Patti Pravo
Patti Pravo, still dalla prima serata di Sanremo 2026

Sanremo 2026. Non manca “il” pezzo, mancano “i” pezzi

Come pretendere una grande canzone da chi, una grande canzone, in fondo non l’ha mai davvero scritta? Si chiudeva con questo interrogativo la nostra disamina dopo l’annuncio dei 30 big coinvolti a Sanremo 2026. Una domanda che torna a bussare anche dopo la prima serata, dove l’unica notizia incoraggiante – per chi guarda alla gara – è che risulta ancora complicato individuare un vincitore credibile. Complice un livello medio — o forse medio-basso — che non facilita slanci né gerarchie.

Come prevedibile, già dalle impressioni raccolte a margine del pre-ascolto stampa, in questa edizione non manca il pezzo: mancano i pezzi. Quasi ogni proposta, persino quelle teoricamente più solide, sembra priva di quel quid capace di compattare, diventare trasversale e, prima ancora, essere semplicemente canzone.

Sei tu di Levante può fungere da cartina tornasole: brano ambizioso, persino spigoloso, ma irrigidito in una tensione che appare insufficiente per quel palco — e forse anche per ciò che dovrebbe venire dopo. Che Fastidio! di Ditonellapiaga, salutata con entusiasmo quasi fideistico da parte della stampa, si muove invece su coordinate troppo riconoscibili: una Nuntereggae più 1.0 privata però del necessario coraggio per risultare davvero urticante, impantanata in una sfilza di cliché che hanno smesso da tempo di produrre effetti (i giornalisti perbenisti, i tronisti travestiti da artisti: davvero siamo ancora lì?).

Le interpretazioni più efficaci, il valore dell’identità

La brava Serena Brancale, tra le favorite dei bookmakers, punta su un impianto efficace e calibrato, ma la sensazione è che, pur centrando il target, manchi quella linea melodica avvolgente capace di superare i confini e prendersi tutto (se di vittoria vogliamo parlare). Sayf, con Tu mi piaci tanto, centra l’obiettivo ma manca il gol a porta vuota, accontentandosi di un passaggio dalle vibes da Primo Maggio. Da lui era lecito attendersi uno scarto ulteriore.

Sanremo resta un equilibrio sottilissimo tra chi accetta di sputtanarsi con stile e chi presidia il proprio recinto senza produrre scosse. In questo senso, il merito va a chi, pur senza strappi clamorosi, riesce almeno a restituire un’identità definita. Nayt, con Prima che, costruisce un semi spoken word notturno, sospeso tra intimità e un’apertura melodica lieve ma funzionale, trovando un equilibrio credibile. Fulminacci, in Stupida sfortuna, lavora su una malinconia stratificata, agitata e insieme composta, con echi late Seventies che ne irrobustiscono la tenuta. Tredici Pietro, con L’uomo che cade, consegna forse il brano più compatto del lotto, sostenuto da una scrittura in cui si avverte nitida la mano di Antonio Di Martino. Anche Luché, con Labirinto, al netto di una performance fragilissima, prosegue coerentemente nel solco emotional-romantico già avviato con Nessuna.

I limiti più evidenti

Altrove emergono i limiti più vistosi. Male necessario, della premiata ditta Fedez/Marco Masini, restituisce una costante sensazione di artificio, con dinamiche e soluzioni che paiono derivate dal successo di dodici mesi fa con Bella stronza (lui che rappa, l’altro che spara incisi a piena potenza). Arisa, con Magica favola, torna a una dimensione più prossima agli esordi — quella del debut album, per intenderci — costruendo un universo sonoro e narrativo che, come spesso accade nel suo caso, finisce per confondere più che convincere.

Per molti altri resta infine la sensazione di trovarsi davanti a oggetti pensati per la circolazione verticale più che per la permanenza orizzontale: frammenti perfetti per lo scroll, meno per la sedimentazione. La canzone non è più canzone, ma supporto per contenuto X. Resta così intatta la percezione iniziale: un’edizione in cui non mancano competenza e consapevolezza, ma difetta quasi ovunque la necessità. E senza necessità, si sa, le canzoni esistono — ma raramente resistono. E ancora più raramente restano.

Tracklist

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