Venezia 76. Pablo Larraín torna in concorso con Ema: “Il reggaeton, il Cile e la famiglia”

Tre anni dopo il "salto" nel panorama hollywoodiano con Jackie, Pablo Larraín torna in concorso con Ema.

Tre anni dopo il “salto” nel panorama hollywoodiano con Jackie (presentato a Venezia durante la 73ª edizione della Mostra del Cinema), Pablo Larraín torna in concorso con Ema, film che continua la fuga dell’autore cileno dai generi e dalla narrativa tradizionale esplorando il Cile contemporaneo, i suoi linguaggi e la generazione attuale attraverso la protagonista. E tra questi nuovi codici c’è anche il reggaeton, presenza viva all’interno del racconto: «Avevamo un’idea e solo più tardi ci siamo confrontati con Nicolás Jaar, musicista incredibile che avrebbe lavorato alla soundtrack. Una volta passate in rassegna le classifiche con i brani più ascoltati in Cile ci siamo resi conto che erano tutti di quel genere, e se il film doveva essere un’istantanea della realtà, allora il reggaeton era fondamentale. Non ero un grande fan, ma ammetto di aver iniziato ad amarlo strada facendo. È il modo di esprimersi di questa generazione ed era importante mantenere quella sensibilità intorno alla logica della musica, come agisce sulle persone, in che modo le rappresenta». 

La Ema del titolo è interpretata sullo schermo da Mariana Di Girolamo, volto magnetico a cui si accompagna un look studiato per catturare l’attenzione dello spettatore. L’attrice la descrive come «Una forza della natura, che danza per relazionarsi con il mondo e che tenta di essere madre e di creare una famiglia diversa, poliamorosa, in nome della libertà sessuale e quindi lontana dai canoni tradizionali. Vuole raggiungere il suo obiettivo e per farlo non conosce limiti. E se parliamo di reggaeton, Ema rappresenta l’idea di liberazione insita in questo tipo di ballo che ha un ritmo contagioso, atavico e primitivo».

Sul tema della famiglia torna Larraín, fotografando la storia recente del Cile: «Non tutti sanno che tra il 2010 e il 2015 nel paese sono fallite ben 53 adozioni, e questo è il segnale di un sistema problematico. La realtà coinvolge scenari drammatici e i traumi che ne conseguono, come il senso di colpa dei genitori e il giudizio negativo della società che abbiamo mostrato nel film. Credo che adottare sia un atto di generosità immensa, e questo fallimento dovrebbe farci riflettere. Per quanto riguarda invece la famiglia, non penso che quella cercata da Ema corrisponda a un modello classico. Fin dalle origini dell’umanità gli individui hanno esplorato ogni tipo di nucleo familiare, e noi dobbiamo essere i testimoni di questa diversità lasciando una traccia per chi verrà dopo. È ciò che fanno gli artisti, come Ema con il fuoco.»

«Secondo me viviamo in un tempo che segna la fine delle certezze», interviene Gael Garcia Bernal, qui alla sua ennesima collaborazione con il regista cileno, «e c’è sempre più bisogno di una nuova narrativa che non guardi indietro ma avanti, che proponga qualcosa per il futuro, a partire dalla rielaborazione dei concetti di famiglia, di sessualità e libertà». In chiusura, a chi gli domanda se il passaggio dai confini nazionali a Hollywood abbia in qualche modo cambiato la sua prospettiva e la sua creatività, Larraín risponde che «fare film, per me, è un lusso. Non importa dove o come questo accada. Mi sento solo fortunato di lavorare in paesi diversi e in condizioni completamente opposte. Come artista amo provocare la crisi, e da quella crisi nasce sempre un incidente. Questo è il mio cinema, la mia maniera di comunicare».

Su queste pagine potete già leggere la nostra recensione di Ema, in anteprima assoluta dalla Mostra di Venezia.

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