Brian Eno e gli U2 in studio
Brian Eno e gli U2 in studio

Quella volta che Brian Eno voleva distruggere un pezzo degli U2

Il produttore di "The Joshua Tree" non amava in modo particolare una canzone del disco.

Brian Eno è un personaggio che vulcanico è dire poco. Dal glam dei Roxy Music alla genesi dell’ambient, dalle colonne sonore alla world music, il suo impatto sul ‘900 va ben oltre i confini del pop. Il suo lavoro come produttore è, se possibile, ancora più leggendario: fra i tanti dischi svettano la trilogia berlinese di David Bowie, la compilation No New York, le collaborazioni con gli U2 (The Joshua Tree Achtung Baby su tutti) e i Coldplay (Viva la vida). Essere un produttore talvolta implica fare delle scelte, giuste o sbagliate che siano, e una di queste  (poi fortunatamente scongiurata) avrebbe gridato vendetta.

Come riporta Far Out Magazine, l’artista britannico, all’epoca produttore di The Joshua Tree insieme a Daniel Lanois (Bob Dylan, Emmylou Harris, Neil Young), sarebbe stato talmente insoddisfatto della piega che stava prendendo Where The Streets Have no Name da avere ordinato ai tecnici di studio di distruggerla (o di aver tentato lui stesso, o di averci solo pensato, come vedremo).

Per dare un po’ di contesto: The Joshua Tree è la seconda collaborazione fra la band e Brian Eno, dopo The Unforgettable Fire del 1984. Durante gli anni ’80 Eno prova una grande fascinazione per la musica africana, continente dove si reca più e più volte negli anni. Il suo album del 1981 con David Byrne, My Life in The Bush of Ghosts, pullula di soluzioni ritmiche e melodiche ispirate a musiche tradizionali africane. Tale apprezzamento trova eco in Bono. Reduce dal successo del Live Aid, nel 1985 il cantante si reca in un’Etiopia in ginocchio per la carestia a fare volontariato, collaborando per un mese con l’associazione World Vision. Bono torna dal suo viaggio con molte idee in testa, pronto a metterle a frutto insieme a un produttore con cui condivide una visione policentrica e anti-canone della musica. Ottime premesse, ma la realtà si rivelerà diversa.

Nel panorama chitarristico anni ’80, The Edge si distingue per la sua personale tecnica. Usando due delay settati in modo diverso, il chitarrista è riuscito a creare delle particolari tessiture che sembrano moltiplicare a dismisura lo spazio sonico delle canzoni, aggiungendo diversi layer di profondità quasi dronica a pezzi altrimenti armonicamente molto semplici. Una volta registrata la base di Where The Streets Have no Name su un quattro piste a casa sua, si dice che The Edge abbia iniziato a esultare pensando di aver registrato “la miglior parte di chitarra della sua vita”.

Effettivamente l’intro del pezzo, un climax ascendente di chitarra poliritmica, piace subito al gruppo, che inizia a inciderne una versione su nastro. Ma la complessità ritmica e armonica della sezione (che viene suonata in 3/4, per poi cambiare sui 4/4 all’inizio del cantato, dopo quasi 2 minuti, e prevede una progressione di accordi I–IV–I–IV–vi–V–VIIb-I) rende il processo difficoltoso. Anni dopo Daniel Lanois in un’intervista a Hotpress disse

Ricordo che avevamo una gigantesca lavagna […] Io tenevo in mano una bacchetta, come un professore universitario, per guidare la band fra i cambi di accordi come un nerd del cazzo. Fu ridicolo
Daniel Lanois

La prima versione su nastro funge da baseline per modifiche e sovraincisioni successive. Ma il pezzo non funziona, quella forza percussiva anti-canone che Brian Eno voleva convogliare nel disco sembra allontanarsi a ogni tentativo. Si prova a cambiare gli strumenti, l’arrangiamento, finché non rimane più nulla della registrazione iniziale. Secondo Brian Eno, quasi la metà del tempo impiegato a registrare The Joshua Tree è stato speso su quella canzone. Dopo settimane di tentativi a vuoto, il fattaccio, di cui permangono versioni diverse. Secondo la leggenda, la frustrazione di Eno per il pezzo crebbe a tal punto da volerlo distruggere.

Fu un assistente di studio, Pat McCarthy, allontanatosi per prendere una tazza di tè, ad accorgersi delle cattive intenzioni del produttore e a frapporsi fra lui e il nastro che voleva distruggere. Secondo lo stesso Eno, invece, l’idea era quella di simulare un incidente che avrebbe reso il nastro inutilizzabile. In tal modo, si poteva ricominciare da capo e liberarsi del carico di frustrazione che il nastro portava con sé. Aggiunge il produttore che, sebbene per lui fosse questa la soluzione migliore, non lo ha mai fatto.

Il gruppo continua a provare, a sistemare, ma con scarsa fiducia nei propri mezzi e nella riuscita del pezzo. Steve Lillywhite mixerà la versione studio, che consiste di segmenti tratti da take di registrazione diversi ma, come ha affermato Larry Mullen Jr. a Neil McCormick, biografo ufficiale degli U2:

Ci abbiamo messo così tanto a sistemare la canzone che fu difficile trovarle un senso. E’ diventato un gran pezzo solo suonandolo live. Su disco, musicalmente, non vale la metà della versione live
Larry Mullen Jr.

Convinti o meno, Where The Streets Have no Name sarà il terzo singolo di The Joshua Tree. Raggiungerà il numero 13 su Billboard e il numero 4 nelle classifiche inglesi dei singoli più venduti, mentre in Irlanda raggiungerà il numero uno. Verrà apprezzata dalla critica come una delle canzoni più iconiche del nuovo sound raggiunto dagli U2, e da lì in poi sarà uno dei numeri più apprezzati delle loro esibizioni dal vivo, nonostante Brian Eno (o forse no).

Su SA trovate un approfondimento di carriera dedicato gli U2 scritto da Valerio di Marco.

Tracklist

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