Girl band al Vicar Street di Dublino, foto di Steve White

Migliori album 2020. Cinque dischi live da ascoltare assolutamente per Tommaso Bonaiuti

In un anno che ci ha privati della dimensione dal vivo, un formato "vecchio" come il live album ritrova nuova luce

Per festeggiare i 10 anni di attività, i newyorchesi Parquet Courts metteranno a disposizione in streaming un’esibizione “celebrativa”, dal titolo On Time, tenutasi al Pioneer Works di Brooklyn. Dieci anni fa, infatti, Andrew Savage e co. si esibirono per la prima volta al Monster Island Basement, sempre a Brooklyn: è la celebre “chiusura del cerchio”, come ogni buona tradizione narrativa impone, ma mi hanno colpito (e fatto un po’ sorridere) le dichiarazioni della band in merito all’evento: “Dieci anni fa cominciava il nostro viaggio grazie a un concerto in cui abbiamo suonato virtualmente di fronte a nessuno, e per festeggiare abbiamo deciso di omaggiare il vostro supporto con un concerto virtuale”.

Alla luce di quanto sta succedendo adesso, è buffo ripensare con una malcelata nostalgia ai vuoti di un pubblico (non) pagante, alle sale con poche presenze (fonico, promoter e baristi inclusi), a situazioni che prima avremmo definito desolanti, ma che al confronto col virtuale, il mondo delle solitudini connesse, ci sembra una copertina calda – corta, sì, ma pur sempre calda. Ci viene un po’ più l’ansia, invece, se pensiamo a tutti quei locali, quelle organizzazioni e quelle piccole-medie realtà che non vedranno la luce del giorno, falcidiate da bruschi stop consequenziali come un giocatore di NFL afflitto da gravi infortuni. La stagione sarà molto corta, proprio come quella del football, e verrà versato molto sangue.

Ma rincuora, questo è certo, la strategia, “survival mode”, che molti artisti (vuoi per nostalgia, vuoi per mere manovre commerciali o di attendismo per una stagione più propizia, magari aperta a concerti “limitati” e tour brevi) stanno mettendo in piedi per sostenere moralmente l’ascoltatore, rispolverando un format (e un concetto) superato da tempo, molto boomer se vogliamo: il live album.

Rispetto al “passato”, è inevitabile che il live registrato abbia perso smalto, fascino, mistica: vuoi per mancanza di nuove idee sul format (dopo i cd brulé degli EELST e i bootleg in serie dei Pearl Jam, poco si è fatto) vuoi per circostanze, appunto, virtuali (audio-video registrazioni più o meno autorizzate di cui YouTube è zeppo, passaparola su scalette e contenuti dell’esibizione – se non veri e propri aggregatori online come setlist.fm), vuoi perché molti artisti si sentono molto più a loro agio in una dimensione protetta e senza margine d’errore, quella da studio: Kevin Parker dei Tame Impala rimpiange una sola cosa in carriera, quel Live Versions del 2014 che seppur magistrale per missaggio e resa sonora, mette in evidenza un paio di stecche vocali del nostro mica da ridere.

È pur vero che andiamo a grandi falcate verso il futuro (quale futuro? No future? Qualche residuato bellico del Marquee starà pensando a una rivincita, dalla sua poltroncina in velluto con un bicchiere di Jim Beam in mano), un futuro orwelliano fatto di live streaming, studi/sale/spazi vuoti e freddi, puntellati da qualche timida luce di scena, un filo di ghiaccio secco a nascondere ciò che è sotto gli occhi di tutti, il mistero del rito collettivo ridotto a simulacro dell’esperienza, il trip audio-visivo, la FOMO portata alla massima espressione. Il Re è Nudo, e crepa assiderato. Dovreste chiedere ai diretti interessati se questa roba qua sia veramente l’unico futuro tra quelli (ahinoi) possibili per la musica dal vivo (io l’ho fatto e una mia idea ce l’ho), ma intanto sta tornando indietro con reflusso nostalgico (come quello dei peperoni che si “riaffacciano” dall’intestino alla trachea) una soluzione, non il vaccino definitivo per il mal d’anima, quanto più un piccolo rimedio della nonna, a carezzarci la mente, a ricordarci quant’era bello stare insieme premuti come sardine (facendoci riapprezzare aspetti che prima detestavamo) e rassicurarci che tutto, forse, andrà per il verso giusto.

Di seguito una breve lista di uscite dell’anno nefasto appena trascorso, che catturano al meglio l’atmosfera sudaticcia e concitata dei live set.

Dungen

Dungen – Live

Il primo album di cui parliamo potrebbe finire di diritto nella classifica finale tra quelli in studio, senza sfigurare affatto. È, infatti, per sua natura un live album, seppur rimaneggiato, tagliuzzato e aggiustato in studio.

Gli svedesi Dungen, quartetto il cui stile tocca più latitudini dello spettro sonoro dei ’70 (dal jazz fusion allo psych-folk), sono cavalli di razza in sede live: ammaliano con produzioni molto elaborate, rigorosamente analog, ma è dal vivo che sguazzano allegri in un habitat a loro più congeniale. Live è probabilmente l’unico album di questa breve lista ad essere concepito in un periodo pre-covid, pre-lockdown: ha infatti un’allure da disco in studio ma i suoni, l’atmosfera, gli ambienti, sono tutti autentici, crudi, dal vivo.

Ne parlavo già abbondantemente nella recensione che feci alla vigilia della sua uscita, qui semplificherò: le registrazioni contenute in questo LP risalgono al 2015, tour di Allas Sak, e in tutto questo tempo, il produttore e stretto collaboratore della band Matthias Glava ha manipolato, tagliato e ricucito varie fughe strumentali, porzioni di jam session e divagazioni impro (che costituiscono, poi, l’ossatura primaria delle spettacolari esibizioni live dei Dungen). Il risultato è un album live assolutamente atipico, in cui l’idea stessa dell’highlight (che sia esso un medley, il brano di culto, etc.) viene travisato nella sua interezza, aprendo gli occhi (e le orecchie) alla prospettiva utopistica e paradisiaca di una band capace di riempire i solchi di due facciate con soli dialoghi strumentali, in un flusso sonoro che è possibile ottenere soltanto con l’intervento di una mano (santa) esterna. Esperimento riuscito.

King Gizzard & The Lizard Wizard, still dal loro LIVE In San Francisco ‘16

King Gizzard & The Lizard Wizard – LIVE In San Francisco ‘16

Con questi matti australiani si sa, il rischio di orchite microtonale è dietro l’angolo. Questo live fresco di pubblicazione dagli archivi sconfinati del settebello di Melbourne, però, ci ricorda che prima dell’ingiustificata foga creativa e fregola oppiacea di saturare (inutilmente) il mercato con un florilegio di album senza sale né pepe (il disco boogie, il disco NWOBHM, il disco turco, il disco famolo strano), i nostri erano un rullo compressore alimentato con anfetaminici riff metal-motorik, ed è proprio nella città-madre della controcultura psichedelica che i Gizz’ approdano durante la trionfale campagna 2015-16 (quella che sta a metà tra i loro due album più riusciti, per chi scrive – I’m In Your Mind Fuzz e Nonagon Infinity), chiudendo idealmente il cerchio – o, per meglio dire, l’ennagono – con un incubo in technicolor che getta ombre sul peace&love ed evoca demoni liquidi. La performance di un’ora e venti si dispiega in un’unica, lunga sezione sorretta dal double drumming feroce del comparto ritmico, e caratterizzata dai brani più significativi dei due sopracitati LP, “gemellati” dall’idea di un loop/tunnel sonoro potenzialmente infinito. Chiude in bellezza il lungo “encore” affidato a uno dei numeri più riusciti della band, immancabile nelle scalette del loro primo periodo: i 20 minuti di “Head On/Pill”, la loro “Echoes”, in sostanza.

Esoterismo, ritmi tribali, fuzz chitarristici portati allo stremo della soglia uditiva, insomma: non il festival del Medio Oriente che tanto ci stanca, ma l’immagine (mai sbiadita) di un collettivo capace di ridurre in polvere ogni venue affrontata con stoico e divertito piglio. Bei tempi.

The War On Drugs, live

The War On Drugs  – LIVE Drugs

Per uno svengali del suono perfetto come Adam Granduciel, uscire allo scoperto dalla calda e confortante tana dello studio di registrazione con un album live non dev’essere stata un’impresa semplice. È infatti pubblicamente nota la perizia tecnica con cui il musicista di Philadelphia cura ogni singolo aspetto del suo lavoro, dal più piccolo eco alla più poderosa muraglia di suoni eterei. Ma per uno che è così ambizioso e sanamente pignolo, questa era una sfida troppo grande e troppo ghiotta da ignorare.

Live Drugs è il compendium di una vita passata in tour (dimensione che al nostro non piace affatto, e lo denuncia nelle poche interviste rilasciate), poiché mette insieme registrazioni catturate dal collaboratore e amico Dominic East in un arco temporale che va dal 2014 (il tour del celebratissimo Lost in the Dream) a quello più recente (e spettacolare, perché vi ho assistito) a supporto di A Deeper Understanding, album premiato ai (criticati, soprattutto in questi giorni) Grammy Awards come miglior disco rock nel 2018.

Riprodurre le texture ammalianti ed iper-elaborate dello studio sembrava un’impresa titanica, eppure il risultato finale non fallisce nel riproporre quella grandeur, senza perdere un grammo di enfasi e anzi, amplificandone se vogliamo la portata – come nella resa live della trasognante “Under the Pressure, brano-simbolo della band il cui muro di suono si staglia audace e maestoso, ricordandoci che lo sposalizio tra l’americana di Springsteen e l’afflato insulare e rumoristico di Kevin Shields non è poi così bizzarro e mal pensato. Missione compiuta.

Power Trip, foto profilo Bandcamp

Power TripLIVE In Seattle 05.28.2018

Il 24 agosto scorso, Riley Gale ci ha lasciati. Forse a molti di voi questo nome non dirà granché, ma nella solida (seppur sparuta) comunità metal, il suo trapasso ha lasciato un vuoto che sarà difficile da colmare, per lungo tempo.

Riley era il frontman dei Power Trip, combo proveniente da Dallas, Texas, e da molti ritenuti i legittimi tedofori del metal contemporaneo: il loro mix di thrash metal e hardcore punk li poneva a confronto di pietre di paragone ingombranti e pregiate – una su tutte: Slayer. Ma il buon successo globale e i tour sfiancanti a giro per i quattro angoli della Terra sono serviti a rendere ancor più solido il culto della band, e ancor più stretto l’abbraccio dei fan nei loro confronti.

Il metal è un genere che arranca, diciamoci la verità. È forse dai tempi di Blood Mountain dei Mastodon (e si parla di quasi 15 anni fa) che non si registra un’autentica scossa sismica all’interno del sistema, il capolavoro che mette d’accordo tutti nel segnare un “prima” e un “dopo” nella timeline. A dire il vero, neanche i Power Trip (seppur con un fornitissimo arsenale di bombe a orologeria) sono riusciti a polarizzare così tanto le opinioni sul loro conto, sfornando comunque album più che apprezzabili e capaci, al contrario, di unificare gli intenti e il credo della comunità heavy globale – rendendola ancor più insulare e auto-riflessiva, se vogliamo, aspetto che di certo non contribuisce a proiettarne l’immagine nell’immediato futuro, se non altro a rafforzarne dall’interno l’aspetto puramente identitario.

Se però il metal (e i suoi fratelli e fratellastri) ha un pregio, è quello di essere ancora un genere che vive per i live: c’è sempre stata la tensione del voler essere visti, dello shock visivo prima che uditivo (e in tal senso i Power Trip hanno fatto scuola, affidando al talentuoso artista italiano Paolo Girardi le cover dei loro album).

Il live registrato al Neumos Club di Seattle la sera del 28 maggio 2018 (tour di Nightmare Logic, secondo e ultimo LP in studio della band) è un concentrato di energia purissima, il braccio violento (e armato) della dura legge marziale del metallo pesante: cattiveria a quintalate, folate di tremolo pick e doppia cassa rutilante, e il compianto Gale che arringa la folla con un’energia indescrivibile. Sembra quasi di essere lì, sotto al palco, a prendersi gli sputi e gli schizzi di birra, sudore e sangue di un moshpit agitatissimo. Il carnaio in cui tutti vorremmo essere adesso, dal vuoto asettico del nostro isolamento volontario.

 

Girl band al Vicar Street di Dublino, foto di Steve White

Girl Band – Live at Vicar Street

E parlando di musica che dal vivo “rende”, è interessante prendere in esame l’album di cui sto per parlarvi.

I Girl Band, formazione irlandese di matrice noise rock (ma estremamente sperimentale e, per così dire, “astratta”) è ormai un culto in seno all’universo indie europeo: gli inizi, scanditi proprio da un concitato passaparola riguardo i loro live set scioccanti e intensi, poi la benedizione del gotha Rough Trade, un album d’esordio attesissimo (Holding Hands with Jamie, 2015), uno iato in mezzo, e il ritorno lo scorso anno (a dire il vero passato un po’ troppo sotto silenzio) con The Talkies, registrato in una desolata ed elegante magione nelle campagne irlandesi (come ci ha raccontato il bassista Daniel Fox in un’intervista rilasciata un anno fa). La labirintica e straniante architettura sonora dei nostri, ben catturata su nastro, trova nella sua dimensione live una nuova vita, anzi, si “sdoppia” nel suo efferato e rumorosissimo evil twin con istinti omicidi.

Un live album non poteva che essere l’ulteriore e comprovata sintesi delle loro capacità on stage, con la band che “torna alle origini” al Vicar Street Theatre di Dublino – facile giocare in casa, direte voi, ma qui si gioca veramente duro, per dirla con Turturro: in una scaletta che copre tutto l’arco discografico del quartetto, si possono sentire tutte le frequenze dello spettro sonoro dei nostri, a tratti onirico e ammaliante, effettistico fai-da-te con un piglio à la This Heat, a tratti martellante e brutale, come le escursioni violente dei migliori Jesus Lizard.

Un album in primo luogo ben prodotto e masterizzato, che rende in un’ora e un quarto circa tutta l’intensità e lo spessore fisico del rumore prodotto dai Girl Band. Un live album che si può toccare, una live band semi-intoccabile.

Tracklist

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