazione analogico/digitale del lavoro cominciato dagli Ulan Bator di Polaire, portandone il testimone in territori solo in parte già esplorati, con convinzione e sicurezza. Coraggio, avanti così.
Pirotecnica, polimorfa, divertente, eclettica, violini e flauti handclapping e cori, piani puntellati, orchestrazioni vivaci, aperture melodiche immaginifiche, e poi tanti colori: questa è la musica di Unhappy The Land Where Heroes Are Needed Or Lalalala, Ok (autoprodotto, 6.9/10), dei campani Il cielo di Bagdad. Otto pezzi di musica vitale, pronta a contaminazioni improvvise, che ci trascina in un universo pop barrettiano e di campestre allegria: sorprendente come lo furono i Manitoba di Up In Flames, questo collettivo, attivo dal 2005 e vincitore del premio miglior live al MEI 2009, getta il bus del Magical Mistery Tour in uno spericolato fuoristrada: e qui si vola, tenetevi forte!
Punto di partenza piuttosto evidente per il sestetto L’Altalena sono i Quintorigo di John De Leo, nelle atmosfere come nell’incrocio dei timbri e nell’uso – talvolta – della voce. E hai detto niente, si potrebbe commentare. Tant’è che l’omonimo album (Rumore Indipendente, 6.6/10) si avvale di un approccio frizzante e ritmato, colorato da sax e viola, nel quale si spazia tra libertà jazz e ricami malinconici, languidi notturni (Linee Nere) e giocose digressioni folk popolari (Daddo punto doc). A convincere maggiormente, all’interno di un’apprezzabile eterogeneità, sono proprio i momenti più derivativi: la metrica irresistibile di Forse, l’ambiguità sottovoce di Meno otto minuti, le armonie ricercate e la cantabilità della ballata Sfocata. Nel complesso, nove piccoli sguardi sulle cose e testi ben scritti, con qualche momento morto di troppo e alcuni guizzi creativi che fanno davvero ben sperare per il futuro.
