Sembrano usciti da un sogno lisergico, ma sono il prodotto di una macchina. Si chiamano The Velvet Sundown, hanno due album pubblicati nel giro di due settimane e oltre 400.000 ascoltatori mensili su Spotify, ma non esistono. Sono una band generata dall’intelligenza artificiale.
A pochi giorni dalla creazione del loro profilo Instagram, il gruppo fittizio è già ovunque: nelle playlist utenti, tra i consigli dell’algoritmo Spotify, distribuito anche su Apple Music, Amazon Music e Deezer via DistroKid. Nessun credit umano nelle note di produzione, solo nomi fittizi: Gabe Farrow (voce e mellotron), Lennie West (chitarra), Milo Rains (basso e synth), Orion “Rio” Del Mar (percussioni). A completare il quadro, una bio composta da frasi fatte e un breve virgolettato con un falso endorsement di Billboard poi cancellato, segnala Stereogum.
Spotify, da parte sua, non richiede alcuna disclosure sui contenuti generati da AI, e per ora non ha fatto nulla per fermare il flusso. La macchina del resto è già in moto da anni: prima con il famigerato programma Perfect Fit Content (PFC), poi con l’introduzione sempre più pervasiva di contenuti prodotti in casa e firmati da “artisti inesistenti”, soprattutto in ambiti come ambient e lo-fi. Ora si passa al livello successivo: band finte con estetica e storytelling umanoidi, in grado di attirare migliaia di ascoltatori e ingannare perfino chi pensa di saper distinguere l’organico dal sintetico.
Non è un caso isolato. A maggio Timbaland ha presentato TaTa, prima artista firmata dalla sua etichetta AI Stage Zero. Intanto, su Deezer – che ha da poco implementato uno strumento per riconoscere i brani generati artificialmente – si contano già 20.000 tracce AI al giorno, pari al 18% degli upload quotidiani. Un aumento vertiginoso rispetto al 10% registrato solo tre mesi prima.
La domanda non è più se l’intelligenza artificiale stia modificando il panorama musicale, ma a chi convenga questa trasformazione. Di certo a Spotify, che da tempo investe su contenuti low-cost e facilmente ottimizzabili, a scapito della musica fatta da persone reali. Secondo Liz Pelly, che ha svelato la portata del PFC lo scorso dicembre, il modello Ek si basa su un principio semplice: “Se l’utente non se ne accorge, non è un problema”. Ma per artisti, musicisti e ascoltatori che ancora credono nella differenza tra espressione e simulazione, la questione è ben più grave.
Con i Velvet Sundown siamo già oltre la soglia del paradosso: un’AI che suona rock psichedelico e ne mima anche il culto. Come dice la nota che li presenta, “sembrano il ricordo di qualcosa che non hai mai vissuto, ma in qualche modo lo rendono reale”. Il problema è che, stavolta, quel “qualcosa” è solo un algoritmo che cerca di venderti la nostalgia di un ricordo di un’epoca.