Delete Insert

Migliori album 2020, le scelte di Tommaso Bonaiuti

Tante chitarre ma anche indie-folk, glam, rap e psych. Una manciata di uscite discografiche che hanno rappresentato il meglio del 2020 secondo Tommaso Bonaiuti

In un anno di merda come questo, è difficile fare preamboli e tirare giù somme di quanto di buono si è raccolto (del poco che si è potuto seminare). Postille da calendario del frate indovino a parte, la prima (e unica) cosa che mi preme dire è: addio, 2020. Vedi di levarti dalle palle il prima e il più velocemente possibile. Grazie.

Bene, con la gioia nel cuore, vado a indicarvi quelle che secondo me sono state le migliori cose musicali del 2020, rigorosamente non in ordine d’importanza (non è un campionato sportivo), con in fondo altri consigli su band/artisti che hanno fatto gran bei dischi (calati criminalmente in secondo piano), a fianco di altre formazioni che calcano i palcoscenici internazionali da (relativamente) poco tempo – il mio settore giovanile, in pratica. Partiamo!

Hey Colossus – Dances / Curses

Partirò col dire che quest’album si aggiudica già un titolo a mani bassissime, ovvero quello della copertina più brutta in assoluto di questo 2020, fatto in 3 minuti su Illustrator. Una vera schifezza. Mi immagino la scena: il direttore creativo dell’etichetta, che fa melina col management della band perché “non ci sono i soldi”, “di questi tempi…” e via andare con un rosario di minchiate astrali, chiamando poi il primo nome in rubrica che in realtà è uno studentello d’arte di 15 anni (probabilmente il nipote) che è a casa a farsi una canna, e chiedendogli se vuole farsi 50 euro facili in meno di 15 minuti (sì, esattamente come quei bot ucraini maledetti che ti intasano la casella di posta “indisiderata”).

D’altro canto, la musica contenuta in questo doppio LP è assolutamente devastante. Per chi non li conoscesse, due parole in croce sui titolari del progetto: una sorta di collettivo inglese, attivo dal 2003, che da allora ha avuto ad occhio un migliaio di lineup diverse, per sua natura un bulldozer assetato di sangue che dagli albori gira l’Europa, occupandosi premurosamente di scassare ogni singolo PA di ogni singolo locale (lasciato in un cumulo di macerie) in cui vengono chiamati a suonare (dove “suonare” si può tradurre con la locuzione “violentare psicologicamente lo spettatore, con un muro di suono che esce come un fluido assassino dal sistema di amplificazione e un vasto assortimento di visual che fotterebbero il cervello anche a un cieco”) .

I 75 minuti di Dances/Curses iniziano nella maniera più adeguata possibile, ovvero mettendo le cose in chiaro: il brano d’apertura s’intitola infatti “Eyeball Dance”, inizia con una roba ritmica che ricorda molto da vicino il leggendario incipit di Wrong dei NoMeansNo, che continua per almeno 4 minuti tenendoti incollato, e non va da nessuna parte. Sei in trance, l’occhio balla per davvero.

Questo trip da quaalude continua praticamente per tutta la prima facciata, ma l’intensità sonora aumenta di brano in brano, culminando nei 20 minuti di “A Trembling Rose” (reprise compreso). Questi malati di mente suonano infatti con 3 chitarre, che spesso fanno la stessa identica cosa, ed è assolutamente meraviglioso. Non sentivo un senso di fiero stoicismo sventolato così, senza vergogna sotto al naso dell’ascoltatore, dai tempi di Lysol.

È musica per il dancefloor domestico, l’R&B che piace alla gente che piace. C’è pure un pezzo in cui canta Mark Lanegan, che è un po’ come un attestato di figaggine, IGP. Il fantasma imbambolato dei QOTSA intrappolati dentro lo studio di Songs for the Deaf, con un ventilatore, un mazzo di Uno e una bottiglia d’acqua minerale. E tanta, tanta polvere.

METZ – Atlas Vending

E parlando di stoicismo e mazzate, come non soffermarsi sui METZ. Praticamente, l’unica formazione punk degna di tale nome nel roster dell’etichetta che trent’anni fa era il baluardo di questa roba, così insulare, incompromissoria, dal Pacific Northwest con furore.

Strange Peace è stato un mezzo pacco, nel senso che la produzione di Albini + la consueta botta sonora della band = disco della madonna, e invece no, mancavano i pezzi, idee scarse, suoni secchi e distanti, caldi negli intenti ma freddi come la mano di un morto, mentre il trio canadese guadagna proprio laddove ogni frequenza è occupata abusivamente da rumore, eco, riverbero straniante, etc. – che poi è la cosa che rese assolutamente grandioso il secondo album, quella botta psichedelica in un mare di cattiveria gratuita ad aumentare il senso di labirintite.

Atlas Vending si riappropria di quegli ambienti, con in più un arsenale di armi bianche affilatissime, brani power pop spiritualmente corrotti, melodie (o il fantasma di) soffocate da muri stretti e claustrofobici, fughe alla Neu! distortissime che fissano il vuoto e viaggiano a rotta di collo in ampie corsie d’ospedale (il viaggio mentale di A Boat to Drown In).

È un autentico piacere sentire una band così legata alla verticalità, il portare avanti un retaggio che poi è pura genetica, della serie: i Protomartyr fanno i Fall, i tanto celebrati (ma perché?!) Fontaines D.C. fanno i Gang of Four, noi facciamo il cazzo che ci pare. Ed è giusto così.

House LordsThe Common Task

Ganzi, gli Horse Lords. Riapparsi dal nulla per incasinarci il gulliver, in un anno che già ci ha messo del suo. È un atto di coraggio, gliene va riconosciuto il merito. Sono inamovibili, la loro proposta brutalista è arrivata al quarto giro di boa e non smette di affascinare, forse perché nessuno è realmente capace di pensare la musica con quella dose di generosità e unità d’intenti (il titolo dovrebbe essere esplicativo, in tal senso).

Una parte solleva l’altra, è fisica allo stato puro: ogni singolo elemento è sorretto dalla dinamica, ogni singolo suono, partitura ritmica o “melodica” (è molto difficile parlare di melodia in questi frangenti sonori così estremizzati) vive in virtù di quello precedente e successivo (un po’ come il concetto delle “note sbagliate” di Miles Davis). Il gioco di squadra portato al massimo potenziale, laddove molte formazioni “rock” (è molto difficile parlare di rock in questi frangenti sonori così estremizzati) ambiscono paradossalmente all’individualismo.

Il suono di un jet che decolla all’inizio di People’s Park (la world music del mondo più lontano tra quelli possibili), probabilmente ottenuto mediante un synth analogico, è il corrispettivo sonoro perfetto per definire l’esperienza uditiva di The Common Task: ascensione.

La band verga l’aere con le sue sferzate elettriche, dure come la sella dei cosacchi, libera da qualsivoglia schema – perché l’unico a cui appartengono e in cui si agitano è quello, labirintico in miniatura, della cover, che “cambia” pattern ogniqualvolta viene visto dalla sua finestrina sul menu di Spotify/Apple Music ecc., fottendo irrimediabilmente il cervello dell’ascoltatore, geniale no?

Per essere una band data per morta da quattro anni, direi che sono abbastanza in forma. Laddove Interventions tracciava la planimetria di “altri mondi possibili”, The Common Task pone il cemento per rendere quegli spazi vuoti concreti.

Loving – If I Am Only My Thoughts

Ecco un’altra band che manca dalle scene da ben quattro anni. Formazione canadese di stampo indie-folk, ma con molto acido, i Loving avevano fatto uscire un solo EP omonimo nel 2016, poi il silenzio. Il trio è composto dai due fratelli Henderson (Jesse e Luke) e David Parry, amico di lunga data, nerd assoluto della tecnologia analogica, elemento organico del prodotto sonoro finale dei Loving.

La band ha un nome veramente poco ispirato, come mi faceva notare un amico, loro spiegano la cosa come antitesi all’inflazionata formula “sostantivo-aggettivo”, con Painting come prima scelta della ragione sociale. Insomma, nel mezzo a questo limbo, gli unici segnali di vita del trio sono dati dalla presenza in tour con i Crumb (che avevo messo in lista lo scorso anno, ripescateli se volete, meritano molto), un invito al SXSW e poco altro.

If I Am Only My Thoughts esce a sorpresa lo scorso gennaio, che sembra quasi un’altra epoca se ci pensate (anzi, lo è), e questo LP non poteva che essere la perfetta cartolina da un passato prossimo super lo-fi e sgangherato.

Tra i solchi di questo LP c’è tanto fai da te, nel senso puro del termine, per certi versi (non so ancora per cosa, forse per la questione familiare) mi ricorda moltissimo da vicino II dei Meat Puppets, è intriso di una semplicità disarmante, non chiede molto, si accovaccia lì accanto allo stereo e vi rimane a prendere il sole come un gatto in stato catatonico.

Ogni tanto è sano farlo girare, per ricordarci che anche se non hai tutte le pretese dell’universo, i discorsoni e le metaforone ™ , puoi fare musica che suggerisce molto al cuore e carezza lo spirito, come una buona e calda vellutata di zucche.

Bo Ningen – Sudden Fictions

Questi invece di anni fuori dai radar se ne son fatti ben sei, ma nel mezzo non si son fatti mancare nulla: collaborazioni con le Savages, con Damo Suzuki (in veste di membri del suo noto Network), sfilate, performance, uno spazio mensile sulla web radio più hip d’Europa (se non del mondo) NTS, e così via.

Ma la musica, ragazzi, la musica dov’è? Eccola, infatti, arrivare quatta quatta, con un minerale in copertina, come a dire “il tempo passa, il vento ci scalfisce, ma noi non ci rompiamo”. E neanche noi, ci rompiamo, cari Bo Ningen (che, ricordiamolo, sono giapponesi ma di stanza tra Londra e Berlino da molti anni ormai), se continuate a fare musica incredibile e ispirata come quella contenuta in Sudden Fictions. Album che ha il duro compito di seguire il magistrale III (indovinate? il terzo, fatidico disco, tutto pieno zeppo di tempi dispari, folate di feedback, kraut ipertrofica, bassi dub etc.), e ha l’incommensurabile pregio di mettere su nastro i 3 minuti migliori della carriera recente di Bobby Gillespie (il suo featuring – per modo di dire, visto che mugugna due, forse tre parole in tutto il pezzo? – sul singolo Minimal, disco mutante tout-court), oltre che a un’interessante e ingegnosa rilettura no-wave del punk moderno, laddove per punk ormai si dovrebbe intendere un materiale sanguinante e sfilacciato. I ragazzi se la cavano benone, belle atmosfere, tutto meno saturo e a rotta di collo, molto più posato e dosato con parsimonia – less is more, disse un abile architetto.

Bo Ningen significa un bel niente in giapponese, quindi se proprio vi viene in mente un’idea carina per farvi tatuare degli ideogrammi da sfoggiare a Rimini l’estate prossima (sempre che non ci tengano ancora chiusi in casa come animali), potete giocarvi questa carta. Potrebbe funzionare.

Osees – Protean Threat

Ci sono tre cose certe nella vita: la morte, le bollette, e un disco degli Oh Sees all’anno.

L’enfant terrible, il Peter Pan del garage rock, John Dwyer, ormai ha abituato le platee a standard da catena di montaggio, senza però mai perdere mordente, ispirazione, e quel genuino senso di esplorazione che ha (soprattutto nell’ultimo decennio) mutato una fiera mordace e agitata in un terribile cerbero a tre teste. Come scrivevo nel mio editoriale di fine anno a dicembre scorso, se c’è una band che nell’ultimo decennio ha cambiato rotta in maniera omogenea, pur stravolgendo il proprio asset sonoro e di formazione, e che quindi merita il premio “cestistico” di M.I.P. (Most Improved Player(s)), quella band è proprio i Thee Oh Sees – adesso Osees, in un gioco-matrioska che ha portato il nome del progetto sin dalla nascita nel lontano ’97 (!) da una sigla (OCS – Orinoka Crash Suits, etc.) a un’esclamazione. La medesima esclamazione che rimbalza come una eco in un cubo di caucciù, ogni volta che Castle Face Records (nella persona di Dwyer, ovviamente) ci informa che i Nostri stanno per tornare in campo.

Vex RuffinLiteAce Frequency

Nato Ryan Africa il losangelino Vex Ruffin è una delle autentiche punte di diamante del roster di Stones Throw e il suo LiteAce Frequency non vuole stupire con grandi effetti sonori, e non si prefigge di riscrivere i dettami della disco o del funk come Kevin Parker, ma punta più sulla diversificazione – una macedonia di riferimenti, suoni e colori che passano per il tubo catodico del suo autore: dai suoni caraibici, calypso-space del brano di apertura Know Yourself, allo space age pop in chiave moderna à la Cibo Matto di Free-quency, giocando anche con l’AOR dei Big Star (Hard to See) e il freak-rock di Ariel Pink (I’m Going Hard), il tutto composto come uno zapping furioso, notturno, in una notte d’estate. Un LP rinfrescante, vitale, costruito in maniera semplice ed efficace, che si ricollega a varie radici, linguistiche e culturali: Ruffin si produce in uno slang che rimescola inglese, spagnolo e la lingua madre, come in una trasmissione proveniente da un emittente pirata di un’imprecisata zona equatoriale in cui tutto converge e si mescola meravigliosamente.

 

Nel 2017 era uscito il primo disco su Warp, che a me non aveva convinto moltissimo per una serie di motivi che potrei riassumere in un salomonico “tanto fumo, pochissimo arrosto”.

Ora che son passati 3 anni, Sean Bowie si fa dare del “voi” dalla stampa specializzata per non incappare in patetici flame rants femministi, e finalmente ha messo i filler ambient-noise in cantina e i pezzi al proprio posto. E sono pezzi di ottima fattura, tra l’altro: produzione cristallina, bassi poderosi ma non tamarri, batterie perfettamente bilanciate tra un beat soul e un suono abbastanza secco e potente, tante chitarre (era ora) e un campionario di stili diversi apparentemente inavvicinabili, ma che lui (loro, essa, voialtri, come cazzo vi pare) riesce ad incollare con uno sputo di vinavil, quanto basta per non avere il solito mappazzone indecifrabile tra un orecchio e l’altro.

Il concetto di glam rock suona piuttosto vetusto e innocuo nell’anno in cui anche quella cariatide di Agnelli c’ha l’eyeliner in prima serata su X-Factor (mettiti a modo Manuel, così spaventi i bambini), ma Yves ne conferisce un nuovo, oscuro significato. Bello lo skit psichedelico coi fuochi d’artificio di Dream Palette, bello il soul di Super Stars, bello il duetto con non-so-chi su Kerosene!, insomma, tutto molto bello e ordinato come cristo comanda.

Non pretendo che tu faccia un capolavoro, Sean, ma se queste son le premesse, cerca di non perdere la brocca un’altra volta: funzioni molto di più come rockstar sciroccata, che come eccentrico sound designer. Un caloroso abbraccio.

Ecco un altro che ha messo da parte i frizzi e i lazzi e ha fatto un disco “quadrato”. Più che quadrato, cubista.

No, no, evitiamo i paroloni, qui vige un’unica legge, ed è quella della nostalgia: perché se c’è una forza motrice nel sound di Daniel Lopatin, quella è inevitabilmente la nostalgia.  È la base, la farina 00 del suono ipnagogico, tanto vituperato quanto poi razziato a destra e a manca, senza distinzione di genere ormai.

OPN è proprio uno di quelli che han sfondato, in tutti i sensi: ha sfondato nel pop, lavorando con l’odiosissimo e patetico The Weeknd (patetico quanto i premi che ha messo recentemente alla berlina, come se far parte dell’elite della merda assoluta gli sia assolutamente dovuto, non fa una piega); ha sfondato le nostre gonadi col disco barocco, Age Of, quello col macbook in copertina; infine, ha sfondato la quarta parete, rivolgendosi direttamente a tutta una generazione (la sua) che è cresciuta con certi riferimenti estetico-culturali, e li ha fatti propri, trasfigurandoli un materia sonora assolutamente indecifrabile, a tratti sublime e astratta, a tratti quasi paurosa e maleodorante – la pre-vaporwave di Replica, il cadavere del grunge nel sublime Garden of Delete (ad oggi il suo LP più riuscito per chi scrive), trafugato un’altra volta in questa sede per il pezzo adolescenziale I Don’t Love Me Anymore.

Magic OPN trasuda nostalgia, vive di nostalgia, si nutre di nostalgia: è disseminato di cioccolatini per la memoria, voci radiofoniche di una stazione fantasma in modulazione di frequenza che a Lopatin ricordano i lunghi viaggi in macchina col padre; c’è poi tutto lo spettro emotivo e sonoro degli ultimi 10 anni di OPN, nessuno escluso: addirittura il video di “Long Road Home” cita la scenografia minimal di R Plus Seven, e nell’album appaiono a più riprese le celebri ECCOJAMS (da Ecco the Dolphin, esoterico videogame dalle tinte new age ambientaliste che girava su Dreamcast).

Un commiato, quindi? O l’inizio di un nuovo corso? Una cosa è certa: piantala con ‘sti clavicembali.

Freddie Gibbs / The Alchemist – Alfredo

Fettuccini Alfridow. Un piatto iconico, una pietanza che è un simbolo dell’italianità nel mondo.

Chi di voi non ha avuto una nonna che ha cullato le vostre papille gustative con questa prelibatezza, la domenica a pranzo? Chi di voi, dopo una brutta giornata di lavoro, dopo un litigio col/la partner, non si è mai consolato mangiando un bel piatto di fettuccini Alfredo (perché è sempre solo fettuccini, rigorosamente con vocale sbagliata), e si è ripreso dalla botta emotiva? E chi di voi, in cerca di ispirazione, di verve creativa, non si è scofanato un bel due etti e mezzo di questo inno all’italico genio culinario, roba da far saltare di gioia i resti del buon Artusi nel proprio loculo mortuario?

Freddie Gibbs sicuramente sì, a giudicare dai risultati. Perché che sia il fidato Madlib, che sia il pur dotato The Alchemist, Freddie Kane si sceglie bene i collaboratori, e sforna due album meravigliosi, così a botta, back-to-back.

L’anno scorso era Bandana il miglior disco hip hop, con il suo armamentario di rime al vetriolo, tra il pungente e lo scazzato.

Quest’anno, inevitabilmente, meravigliosamente, gustosamente, fettucini Alfredo, of course.

Gli Altri

Tracklist

Ti potrebbe interessare