Laurent Garnier
Laurent Garnier, still dal documentario “Off The Record”
Temporali

Laurent Garnier, Mun Sing e le comitive elettroniche

È un periodo strano per la musica da ballare. Intrappolata nei festival, soprattutto open air, a loro volta alla mercé dell’imprevedibilità del climate change, fatica ad essere identificata nuovamente come contenuto necessario di un’esperienza comunitaria com’era il clubbing o il rave delle origini. È ormai a tutti gli effetti il nuovo rock in termini di performance e fruizione. Il dj, a meno che non sia un turntablist, non potrà mai avere la presenza scenica di un cantante o un musicista ed è giusto che sia così.

In assenza di un performer quindi ci siamo ridotti ad osservare frizzi e lazzi, laser e fuochi d’artificio, drop e mani alzate, ma soprattutto ci siamo abituati agli spazi grandi, sempre più grandi. Andare a ballare è indubbiamente da anni un business enorme su cui stanno investendo giganti dell’enterteiment come Live Nation o nuove società che stanno nascendo ad hoc.

Spazi grandi vogliono dire musica “grande”: un po’ come i registi che cambiano le sceneggiature dei loro film sapendo che verrà proiettato in sale 3D o IMAX. La preoccupazione su tutti gli aspetti che ineriscono alla futura fruizione, influisce sulla creatività, razionalizza, crea schemi, pattern e toglie sorpresa. Tutto diventa rito, apparentemente laico, ma sostanzialmente religioso. Il drop come mistero della fede. Da qualche anno la musica è diventata appunto “larger than life”: i beat techno post millsiani hanno perso il groove dei 135 BPM di una volta per diventare un treno ad Alta Velocità dai 150 BPM in su e la trance, con la sua seduzione da musica folk del terzo millennio, è tornata a farci allargare le braccia e a farci sentire ancora una volta orgogliosamente bianchi.

L’interculturalità, voluta o involontaria dell’house e della techno, si è via via sempre più persa. In parallelo si è sviluppata una scena che andava in direzione contraria, annullando la prevedibilità delle formule di cui sopra e proponendo la frammentazione del suono e dei beat come modello sonoro. È il caso di fenomeni come Sophie o Arca che pescavano/pescano dalle sperimentazioni di Autechre o Aphex Twin per provare a cambiare lo status quo del pop, ma è anche il caso di progetti come Nyege Nyee Tapes o artisti come Rian Treanor che mescolano culture diverse per formare un suono distopico universale, volutamente disturbante.

Un suono che vuole proporre/imporre una nuova idea di rapporto fra corpo e beat che sia prima di tutto anti mainstream. Non è detto però che queste diverse proposte musicali non possano convivere perché nel mondo onnivoro/Borg dei festival odierno, la trance può stare vicino all’hyper pop, Skrillex si può divertire con Four Tet e Fred Again.., Young Marco suona come Albertino e Peggy Gou fa finta di essere Robin S che neanche Lombardoni dei tempi d’oro. Insomma sono saltati gli schemi.

In tutto questo tanti artisti stanno giustamente facendo ancora musica che magari comprerà poca gente, ma che farà parlare per un po’ di musica e non solo della sua rappresentazione. Il dj dei dj Laurent Garnier torna alla formula album prettamente dance dopo 8 anni dal suo La Home Box su F Communications con 33 tours et puis s’en vont su COD3 QR, la label che ha messo in piedi con il fido Stéphane Dri aka Scan X, produttore techno francese della prima generazione, e il poliedrico Oliver Way, metà dei Detroit Grand Pubahs, ma anche distributore per label come M-Plant, Dekmantel e Delsin con la sua EPM Music.

Laurent Garnier,
Laurent Garnier, still dal documentario “Off The Record”

Garnier ha fatto dell’eclettismo musicale un marchio di fabbrica e nei suoi dj set ha sempre mescolato house, techno, jungle, trance e minimale, cercando sempre di prendere il meglio da tutto e soprattutto suonando le tracce giuste al momento giusto. Un dj che ama i tempi dilatati proprio per creare una connessione osmotica con il pubblico più che fare un concentrato di hit o di drop in un’ora. Questo suo eclettismo si è sempre visto anche nella sua produzione, capace di dialogare con l’acid (“Acid Eiffell”, ma soprattutto “Flashback”), la techno di Detroit (soprattutto con lo pseudonimo Alaska), la techno europea (vedi la sua produzione per la Kompakt), l’acid trance (”Wake up” su tutte) ma anche la musica suonata come il suo album del 2021 con la band The Liminanas.

Questo nuovo album però perde proprio quell’eclettismo che lo aveva contraddistinto risultando monolitico, sia nei suoni che nelle scelte sonore e di arrangiamento. Tutti i brani sono più lunghi della media (si va da 8,12 a 11,08 minuti) e si sviluppano lentamente come i suoi set, ma le modalità produttive alla fine sono molto simili fra loro. C’è qualche piccola derapata come la collaborazione non propriamente felice con il rapper francese 22Carbone, ma c’è anche un costante uso di sequencer in sedicesimi che fa suonare tutto fra Jarre, Schulze e il connazionale Rebotini.

Di per sé non sarebbe un problema vista la vicinanza di quel suono con la tradizione elettronica francese e, ad esempio, la prima traccia funziona alla grande, ma secondo me non basta per poter dire di aver fatto un album che lo rappresenti in tutta la sua poliedricità. Inoltre maneggiare questi suoni oggi è molto rischioso perché è la forbice in cui si muovono ad esempio artisti come Tale of Us o Dixon e le nuove star della trance contemporanea: melodie catchy e ritmiche digitali, tutto supercompresso e d’impatto.

In particolare in questo suo lavoro Garnier usa una tavolozza di suoni della parte ritmica che appiattiscono molto il risultato finale suonando un po’ troppo VST plasticoso. Manca appunto la fisicità analogica che avrebbe voluto dare a tutto il progetto e che aveva comunicato lui stesso nella presentazione dell’album: «Dopo mesi di interrogativi, mi sono disintossicato: mi mancava il rumore forte, mi mancavano gli impianti audio massicci, mi mancavano i night club sudati, mi mancava condividere la mia musica con gli altri, mi mancavano le folle di persone, mi mancava il contatto umano, mi mancavano tutti! Ma quando le notti di lavoro senza dormire sono diventate un ricordo lontano, il chiacchiericcio costante nel mio cervello ha gradualmente allentato la sua presa. Iniziai a sentire il bisogno di Techno e a sentire il prurito ai piedi. Era il momento giusto per riaccendere le macchine»

L’impressione è che il dj francese abbia fatto un album funzionale a tutto il discorso fatto prima. Da sempre attento al pulsare della scena, Garnier si accoda a sonorità trancey wave un po’ asettiche perdendo per strada le buone intenzioni con cui si era approcciato al progetto che rischia di essere poco commerciale per chi suona all’Ultra, ma troppo mainstream per chi suona nelle serate più underground.

Nello stesso periodo Harry Wright, metà dei Giant Swan, esordisce sulla Planet Mu di Mike Paradinas con il suo album da solista con lo pseudonimo Mun Sing. L’album è intitolato Inflatable gravestone e, dalle note che ne accompagnano l’uscita, viene fuori che l’ispirazione per questo lavoro parte dalla perdita del padre che aveva problemi di abuso di sostanze.

Rispetto al classico suono abrasivo ma cerebrale dei Giant Swan, questo lavoro ignora completamente il dancefloor incanalandosi nel sentiero lastricato di suoni PCM di label come PC Music e la sua destrutturazione del beat e delle melodie. Dalla techno anaffettiva e macchinica dei Giant Swan passiamo quindi ad un pastiche broken beat volutamente PCM e disturbante che però ricalca tutti gli stereotipi della cosiddetta post club.

Una musica che si distacca dalla vicina IDM per sposare il pop più melodico visto però tramite una lente deformante come in un film di David Lynch con aiuto regista Wes Anderson. Ironia e disagio. Cliché destrutturati tanto prevedibili quanto la techno trance wave di Garnier. Musiche diverse unite dal desiderio di riconoscersi e farsi riconoscere dai loro seguaci. La musica come rito e quindi religione dove la scoperta e la sorpresa lasciano il posto all’autocelebrazione.

Una fotografia perfetta di una scena elettronica che ormai dialoga con la popular music e che difende il suo status di contenuto perfetto per serate costruite in maniera razionalmente trasversale come un qualsiasi prodotto seriale. Un po’ come quando vedi un film di Hollywood e sai che prima o poi ci sarà il momento strappacore e quello ironico sopra le righe. La narrazione sostituita dal wtf. Un brivido gelido di riconoscimento del tribalismo dei generi e delle combriccole. Nessuno di questi album deluderà il suo pubblico, nessuno di questi album cambierà le sorti della scena elettronica che continuerà a bearsi di sé stessa felice dello status raggiunto senza capire che ormai è stata fagocitata da quello contro cui lottava.

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