Criticati dall’intellighenzia rock e della riviste specializzate per la loro – la facciamo breve – inautenticità, ovvero per rivangare stereotipi rock senza aggiungervi nulla di credibile, i Greta Van Fleet si sono comunque guadagnati una bella fetta di fan anche dalle nostre parti. Prima dell’avvento dei Måneskin era per loro che si alzavano le barricate e gli sfottò, con Steven Wilson dei Porcupine Tree a guidare la cordata dei detrattori con la sua famosa – e tombale – definizione («la versione boy band dei Led Zeppelin»).
Ebbene, dopo due album – Anthem of the Peaceful Army e The Battle At Garden’s Gate – e un tour mondiale ancora in corso, per Sam Kiszka, bassista e tastierista della formazione, è arrivato il momento di criticare lo stato delle cose e puntare il dito contro «la musica che rappresenta un insulto all’intelligenza delle persone». Intervistato da Kyle Meredith nel suo podcast su Consequence, Kiszka non fa nomi ma non la manda a dire: «la musica popolare», quella che ascoltiamo in radio oggi, non ha sostanza. È tutta «spiegata», ovvero non lascia alcunché all’immaginazione e al mistero. «Non concede spazi alla creatività dell’ascoltatore, non gli apre mondi nuovi da esplorare».
Nell’intervista il musicista ha parlato inoltre dell’ultimo album della band («una sorta epopea dell’umanità»), ma anche di quanto sia lontana dal concepirne uno nuovo. In questo momento, dice, è più forte la volontà dei ragazzi di suonare in libertà, di tornare ai vecchi tempi delle jam in garage.
Su SA trovate entrambe le recensioni dei sopracitati Anthem of the Peaceful Army e The Battle At Garden’s Gate, l’ultima scritta da Valerio di Marco.