La Monte Young. Se la musica diventa un organismo vivente
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Daniele Follero
- 10 Giugno 2008
Uno degli aspetti che mi ha più interessato della forma è la stasi. Un concetto di forma che non è direzionale nel tempo, una forma che non rispetta il climax, piuttosto una forma che tiene conto del tempo, ma per stare ferma”.(La Monte Young)
Se il minimalismo in musica ha un vero padre, ammesso che ne abbia uno, questo è senz’altro La Monte Thornton Young, anche se generalmente si è soliti associare a questa pratica musicale soprattutto i nomi di Glass, Reich e Riley, che in realtà furono soltanto suoi allievi, discostandosi presto dall’impostazione del maestro e prendendo la strada del ripetitivismo. La poca notorietà di un personaggio come Young, si giustifica con le sue idee permanentemente radicali, poco consone sia agli ambienti accademici (dai quali, peraltro lui stesso proveniva), sia a quelli di massa. Difficile percepire la sua musica senza conoscerne la filosofia di fondo e senza collocarla in quel contesto di trasformazione della performance che, a New York, ebbe una grande spinta dal movimento Fluxus, al quale lo stesso Young aderì.
Ma la Grande Mela non rappresentò un punto di partenza, bensì un primo approdo, per il Nostro, che si portava dietro, avendo attraversato la Route 66 passando per l’Europa, un consistente bagaglio di esperienze accumulate. Nato a Bern, una cittadina dell’ Idaho da una famiglia di mormoni, viaggiò un bel po’, durante la sua infanzia, prima che la famiglia si stabilisse a Los Angeles. Gli anni del College e dell’Università, furono un importante palestra artistica per il giovane La Monte, che venne a contatto, già verso la metà degli anni ’50, con quelli che sarebbero stati, di lì a poco, i fondatori del free jazz: Ornette Coleman, Eric Dolphy, Don Cherry e Billy Higgins. Ma, assimilate per bene le idee di libertà delle avanguardie musicali afro-americane, Young decise che il suo percorso avrebbe dovuto subire una deviazione consistente. Tanto consistente che nel 1959 se ne andò a Darmstadt a seguire i corsi di Karlheinz Stockhausen. Ma più che dallo strutturalismo del compositore tedesco e dal serialismo integrale (che pure rappresentò il perno delle sue prime composizioni), La Monte si innamorò degli scritti di John Cage e del suo “naturalismo” musicale, che cercava la liberazione della musica attraverso l’indeterminatezza.
Il concetto di Indeterminacy, che Young condivise in quegli anni con Cage e il suo “assistente” David Tudor, rappresenta un sorta di zona limite, a livello musicale, tra la creazione artistica e il suono naturale. Un concetto quasi opposto all’alea, che prevedeva una serie di soluzioni esecutive di un materiale comunque composto e controllato in tutte le sue parti. Una musica che considera il mondo naturale come vero creatore dei suoni, riducendo il compositore-esecutore a mero starter, induttore, si pone, in maniera estremamente complessa, in conflitto con il senso di creazione artistica intesa in quanto capacità di controllo della natura da parte dell’uomo. Un esempio a caso di questa pratica musicale potrebbe essere quello della caduta di un bicchiere. In questa azione l’uomo-compositore non fa altro che gettare volontariamente a terra il bicchiere (o semplicemente indica ad un esecutore di farlo, scrivendolo come indicazione in partitura) e il suono generato dall’azione (perché è sempre di suoni che si parla, anche se non sono organizzati), dal momento in cui nasce, diventa incontrollabile per chi lo ha indotto. Questa filosofia musicale, evidentemente molto legata alla performance, trovò espressione compiuta al ritorno di Young negli U.S.A., dove il compositore venne a contatto con George Maciunas, fondatore del movimento Fluxus, e con alcuni dei suoi membri, tra cui Yoko Ono, con la quale collaborò curando alcuni concerti organizzati nel suo loft. Le Compositions 1960 e 1961 sono un esempio chiarissimo delle idee musicali del La Monte Young di inizio decennio, periodo in cui si comincia a parlare per la prima volta di minimalismo inteso in quanto “qualcosa creato con i minori mezzi possibili”. Le compositions comprendono una serie di indicazioni performative di azioni insolite, alcune delle quali ineseguibili, altre che sono diventate celebri, come quella che prescrive: “traccia una linea retta e seguila”; mentre un’altra, invece, richiede al compositore di spostare un pianoforte e sistemarlo contro il muro. La più simbolica tra queste composizioni è quella che corrisponde ad un intervallo di Quinta giusta segnato in partitura e seguito dall’indicazione “da tenersi a lungo”. Un’idea che rappresenta alla stesso tempo l’approdo stilistico di Young e la nascita di quella che in seguito sarà definita Drone Music.
La Dream House e il Theater Of Eternal Music: l’utopia del permanente
Da questo momento l’attenzione di La Monte si sposta prevalentemente sulla dimensione temporale, sulla relatività dello scorrere del tempo, che diventa per lui una vera e propria filosofia di vita. La sua musica prova a rompere provocatoriamente i confini tra le possibilità dei suoni e l’abitudine all’ascolto tradizionalmente intesa, tentando di rivoluzionare le comuni pratiche di fruizione. Nel 1961 nasce una delle idee più radicali del compositore dell’Idaho: la Dream House, ovvero un luogo per l’esecuzione ininterrotta di musica, ventiquattro ore su ventiquattro, con i musicisti impegnati a lavorare su note continue (o gruppi di note), potenzialmente infinite, di cui l’ascoltatore, muovendosi nello spazio, può percepire le diverse riverberazioni e le modulazioni. La prima “Dream House” nacque attorno alle figure di Young, la moglie Marian Zazeela, Angus MacLise e Billy Name, ai quali presto si unirono anche il violinista Tony Conrad, l’ex Velvet Underground John Cale e Terry Riley. Era il battesimo del Theater Of Eternal Music (che nacque ufficialmente nel 1967 e, conosciuto più tardi anche con il nome Dream Syndicate), logica conseguenza del progetto “Dream House”. Che nel 1964 diventò più ambizioso, un luogo specifico, un’installazione permanente dove considerare la musica in quanto organismo vivente, che vive indipendentemente da chi la ascolta. Le durate qui superano la più fantasiosa immaginazione: pare che l’esecuzione più lunga del brano principale dell’ensemble, The Tortoise His Dreams And Journeys, eseguita alla galleria d’arte di Harrison Street a New York, sia durata sei anni ininterrotti, dal 1979 al 1985! Per ovvie ragioni di spazio, ma anche perché questa musica usciva completamente da qualsiasi parametro musicale condiviso, non esistono registrazioni di queste performance, fatta eccezione per la sezione Map Of 49’s Dream: The Two Systems Of Eleven Sets Of Galactic Intervals Ornamental Light-years Tracery, di cui furono immortalati una quarantina di minuti. Ma la “dream house”, che coinvolse in maniera quasi totale alcuni dei musicisti, non è l’unica opera monumentale di questo periodo. Sempre nel 1964, infatti, il compositore scrisse The Well Tuned Piano, un brano per pianoforte “preparato” con accordatura particolare, massima espressione del concetto di musica come organismo vivente. L’accordatura non temperata del pianoforte ( la cui preparazione richiese un mese) impone all’esecutore continui adattamenti, che lo inducono a trasformare il brano a seconda delle modifiche che si trova inevitabilmente ad apportare. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad esecuzioni fiume, anche se molto “ridotte” rispetto ai lustri della dream house (“appena” cinque, sei ore).
Insieme a The Tortoise, His Dreams And Journey e The Second Dream Of The High Tension Line (1962), The Well Tuned Piano è concepito come un “work in progress”, nato nel 1964 e continuamente rielaborato. Si potrebbe addirittura dire (accettando il solito rischio di risultare troppo semplificatori) che quasi tutta la carriera artistica di La Monte Young dopo gli anni ’60 si è basata, principalmente, sulla rivisitazione di queste e poche altre composizioni. Un processo filtrato e rafforzato dal contatto con la musica indiana, negli anni ’70, attraverso gli insegnamenti del musicista pakistano Pandit Pran Nath, che intrise la coppia Young-Zazeela e i loro “discepoli” del misticismo orientale, tassello ulteriore alla costruzione meditativa delle loro idee musicali. Arricchita dall’apprendimento dei canti, ma soprattutto della filosofia di Pran Nath, l’idea di ripetizione divenne, in Young, la risultante del rapporto tra la semplicità del gesto che genera il suono e la ricchezza dell’attività psichica, che supera la soglia della pura audizione. Un’idea che non lo ha più abbandonato e che continua tutt’oggi a rappresentare il suo punto di riferimento artistico, oltre che esistenziale (è più che logico che tali idee così radicali sulla musica trovino corrispondenze nello stile di vita di chi le ha fatte proprie). Del resto il vero pensiero radicale ha sempre teso a non scindere troppo vita e arte, preoccupandosi ben poco del “pubblico”, così come lo si intende nel mondo dello spettacolo occidentale. E La Monte ha pagato le sue scelte rimanendo sconosciuto al grande pubblico e lontano dalle scene importanti, salvo essere riscoperto per aver collaborato con personaggi che sono divenuti più famosi di lui, come nel caso di John Cale. Risultato: pochi dischi e solo nel 1984 un contratto per registrare l’esecuzione integrale di The Well Tuned Piano. Ma La Monte Young, a 73 anni suonati non è fermo, continua il suo lavoro con Marian Zazeela e il suo stretto collaboratore, il violoncellista Charles Curtis, che, proprio quest’anno, ha portato in Italia per la prima volta, grazie al Festival Angelica, Just Charles & Cello In The Romantic Chord (2003), per violoncello, violoncelli preregistrati e proiezioni di luce.
Come dire: il Maestro è vivo, ma pochi se ne accorgono.
Essential Discography
- 31 VII 69 (Edition X, 1969)
- Dream House (Shandar, 1973)
- The Well-tuned Piano (Gramavision, 1987)
- The Second Dream of the High Tension Line Stepdown Transformer (Gramavision, 1991)
- Forever Bad Blues Band: Just Stompin’ (Gramavision, 1993)
- Inside the Dream Syndicate vol. 1: Day of Niagara (Table of the Elements, 2000)
