Per definire il blues britannico basta un nome solo: John Mayall. Si è spento il 22 luglio all’età di 90 anni. Una età, ma soprattutto una vita piena, che non lascia spazio a rimpianti. Una discografia sterminata – dal 1965 al 2022 un album all’anno, ma talvolta anche tre – Mayall è stato per il blues inglese quello che Miles Davis ha rappresentato per il jazz USA: come una bottega rinascimentale il suo cenacolo musicale, i Bluesbreakers, ha svezzato e sguinzagliato per il mondo una volta “adulti” talenti del calibro di John McVie, Mick Fleetwood e Peter Green (che poi formeranno i Fleetwood Mac), Jack Bruce, Aynsley Dunbar, Mick Taylor, Dick Heckstall-Smith, Jon Hiseman, Johnny Almond e Jon Mark (poi gli straordinari e sottovalutati Mark & Almond), Harvey Mandel… e ovviamente Eric Clapton.
Il leggendario “Slowhand”, al fianco di Mayall nel biennio 1965/1966, ha rilasciato via Instragram un messaggio particolarmente toccante sul leader dei Bluesbakers. Ha detto che Mayall è stato per lui come “un mentore e un padre putativo”. E ha aggiunto: “”Voglio ringraziarlo soprattutto per avermi salvato dall’oblio e da chissà cosa quando ero un ragazzo, all’incirca all’età di 18/19 anni, quando decisi che avrei lasciato la musica. Mi ha trovato, mi ha portato a casa sua e mi ha chiesto di unirmi alla sua band. Sono rimasto con lui e ho imparato tutto ciò che ho davvero da attingere oggi in termini di tecnica e desiderio di suonare il genere di musica che amo suonare”.
Parole sincere che descrivono un musicista che dispensava regole e sentori da artista vero, rare anche per la sua generazione e forse impossibili per quella odierna e le future, tutti alla esasperata ricerca del successo o al minimo del consenso popolare. Mayall, ha detto ancora Clapton “mi ha insegnato che andava bene suonare la musica che volevi suonare, senza abbellirla o farla piacere a qualcun altro, senza che importasse se piaceva o meno”. Poco British, ma conta il significato: “(Mayall) le roi est mort, vive le roi!”