Weekend torrenziale dal punto di vista delle uscite discografiche, in particolare per quelle legate alla grande tradizione del songwriting americano. Ma partiamo di lato, segnalandovi innanzitutto Ellipses dans l’harmonie, ovvero il lavoro che segna l’ottimo ritorno di Teho Teardo. Il disco, che si ispira alla Encyclopedie di Diderot e D’Alebert, e pertanto richiama i lumi della ragione, è il più politico tra i lavori della sua produzione e a lodarlo su queste pagine c’è Stefano Pifferi, che lo incorona TOP ALBUM senza indugi.
Bello immaginare quest’ascolto al centro del crocevia musicale di questo fine settimana, che vede un ispirato Stephen Malkmus riprendere il solco di un personale percorso back to basics pasturando questa volta dell’ottimo folk rock passato nella miglior psichedelia West Coast. C’è del songwriting maturo e meditabondo dalle parti di Traditional Techniques, ma vi alberga la vena obliqua dei suoi tempi migliori (ne scriverà presto Diego Ballani).
Immergendoci nella grande tradizione americana, dalla traiettoria della cosmic american music di gramparsonsiana memoria, abbiamo Honey Harper con Starmaker a promettere belle cose, mentre a garantirle pensa Jonathan Wilson, che in Dixie Blur dà vivo corpo alla sua migliore produzione, e sono le parole di Marco Boscolo che spende per il disco il secondo nastrino TOP ALBUM delle uscite di cui vi parliamo. Anche Meg Remy, in arte U.S. Girls, ha sfornato un ottimo album. Heavy Light non fa economia e propone un sound ancor più corale rispetto al passato. Anche qui s’affondano le mani nella tradizione americana e nel Great American Songbook, ma lo si fa con piglio massimalista, passando da Tin Pan Alley a Harry Nilson, il teatro, la musica per coro e l’orchestra. A dare urgenza al disco è poi il metodo di registrazione: una presa diretta presso il celebre studio Hotel 2 Tango di Montreal che coinvolge ben venti musicisti, tra cui il sassofonista della E Street Band Jake Clemons.
Per quanto riguarda la canzone italiana, abbiamo tre dischi importanti da consigliarvi da parte di altrettanti scafati autori: Paolo Zanardi, Paolo Benvegnù e Gulino (Marta Sui Tubi), con il primo ad introdurre sonorità sintetiche nel suo cantautorato rock aspro (confermando nel cambiamento la tipica calligrafia lucida e senza sconti – Un giorno nuovo, recensione di Stefano Solventi e terzo TOP ALBUM), il secondo a propendere per un sound sensibilmente più brusco, ferma restando la consueta intensità lirica e il groviglio poetico dei testi (Dell’odio dell’innocenza, recensione sempre di Solventi in arrivo) e il terzo a scegliere una strada differente che interseca noti trend discografici contemporanei vertendo però su suggestioni non per forza armoniche (de l’Urlo Gigante ci parleranno in due separate recensioni sia Solventi che Fabrizio Zampighi, in uscita domani sabato 7 marzo)
Tornando alla lingua inglese, abbiamo l’eterogeneo indie pop di BIRTHH con WHOA (recensione di Davide Cantire in arrivo), la grazia folk della neozelandese Nadia Reid (Out Of My Province, recensione Beatrice Pagni) e le atmosfere folk rock di marca 60s di Julia Bardo, cantautrice italiana trasferitasi a Manchester, che con l’EP Phase si pone a metà via tra Mina e Angel Olsen. Sempre dalla Gran Bretagna riparliamo volentieri di Anna Calvi, che pubblica Hunted, una rivisitazione atipica e meritevole del suo ultimo lavoro. L’intento è tornare all’intimismo delle prime registrazioni casalinghe, chitarra e voce, senza perdere in inquietudine, scrive Elena Raugei.
Questo WE segna anche il ritorno discografico di Tricky. Il suo 20,20 EP contiene tre agili brani, due dei quali contenenti i featuring di Marta e Anika. Lonely Dancer è il pezzo chiave in cui l’anima trip hop dell’artista esce allo scoperto in un misto di dolcezza e malinconia. Passando dal trip hop direttamente al rap abbiamo l’atteso ritorno di Lil Uzi Vert con il più volte rimandato Eternal Atake, e SUGA di Megan Thee Stallion. Quest’ultimo vede alla produzione nomi di grosso peso come Neptunes e Timbaland collocandosi su un versante MC di donne incazzate e cattive, alla stregua di una Cardi B più pura e cruda, o meglio, una Missy Elliott più sboccata. Sempre tra Hip Hop e incazzo, nello specifico crossover, si piazzano i Body Count di Carnivore, per i quali i 90s non sembrano esser mai passati.
E a proposito di anni anni ’90 in Ceremony i Phantogram paiono la brutta copia dei Garbage (recensione di Valentina Zona in arrivo) mentre più dignitosamente la coppia di formata dall’ex leader degli Auteurs, Luke Haines, e dall’ex chitarrista dei R.E.M. Peter Buck, sforna un buon lavoro a cavallo tra folk, rock, garage e ricordi di un disco che ha segnato quegli anni come Monster (Beat Poetry For Survivalists, recensione di Gianluca Durno)
Spostandoci sull’elettronica, in ambito drone e ambient, Celer pubblica il cupo Future Predictions, mentre da quelle basi Pantha Du Prince ricava un impasto maggiormente boschivo tra ritmi morbidi e sognanti melodie (recensione di Luigi Lupo in arrivo). James Holden preferisce invece assoldare il clanirettista polacco Waclaw Zimpel per un lavoro tra krautrock, minimalismo e jazz (Long Weekend EP, recensione di Raimondo Vanitelli) e quando il viaggio si fa esoterico, per non dire macabro, organi minacciosi e campioni in diverse lingue la fanno da padrone nel disco omonimo di Sphaéro’s Possession (Sphaéro’s Possession, recensione sempre di Vanitelli).
Di difficile classificazione – e proprio per questo consigliati – i dischi di Military Genius e islet. Con il primo a catturare per l’atmosfera (Deep Web, recensione di Tommaso Iannini) e il secondo a mostrarci che stato primordiale e avanguardia del pop possono coesistere e, perché no, indicare nuove vie. (Eyelet, recensione top di Valerio di Marco)
Altre uscite del WE: Rareş (Curriculum vitae), Christopher Sky (What it is, it isn’t), Saroos (OLU), COIN (Dreamland). Singoli: Monolocale di Francesca Michielin con feat. Fabri Fibra.
Precedenti editoriali: 28 febbraio, 21 febbraio, 14 febbraio, 7 febbraio, 31 gennaio, 24 gennaio, 17 gennaio, 10 gennaio.