Dopo Gravity e Il primo uomo, lo spazio torna in concorso a Venezia con Ad Astra, nuovo lavoro firmato da James Gray (I padroni della notte, Two Lovers, Civiltà Perduta) che vede protagonista Brad Pitt al fianco di Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Liv Tyler e Donald Sutherland. Il genere, come spesso accade nella filmografia del regista americano, è solo un pretesto per introdursi nelle stanze dell’intimità dei personaggi e dei loro percorsi dolorosi nell’accettazione di sé e dei propri limiti, e stavolta la space opera dei grandi spazi si perde tra viaggi esistenziali che accarezzano tematiche molto più tradizionali e archetipiche di quanto l’ambientazione futuristica suggerisca. «Sono convinto che l’aspetto più interessante del cinema è il suo saper combinare tutte le arti, dalla pittura alla danza, passando per la fotografia. Ma se c’è una cosa in cui credo fermamente è il potere della letteratura come arte chiave», confessa Gray in conferenza stampa. «Amo la narrativa e mi piace rubare dai migliori. Ecco spiegati i riferimenti al Conrad di Cuore di Tenebra o al Melville di Moby Dick: quei romanzi mi ossessionano e volevo citarli direttamente attraverso alcune battute del film. Sono convinto che ciò che è considerato vecchio possa rinnovarsi per utilizzare oggi tematiche senza tempo. Voi direte che sono superate, ma la forza del mito non svanirà mai e quegli elementi archetipici sono indispensabili».
Sull’approccio unico del regista è Pitt a sottolineare quanto nei suoi film «la storia e il mito vengono sempre costruiti a partire da un microcosmo personale, e qui abbiamo cercato di raccontare una storia intima sullo sfondo di un macrocosmo come lo spazio. Conosco James da anni, forse dai tempi di Little Odessa, e da allora non abbiamo mai smesso di parlare di un possibile progetto da sviluppare insieme; l’occasione perfetta si è presentata dopo Civiltà Perduta, quando venne da me con questa sceneggiatura che secondo me rispecchiava l’apice della sua forza narrativa e la sua capacità introvabile di offrire al pubblico eroi cinematografici diversi, stimolanti dal punto di vista umano». E per costruire il suo personaggio (un astronauta che si spinge fino ai bordi estremi del sistema solare per ricongiungersi con il padre scomparso), l’attore spiega che l’importante, in Ad Astra e in ogni altra performance, «è non nascondere le ferite che tutti ci portiamo dall’infanzia, utilizzando quei sentimenti per non risultare disonesti con lo spettatore. Come uomini io e James non abbiamo mai avuto un rapporto maschile tradizionale, ma anzi ci siamo confidati moltissimo e siamo sempre stati aperti tra noi, raccontandoci le nostre vite personali. Questa apertura ci ha consentito di dialogare facilmente su qualsiasi argomento, cercando di capire in che modo potevamo trasferire le riflessioni nelle scene del film».
«Il lavoro dell’attore necessita di sincerità», aggiunge Gray sfruttando l’onda di Pitt. «Non possiamo preoccuparci di risultare simpatici agli occhi degli altri, ma solo onesti nei nostri confronti e vulnerabili, a volte addentrandoci in luoghi oscuri e a volte no. Questa è la funzione dei creativi: essere onesti. Nel film ci sono riuscito grazie alla scelta dei primi piani, perché è lì che vedi veramente l’attore oltre quello che pensa, e le sue verità, che sono più importanti delle nostre». Della stessa opinione sembrano le due protagoniste femminili Liv Tyler e Ruth Negga, esaltando lo spettro intimo dell’esperienza cinematografica e della storia incentrata sul rapporto tra un uomo e suo padre, e il fatto che lo spazio sia servito solo come canovaccio per lo sviluppo di questioni personali, dal bisogno di contatto all’assenza di emozione in una messa in scena che ricalca l’epica greca nel suo massimo splendore.
Vi ricordiamo che Ad Astra uscirà in Italia il 26 settembre distribuito da 20th Century Fox.