Le uscite discografiche, pandemia o meno, cominciano ad intensificarsi e questo che abbiamo alle porte è un weekend ricco di pubblicazioni e buona qualità. Dobbiamo ancora metabolizzare Carnage, l’uscita a sorpresa del duo formato da Nick Cave e Warren Ellis, ma già vi possiamo dire che abbiamo trovato questo Re Inchiostro, per convergenze parallele con Alan Vega (Old Time) oppure nella sua più classica prosa à la The Good Son (Carnage), decisamente ispirato. La canzone più bella? Forse Albuquerque.
Dunque parliamo dell’ottimo disco di Julien Baker, una di quelle classiche prove indie folk confessionali che in una collaudata coralità rock trovano un naturale viatico per il singalong festivaliero, un perfetto mix tra intimismo e produzione in studio pensata per le grandi occasioni ma anche leggera e duttile, ideale nel puntellare una raccolta di storie sincere di una vita consumata nei midwestern United States tra religione, identità di genere e dipendenze. Il disco s’intitola Little Oblivions, che un po’ ricorda Little Earthquakes di Tori Amos. Non molto in comune tra le due prove se non l’autobiografismo della scrittura e la capacità di entrambe di sfruttarla per mettersi a nudo, nell’affrontare tematiche delicate e personali senza rinunciare all’immediatezza e alla melodia. Per approfondirlo vi rimandiamo alla recensione di Marco Boscolo. Di tutt’altra pasta è fatto Believer del duo di stanza a Copenaghen Smerz, un maculato vestito futur r’n’b sul quale incombono le pre-millennim tension del trip hop e le tentazioni classico-gotiche di una Björk, il tutto attraversato da squarci di marca HD tra ansie e fashion (un pezzo s’intitola Versace Strings…), catartiche ballad e cangianti serialità cinematografiche. Certo questo è un disco – come un progetto – che rischia di far scattare il classico commento di queste occasioni della serie sotto il vestito…
Andiamo avanti con un’iniezione di chitarre suonate e arrangiate come si deve. Cloud Nothings, Melvins e King Gizzard hanno tutti un disco fuori questa settimana e questo già di per sé dovrebbe placare un poco gli animi di chi lamenta la scarsa pregnanza del rock di questi tempi. Dei primi si è occupato Massimo Onza, che appiccica un bel TOP ALBUM a The Shadow I Remember, un album indie punk melodico, potente e passionale di quelli che non ascoltavamo da un po’ di tempo dalla penna di Dylan Baldi. Degli altri ha scritto Stefano Pifferi. Working With God vede l’iconico trio tornare alla formazione del 1983 col batterista originario Mike Dillard, un comeback al suono cafone e iconoclasta di un tempo e va bene, così come siamo felici di riascoltare la congrega le freak psych, c’est chic più prolifica dell’ultimo decennio, che ritorna sui territori bazzicati in Flying Microtonal Banana, ovvero quella trilogia denominata “Explorations Into Microtonal Tuning” e costituita da scale microtonali che fanno da ponte tra la psych acida del versante ovest degli States e il bacino mediterraneo che guarda a sud-est, con un album centrato e insieme divagante.
Per la serie i vegliardi che non mollano: Alice Cooper torna con un disco dedicato alla sua città natale (Detroit Stories) e Willie Nelson pubblica il suo secondo album omaggio all’intramontabile Frank Sinatra. Dall’Inghilterra, smezzando l’età anagrafica, abbiamo degli altrettanto storicizzati Maxïmo Park. Neppure loro vogliono mollare il music business e Nature Always Wins è il loro lockdown album improntato su un eterno dibattito, quello tra Natura e Cultura.
Passando sul lato elettronico delle uscite di questo WE abbiamo innanzitutto i Mouse on Mars che tornano a pieno titolo nell’ambito della ricerca elettronica di cui sono pionieri fin dai tempi del seminale Iaora Tahiti. Affabulatorio e sottilmente anarchico, colorato e forse un po’ troppo narrato, AAI – che sta per Anarchic Artificial Intelligence – è un lavoro pazzo e affascinante a partire dalla sua genesi incentrata sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia, ma anche sulla narrativa legata alla ricerca stessa in quest’ambito.
Una narrazione inevitabilmente sci-fi che in In Ferneaux , quinto album di Blanck Mass, si fa colonna sonora immaginaria trovando interessanti vie per esprimere concetti quali la trascendenza e la memoria. Nelle due estese suite del disco la metà del duo inglese Fuck Buttons racconta il suo film per le orecchie passando da momenti ambientali alla sinfonia cosmica, dai field recording al puro noise merzbowiano. Un disco immaginifico da ascoltare tutto d’un fiato, proprio come quelli Ivan Zoloto (Pleasure Prison) e di Dirty Pictures, il cui Segregation – recensito da Pogliani – è basato su solide fondamenta industrial ambient, eppure il suo sviluppo non è così monolitico da impedire squarci e aperture verso altri mondi, manifestando una libertà espressiva fresca e “consapevolmente ingenua”.
Anche Jimmy Edgar è protagonista del WE discografico con un album che sembra riportarci dritti alle sonorità aquacrunk e alla produzione Numbers (e giro Glasgow) di inizio anni ’10. Quella di Cheetah Bend è una sorta di avant-trap subacquea che si avvale non a caso delle produzioni di due ospiti d’eccezione, la compianta Sophie e l’ineffabile HudMo. Inoltre c’è pure il Danny Brown che più ci piace ovvero quello di Atrocity Exhibition. Un must insomma.
Per il dettaglio completo delle uscite del WE vi rimandiamo alla pagina dedicata.