Lo scorso weekend, a ben undici anni dall’album di debutto, è uscito Merrie Land, secondo album del supergruppo The Good, The Bad & The Queen composto da Damon Albarn, Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e il batterista Tony Allen. Un’opera che, a detta dei protagonisti, ha messo in scena un’ode un po’ bizzarra al Nord dell’Inghilterra, contestualizzata ai tempi della Brexit.
In sede di recensione abbiamo tessuto le lodi di un disco che si muove attraverso numerosi riferimenti alla cultura britannica, tra allegorie, nonsense e una prosa che lo stesso Damon ha ammesso essere stata influenzata da Lou Reed (vedi sempre recensione per il dettaglio). Al riguardo, ci viene incontro Paul Simonon, che dalle pagine di Consequence Of Sound si è prestato a mo’ di cicerone dell’opera, sviscerando storie ed aneddoti per ciascuna delle canzoni presenti in tracklist.
Scopriamo dunque che il progetto potrebbe esser visto come il «prodotto di un mondo in cui il rock’n’roll non è mai esistito ma il reggae sì» e che la title track è una sorta di «introduzione al nostro mondo, l’Inghilterra, e quindi la Gran Bretagna, ma non in senso letterale». Il disco, nato inizialmente a Blackpool, rappresenta un pellegrinaggio per il Paese, con Damon Albarn che, visitando altre città e paesi, ha voluto dare all’album una concezione decisamente meno Londra-centrica. Gun To The Head, composta volutamente nello stile del vaudeville e del Music Hall, è un pezzo «molto Ian Dury» e rappresenta una variante più allegra rispetto a Merrie Land, mentre Nineteen Seventeen si presta ad una duplice chiave interpretativa: «È come una lettera scritta a qualcuno che stai lasciando o che ti sta abbandonando. In un certo senso, potrebbe riferirsi alla situazione attuale in UK e Europa».
Proseguendo, mentre The Great Fire fa riferimenti ai moli e alla malinconia della sopracitata Blackpool, Lady Boston è ispirata a una visita di Damon al Castello normanno di Penrhyn, progettato nel 1066 e costruito dalla popolazione in stato di schiavitù. Simonon resta volutamente vago anche su Drifters and Trawlers, anche perché «quando scrivi poesie, queste sono interpretabili in molteplici modi». Truce Of Twilight è interessante perché fa riferimento al titolo dell’album e quindi al concetto di Merrie England, utopica visione di un’Inghilterra in età elisabettiana dal sentimento ancestrale e bucolico. La metafora si ricollega naturalmente alla Brexit: «Immagino che per alcuni [Merrie England] fosse una bella cosa – precisa Simonon – ma è una nostalgia per un passato che non è mai esistito. Questo è probabilmente il motivo per cui alcune persone hanno votato per il leave, volevano che tornassimo al villaggio locale, al verde, agli stagni, alle anatre e alle persone che giocano a cricket. Ma non è reale. È un passato immaginario, tutto qui».
Sintetica la sua descrizione di un altro highlight del disco, Ribbons, definita un moderno folk inglese. Mentre sul dittico finale The Last Man To Leave e The Poison Three scopriamo che la prima non solo rappresenta un’ovvia metafora del perdersi nei fumi dell’alcol al bar, ma esprime anche concetti quali paranoia e separazione (prendendo di mira magari le persone dalla mentalità chiusa), mentre la seconda, a dispetto del tono malinconico del disco, «è una canzone abbastanza ottimista», ed è un pezzo scelto tra altri che «la band ha registrato ma non sono rientrati in scaletta».
Dunque aspettiamoci probabili b-side, inediti o magari anche un EP in futuro. Come nota a margine, chiosiamo con una personale interpretazione dell’artwork di Merrie Land, che riprende un’immagine presa dal film del 1945 Dead Of Night. Protagonista della copertina è Michael Redgrave che “tappa” la bocca a un ventriloquo: una metafora di quella propaganda politica che censura o omette fondamentali fatti e/o la realtà delle cose?. Riagganciandosi a questo concetto, il burattino che abbiamo visto nei videoclip è colui che trova sfogo cantando le sue verità.
