Gimme some inches

Gimme Some Inches #30

Partiamo dall’immateriale della musica liquida, questo mese, che i formati digitali sono meno nobili del vinile a noi tanto caro ma non per questo meno validi. Certo, non possiedono quella genuina materialità quasi artigianale che spesso ammanta vinili piccoli o tapes preparate a mano, ma suppliscono alla grande alla funzione di medium musicali.

Perciò sotto con gli emmepitrè. Cominciamo da una vecchia, per modo di dire, vista la giovane età, conoscenza di SA: Nicolas Joseph Roncea, chitarrista del nord-ovest, perno di quel canalese rumoroso che indagammo in tempi non sospetti, con Fuh e Io Monade Stanca. Da un paio d’anni a questa parte, il chitarrista s’è messo in proprio e armato di sola chitarra, spesso acustica, imbastisce trame ricurvo su se stesso, prediligendo paesaggi di un intimismo sporco di deserto o comunque pervaso da un latente sentore di solitudine. Succedeva con News From Belgium e Old Toys, succede ora con Impossible Roncea, tra alt-folk e sporcizia elettronica. Roba adatta all’autunno, si sarà capito.

Al crinale tra digitale e fisico, troviamo invece il volume numero 3 della serie 5 Pezzi Facili. Stavolta protagonisti della collana made in Under My Bed Recs, limitatissima in formato fisico ma disponibile online, sono My Dear Killer e Tettu Mortu. Sul lato A, il padrone di casa My Dear Killer non si discosta troppo dalle atmosfere di Roncea, con un plumbeo folk stranito e straniante che ricordiamo ancora nell’esordio Clinical Shyness targato Boring Machines. Cinque pezzi in cui arpeggi e sospensioni ben si sposano con gelide atmosfere nordiche, complici anche i field recordings d’ambientazione scozzese. Il lato B è appannaggio di Tettu Mortu, aka Giovanni Verga from Latina che sembra fornire una controparte al nero di MDK. Usando noise con inserti da bruitismo e basse frequenze (l’opener Whalen), larsen come se piovesse (Xylt), chitarre acustiche abbrutite alla maniera di Orcutt (Ponteggi) e altri ammennicoli, Tettu Mortu dimostra, insieme a MDK, che l’inverno (dell’animo, ma non solo) è dietro l’angolo.

Su versanti più estremi si muovono invece gli altri lavori che segnaliamo questo mese su Gimmes. A leggere il nome scelto dal terzetto di Varese Fuoco Fatuo non si può non pensare a qualche vagito proto-intellettualoide in the vein of marlene kuntz, invece l’ascolto dell’ep 33 Colpi Di Schizofrenia Astrale Nell’Abisso Nero tiene fede al bizzarro titolo. Tre lunghe tracce di nuovo black metal, appoggiato a solide fondamenta doom-sludge e dilatato alla maniera dei Wolves In The Throne Room, tanto per fare un nome di riferimento. Ancor più truci i 5 pezzi che segnano la dipartita, o meglio la messa in pausa, del progetto Quiet In The Cave. Sorrette dal growl tipico di genere, le tracce di Tell Him He’s Dead vivono di alternanze vuoto/pieno e insieme ai cadenzati attacchi su midtempo giocano con aperture melodiche e sospensioni interessanti. Nulla di trascendentale ma l’ennesima dimostrazione del superamento dei generi che i quattro grossetani mettono in scena. Speriamo superino questo iato e tornino con un lavoro lungo.

Spostandosi su supporti più “tradizionali”, ecco lo split in cassetta tra Gli Putridissimi e Luther Blissett. Dei primi, si sappia che provengono da quella fucina di folli che è la Puglia del giro Hysm?, Lepers, Lemming, Musica Per Organi Caldi e chi più ne ha più ne metta. Free-jazz fuori di testa, teso e vibrante, senza soste, tribale, storto, furioso e imparentato con tutto ciò che off. A guidare è spesso il sax, mentre il drumming da invasati e le tastiere (Terrori Nei Boschi) disegnano, parole loro, il “punto di congiunzione tra i Darkthrone e gli Art Ensemble of Chicago”. Tutto in difesa delle palme dal punteruolo rosso (!). I bolognesi Luther Blissett non sono da meno: vanno di jazzcore spigoloso e meno ossessivo per velocità, ma sono pregni di sonorità in odor di area grigia inglese di fine ’70. Tra spasmi e sbocchi, passaggi rattrappiti e reiterate ossessioni, siamo quasi pentiti di esserci persi i due dischi lunghi. Ci rifaremo.

Sul caro e vecchio vinile, a 12”, gira invece Permafrost, primo atto su Souterrain Transmissions per il progetto Dracula Lewis. Il nom de plume scelto da Simone Trabucchi, deus ex machine della Hundebiss, si muove tra evanescenze synthetiche post-hypna (Chrome Riderz col featuring di Stargate) e una sorta di horror-soundtrack inquietante e malsana a far da tappeto stordente e groovey, mentre un cantato sfatto e disilluso (la title track e Marble Eyes) ci ricorda alcuni dei nostri peggiori incubi sospesi tra onirica depressione e perversa magia nera.

Due ultime segnalazioni per i vinili piccoli. I Thank You tornano su Thrill Jockey con il loro personale avant-rock figlio dell’amore per il tribalismo più free-form e per il math-rock dei bei tempi andati. Due tracce che procedono di follie vocali applicate a forme instabili e martellanti (Mother’s Nose) e svisate free-prog oppiacee e storte tanto quanto un Brian Eno cresciuto nel calderone del web 2.0 (The Whale). La particolarità delle 300 copie sta nel fatto che ogni copia è hand-made dai componenti della band e dai tantissimi amici della Baltimora off (Asa Osborne dei Lungfish o Sam Prekop dei The Sea And Cake, per fare due nomi).

L’ultimo 7” del mese è uno split per due vecchie conoscenze. Da una parte la coppia Sanae Yamada-Ripley Johnson in arte Moon Duo che mette sul piatto un 6 minuti di ossessione post-Spacemen 3 as usual: Zoned procede di ipnotiche volute ad alto voltaggio psicotico, procurando lo stesso sballo dei visuals in b/n proiettati durante i loro incendiari live. Psychic Ills invece in Take Me With You rallentano i giri e spargono oppio in ogni dove. Un unico giro al ralenti, praticamente, che induce alla trance ispirandosi più al versante sixties della psych che alle derive orientali delle ultime uscite.

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