Gimme Some Inches #31
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Stefano Pifferi
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Andrea Napoli
- 2 Novembre 2012
È la Yerevan tapes a marchiare il rientro in pista dei Cannibal Movie. Sempre in obsoleto formato cassetta, i due cannibali del sud Italia spingono sull’acceleratore e tirano fuori due lunghissimi deliri per organo e batteria: Mondo Music, più che un tributo all’immaginario costituente del duo, è una dichiarazione d’intenti bella e buona nel suo mostrarne il lato ancor più dilatato e free. Arrembante il lato A con l’organo di Donato Epiro a svisare acido e distorto mentre il drumming di Gaspare Sammartano gioca di piatti e tribalismi vari; più ipnotico e meditativo il suo corrispettivo opposto, ma in entrambe le composizioni self titled, a spirare è un vento orientale, fatto di fumi ed effluvi dal vicino e lontano oriente a dimostrazione che non esistono confini se l’animo è ben disposto.
L’altra tape del mese è appannaggio della nostra vecchia conoscenza Johnny Mox, predicatore a furia di human beatbox e gospel punk segnalatosi con l’ottimo We=Trouble. Stavolta però il trentino ci sorprende perché la tape Lord Only Knows How Many Times I Cursed These Walls è un quattro tracce strumentale per chitarra acustica e poco altro. Sorpresi vero? Bene, ascoltatele attentamente queste canzoni senza voce e scoprirete chitarre suonate come percussioni, polvere desertica tra i capelli, tramonti rosso sangue e una gran voglia di fuga. In poche parole, il Johnny che non t’aspetti, ma dopotutto ci sono mai piaciuti quelli che ripropongono sempre la stessa cosa o abbiamo in cuor nostro preferito quelli che ci sorprendono?
Alzando i giri dei vinili parliamo di due 12”. Il primo è apripista per il comeback di Mushy, signor(in)a in nero già trattata all’epoca di Faded Heart. Stavolta la romana spinge più sull’etereo e forse risente della positiva influenza degli A.R.Kane, presenti in una versione della title track esclusiva per questo ep. Il 12” My Life So Far per Mannequin vede fumose lande dreamy quasi shoegaze pronte ad ammantare la un tempo gelida synth-wave di Mushy che si scalda e si/ci scioglie il cuore. Tanto che questi lievi spostamenti di interesse ci fanno ben sperare per un full-length ancor più personale.
L’altro 12” è lo split tra Expo ’70 e Ancient Ocean, visti passare da poco per le italiche lande. Pur conoscendo vita, morte e miracoli di Justin Expo ’70 Wright, non possiamo negare di essere rimasti colpiti dalla marea montante di droning nero pece in cui la chitarra sembra sparire: infatti la suite Waves In Caverns Of Air è per solo moog! Che sia un viatico per un futuro prossimo? Il compare John Bohannon aka Ancient Ocean si muove sulla falsariga, chitarra e folate di agghiacciante disperazione per una Decomposition Decay che alterna vuoti gelidi, arpeggi estatici, pieni da noise totale e stratificazioni di layers. Da rivedere in un lavoro compiuto, ma le premesse sono ottime. Producono No=Fi e Sound Of Cobra, realtà che qui conosciamo bene.
Riprendiamo da dove avevamo lasciato con le uscite del giro più tetro. Già da qualche mese è in circolazione l’ultima tape di Niding, il più recente progetto di Viktor Ottosson (già Attestupa e Street Drinkers). Forse meno convincente della precedente Afgudaskymning, Plågor offre sei nuove tracce che mischiano black metal downtempo, noise/industrial, voci quasi cold-wave e umori che più cadaverici e putrescenti non si può. Unico difetto, i pezzi sembrano esser meno focalizzati e più istintivi, immediati, ma senza un eccesso di freschezza. Speriamo che il nostro ritrovi presto la strada di Den Dag Som Aldrig Gryr.
Chi invece torna per raddoppiare sono i newyorkesi (anzi, nukeyorkesi) Anasazi con il secondo 7”, stavolta per Sacred Bones. La label di Brooklyn non si è fatta intimorire dalle giacche di pelle, le borchie e le acconciature mohawk dei native-punx e ha rilasciato I Saw The Witch Cry, due pezzi di deathrock suonato con carica e attitudine peacepunk. Due bei ceffoni in pieno volto attendendo il full-length di debutto. Nel frattempo, consigliatissimo.
Nuovo singolo anche per novello aedo del folk funereo, King Dude. Uscito nell’estate appena conclusa come anticipazione dell’LP fuori proprio in questi giorni, You Can Break My Heart vede un’ulteriore virata del ragazzone di Seattle verso i terreni storicamente battuti da icone come Johnny Cash e Woody Guthrie, con un accento doo-wop che non dispiacerà ai fan della pop music più retrò. Per il resto, grandi distese desertiche e riverberi che innalzano polveroni all’orizzonte; Burning Daylight, il nuovissimo album, ne è l’ennesima conferma.
Dalle nostre parti, e più precisamente dalle rozze campagne del veronese, tornano a far capolino i Virus, band insolitamente sboccata – ma nel modo giusto – nel piatto (in tutti i sensi?) panorama della Pianura Padana. Dopo il primissimo split 7-inch con gli amici Dots (un’altra banda di scoppiati), il duo voce + chitarra&batteria (sì, avete letto, non voce&chitarra + batteria, au contraire) sguinzaglia una nuova manciata di brani irruenti, volgari, monelli come un discolo pestifero e insolente. Noise punk di scuola Detroit, ma irrimediabilmente forgiato dalle cascine della Bassa, l’ignoranza è tale da omaggiare/insultare sia Italia che Stati Uniti. Non ci credete? Sentitevi I Live in Italy e poi ne riparliamo. Anzi, meglio, andate direttamente sul sito della Depression House e compratevi sto singolo.
Last but not least (anzi!!!), diamo il bentornato al duo più perverso di Francia, mesdames et messieurs gli Scorpion Violente sono nuovamente tra noi. A due anni da Uberschleiss, Nafi e Toma hanno deciso di insozzare a dovere nuovi solchi in vinile, e per farlo hanno scelto la neonata (e francese) Teenage Menopause (già album per Catholic Spray e JC Satàn). La malefica sinergia ha dato vita a The Rapist, maxi EP su 12” che riversa cinque nuove mostruose creature, se possibile ancora più ostiche, più minimali e più paranoiche di quelle già pubblicate. One note one rhythm one hour, potrebbe essere il motto di questa nuova prova, a metà tra disco anfetaminica, kraut e minimal wave suicida, con un occhio di riguardo al crooning anni ‘50/’60 che tanto piace a nostri cugini d’Oltralpe. Giù il cappello, non c’è che dire.
