La tipica schizofrenia percettiva sanremese (una sorta di sovraccarico emotivo/mediatico che induce a confondere lo speciale col banale e viceversa) ha sperimentato un cortocircuito intrigante grazie all’intuizione di Achille Lauro, che sta indirizzando le sue performance nella kermesse 2020 (dopo la partecipazione a suo modo fortunata del 2019) nel solco di un concept sempre più definito.
Se nella prima serata ha eseguito la peraltro non eccelsa Me ne frego corredandola di una (cripto)citazione del Bowie/Ziggy a Top Of The Pops (luglio 1972: il machismo polverizzato da una strategia di tutine aderenti e glitterate, pose languide e il celebre abbraccio a Mick Ronson durante l’esecuzione di Starman), nella terza serata la cover di Gli uomini non cambiano – pezzo presentato all’Ariston da Mia Martini nel 1992 – ha insistito ancora più esplicitamente in territorio #metoo premendo sfacciatamente sul pedale bowieano: il rapper romano si è presentato infatti bardato più o meno come il Bowie del video di Life On Mars (girato da Mick Rock nel maggio del 1973), quindi non tanto come Ziggy ma come l’alieno che recupera la fase di transizione precedente (Hunky Dory risale al novembre del ’71) anticipando l’estetica iperazzimata del ducabianchismo successivo.
Si è trattato in pratica di una autentica apoteosi della fluidità di genere, pescando la simbologia e i link estetico/culturali dalla generosa cassetta degli attrezzi di David Bowie (a lui dovrebbe riferirsi quindi il “fulmine”, uno dei quattro simboli misteriosi apparsi sui suoi profili social). L’impatto visivo, su un palco in grado di esaltare l’eccezionalità di idee anche tutto sommato telefonate, è stato formidabile, non ultimo per la scelta assai scaltra di affidare alla normodotata Annalisa il ruolo di sponda estetica e canora standard (look ed esecuzione pulitissimi di chiara ascendenza talent): cartellino timbrato con sufficienza dal punto di vista musicale (sul valore di Lauro come interprete non è neanche il caso di spendere un giudizio) ma trovata spettacolare di alto profilo, con tutte le ricadute contenutistiche del caso.
In attesa delle ultime due serate, una considerazione laterale: pare che in mezzo alla scenografia cardiaca del Festival 2020 si stia confermando un sensibile spostamento verso il concetto di spettacolarità ipertrofica e multidisciplinare messo a punto nella superfetazione kitsch/trash dell’Eurofestival, nel quale il senso della canzone migra da momento sostanziale a puro pretesto per messe in scena sensazionalistiche.