Jehnny Beth by Johnny Hostile, press photo 2020

Migliori album 2020. La classifica e considerazioni di Elena Raugei

L'anno sta finendo, finalmente. Se non ci fosse stato questo virus di mezzo a rendere maledettamente tangibile il concetto di distopia, il 2020 sarebbe stato positivo, almeno da un punto di vista musicale

L’anno sta finendo, finalmente. Se non ci fosse stato questo virus di mezzo a rendere maledettamente tangibile il concetto di distopia, il 2020 sarebbe stato comunque positivo, almeno parlando da un punto di vista musicale. Tolte, com’è ovvio, le difficoltà in cui ha versato e versa tuttora un intero settore, privato della sua indispensabile sfera live. Tanto che l’attaccamento alle uscite discografiche inanellate nel difficile corso dei mesi è forse tornato a farsi sentire più forte, preferibile a ogni pur volenterosa simulazione dal vivo in streaming. There Is No Year, però, ci hanno avvisato subito gli Algiers, sin da gennaio: il loro terzo album, al solito fosco e capace di unire memoria e futuro, gospel rock e industrial post-punk, mi ha definitivamente convinto, un concept sulle brutture del mondo che si ripetono nei secoli dei secoli, «come un romanzo neo-Southern Gothic con un sottofondo di anti-oppressione» in giorni in cui è ancora tristemente necessario ribadire che black lives matter. Come ce lo ha ribadito con estrema efficacia il misterioso collettivo inglese SAULT, che ha tirato fuori addirittura due dischi tra luglio e settembre sull’onda di una palpabile ispirazione: tra i due scelgo Untitled (Black Is), che poi è già il loro terzo, raccolta di sociopolitici instant classic R&B/soul/gospel/post-dub legati alle radici e proiettati verso un miglior domani. Di apocalisse ha parlato espressamente, seppur ancora con ossimorica spensieratezza, Riccardo Orlandi, fondatore di Tannen Records, nell’esordio omonimo del suo atipico progetto Apocalypse Lounge, che coinvolge tra gli altri Giovanni Succi (Bachi da Pietra) e Francesca Amati (Comaneci) ma persino ospiti internazionali come Kill The Vultures: un metropolitano mostro di Frankenstein tra inglese e italiano, per un rap-trip hop sperimentale con basi frutto di campionamenti da colonne sonore italiane degli anni ’60 e ’70 e atmosfere decisamente noir.

Il primo colpo di fulmine è però stato Silver Tongue di TORRES, all’apparenza semplice alt-songwriting a seguire il già ottimo Three Futures del 2017 ma a ben ascoltare vibrazione aliena di synthrock dalla cristallina urgenza di fondo. Un altro disco che rischia di essere dimenticato è Myopia, il quarto della danese Agnes Obel di stanza a Berlino, dove ha da prassi composto, suonato e prodotto in quasi completa autonomia, riflettendo sui concetti di fiducia e dubbio, tra suoni deformati e fusi tra loro, per un minimale e fantasmatico retrofuturismo da camera con voce da avant-angelo delle nebbie. È stato invece accolto benissimo l’ambizioso doppio græ di Moses Sumney, uscito inizialmente in due volumi e arricchito dalla partecipazione di una quarantina di collaboratori di prestigio, incluso Oneohtrix Point Never: l’artista statunitense di origini ghanesi splitta il mar rosso della sua stessa ispirazione, non binaria per natura, con il suo falsetto e la sua sensibilità compositiva, con un mix di electro-R&B, pop barocco, art-rock, nu-folk e tendenze jazz perfettamente calato nel presente e dedicato al tema della solitudine. Scaturisce direttamente dalla solitudine, Cenizas di Nicolas Jaar, scritto in una specie di profetica quarantena volontaria molto prima di quella autentica a venire: funereo, labirintico inno all’umanità e alle sue ceneri dalle quali rinascere tramite sperimentazione ambient e ascetismo, dark jazz e blues digitale.

Considero poi un unico doppio anche Ghosts V-VI dei Nine Inch Nails, anzi per meglio dire degli iperattivi Trent Reznor Atticus Ross: in giorni di spettri, un ritorno strumentale oscillante tra speranza e disperazione, come espresso dalle due copertine monocromatiche e complementari. Together, più etereo, rappresenta il momento in cui le cose potrebbero andare bene, con l’unione fra gli esseri umani sotto un cielo di ambient baluginante e spesso dilatata proiettata verso una futuristica trascendenza di gospel post-gotico; Locusts equivale invece alla piaga che si abbatte su di noi, a spalancare le porte sul baratro con pianoforti filo-horror e pennellate dark jazz, soundscape claustrofobici e melmoso free industrial, cacofonie e loop. Shabaka And The Ancestors, ovvero il vulcanico sassofonista Shabaka Hutchings (Sons Of Kemet, The Comet Is Coming) in missione per la seconda volta assieme ad altri sodali sudafricani, ci dicono più realisticamente che l’umanità è già certo verrà spazzata via a causa della catastrofe climatica e allora in We Are Sent Here By History si fanno i conti su cosa bruciare nel falò e cosa salvare a suon di un voodoo jazz dallo straordinario fervore. «We Are Sent Here by History è una meditazione sulla prossima estinzione della nostra specie come dato di fatto: è una riflessione dalle rovine fumanti, un interrogarsi sui passi da seguire in vista del nostro trapasso (individuale, come della società nel suo insieme), e sul fatto che la fine possa o meno essere vista solo come una tragica sconfitta».

Prima avevamo accennato a Berlino e allora come non citare Alles In Allem degli Einstürzende Neubauten – a tredici anni dal precedente vero e proprio lavoro di studio, e a coincidere con il quarantennale della band – che è un omaggio difatti alla propria città, nonché una raccolta di ballate vieppiù riflessive, essenziali e ovviamente elegantissime, con qualche sporadico déjà vu di matrice industrial o noise: si parla di ciò che è umano e di ciò che non lo è affatto, ripercorrendo guerre, progressi e regressi della storia. Un’autentica riflessione sull’umanità e sulla sua più frequente assenza è quella di Jehnny Beth con il suo radicale esordio da solista al di fuori delle Savages, TO LOVE IS TO LIVE, summa cupa e conturbante di punk rock ribelle, elettronica post-industrial, spoken sperimentali, archi, fiati e nuance jazzy, fisicità e intelletto, realizzata con il supporto dell’inseparabile partner Johnny Hostile, di Atticus Ross  e Flood alla produzione, di Alan Moulder al mix. Senza contare i featuring: da Romy Madley Croft dei The xx  a Joe Talbot degli IDLES (anche loro protagonisti del 2020). Tra gli eredi delle Savages, ci sono poi i Fontaines D.C. che con A Hero’s Death hanno centrato ad appena un anno di distanza dal debutto, né più né meno, un ottimo disco di post-punk che, proprio come quello di Jehnny Beth, trasmette alienazione e riflette stavolta con sarcasmo sull’attuale concetto di eroismo.

Ci si sposta verso New York e si trovano i Muzz all’esordio omonimo, ovvero il non-supergruppo, che avrei pensato più di maniera che altro, formato da Paul Banks (Interpol), Josh Kaufman (Bonny Light Horseman e produttore per National, The War On Drugs e altri) e Matt Barrick (Jonathan Fire*Eater e The Walkmen). Fondato addirittura negli anni 90, soltanto adesso divenuto realtà: i loro brani, tra new wave e folk da sera, vivono di spleen coheniano e saliscendi strumentali da montagne russe del cuore e, alla fine, sì, sono stati una bella sorpresa. Altra unione di forze è stata quella fra la ghotic songwriter Chelsea Wolfe e la batterista Jess Gowrie per Mrs. Piss: Self-Surgery è uno sfrontato divertissement alt-rock, tra punk e metal post-90s, dall’attitudine riot grrrl. Parte la prima traccia, “Sto facendo il bagno nel sudiciume del mondo”, e subito le cose sono messe in chiaro, ma il resto scopritelo da voi in neanche venti minuti di durata. Per chi il metal lo vuole heavy ma dalle sonorità contemporanee, nell’anno del ventennale di White Pony i Deftones di Chino Moreno si sono ripresentati in ottima forma – tolte le imbarazzati dichiarazioni del terrapiattista Stephen Carpenter – con il ruvido Ohms, ben bilanciato come da manuale dal fido produttore Terry Date fra aggressività e melodie.

Scacco Matto è stato il primo full lenght su Warp del producer italiano Lorenzo Senni, una partita a scacchi con se stesso vinta andando dalla trance puntilistica marchio di fabbrica a una malinconia per androidi emotivi del futuro, con brani perfettamente riusciti sia accelerando sia rallentando i battiti, come Dance Tonight Revolution Canone Infinito, il cui titolo rimanda a un’installazione dello stesso Senni ubicata nel reparto di terapia intensiva all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, città particolarmente colpita dal COVID. Insomma, il nostro re elettronico degli scacchi. Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never, in Magic Oneohtrix Point Never, risolve la situazione a modo suo, ovvero mettendo in onda una immaginaria trasmissione radiofonica tra vaporwave, library music, pop barocco, siparietti Eighties, rimandi rock volutamente ai limiti della parodia, ospiti – la divina Caroline Polachek, The Weeknd, Arca – e haunted/haunting music varia e assortita.

I ritorni delle americane Noveller (Sarah Lipstate) e Kaki King, entrambe al nono lavoro di studio, equivalgono a due inventivi dischi di chitarra: Arrow procede attraverso corde, pedali e drone per cupi, glaciali e metafisici scenari di avanguardia e ambient, ispirato al trasferimento della musicista tra le montagne di Los Angeles, mentre Modern Yesterdays sonorizza il futuro alle spalle e la riappropriazione del passato come conquista in tempi di pandemia con timbriche in prevalenza acustiche eppure avveniristiche, tra delicatezza quasi mistica e sperimentazione per un impressionismo da grande colonna sonora esistenziale. Altro titolo del tutto strumentale è All Thoughts Fly della svedese Anna von Hausswolff, ma qui ci si affida soltanto a un organo a canne, perfetta replica di un esemplare originale costruito nel XVII secolo, sfruttandone persino i suoni derivati dalla sua meccanica e dal suo sistema di alimentazione dell’aria. All Thoughts Fly rapisce perdutamente anche perché è stato ispirato al Sacro Bosco, il parco di Bomarzo a Viterbo, edificato in ricordo della moglie da Pier Francesco Orsini nel 1547, tra statue mostruose e percorsi alchemici.

Misterioso e altrettanto sciamanico, tornando alla forma-canzone per quanto espansa, è Find The Sun di Angel Deradoorian, in arte Deradoorian, rituale motorik di blues multiculturale, spiritualità trascendente, folk percussivo e ipnotiche danze pagane in oscillazione continua fra allungarsi delle ombre e raggi di luce. Altri solisti che si sono spinti per l’occasione fuori dalle rispettive comfort zone sono Marie Davidson e Jónsi. Davidson con Renegade Breakdown si fa supportare dalla cosiddetta band L’Œil Nu – formata dal  marito Pierre Guerineau con il quale condivide già la splendida avventura nel duo darkwave Essaie Pas e da Asaël R. Robitaille (Bataille Solaire) – e si allontana dalla techno da club culture di Working Class Woman in reazione ai «sentimenti di disorientamento, insonnia cronica» della vita in tour. Lo fa con una raccolta di brani che omaggiano French touch e songwriting decadente, armata di ironia al vetriolo, ricchi arrangiamenti e un uso più frequente dei cantati in luogo degli spoken del recente passato. Da fruire preferibilmente di notte e scolandosi parecchi drink di corredo. Jónsi con Shiver, che non ha suscitato mezze misure nelle accoglienze, riprende il discorso dalla fosca semi-industrial degli ultimi Sigur Rós di Kveikur e di pari passo guarda a un pop-rock maggiormente comunicativo, con l’aiuto di A. G. Cook di PC Music in fase di produzione. Shiver è un disco di contrasti, come quelli tra la voce dreamy del suo padrone di casa e i fendenti elettronici. Basti pensare che per i due duetti in scaletta sono stati chiamati due nomi agli antipodi: Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins e Robyn. In Italia, uno che esce da ogni comfort zone lo abbiamo eccome e si chiama Marco Parente: LIFE, settimo album realizzato in completa autonomia artistica a suggello di una carriera ultraventennale, è un esempio di scrittura talmente alta da potersi soffermare sull’essenziale ed è uno sguardo ricettivo a quel che succede fuori dai nostri confini, tra influenze di nuovo R&B e flamenco.

Tanto altro c’è stato di buono e ci sarebbe da ricordare: Beatrice Dillon, Caribou, Katie Gately, King Krule, Daniel Avery + Alessandro Cortini, Military Genius, Fiona Apple, Perfume Genius, Coriky, Lucrecia Dalt, Protomartyr,  ecc, ecc. Chiudo però con il party dell’anno per eccellenza, ovvero quello orchestrato da Róisín Murphy, che è l’unica e inimitabile Róisín Machine per il dancefloor. Prodotto da Crooked Man/DJ Parrot, Róisín Machine è uno scintillante, irresistibile, esagerato tripudio di groove house e classe soul da far girare la testa e da far girare incessantemente in attesa di poter tornare davvero in pista, in ogni senso.

    1. Jehnny Beth – TO LOVE IS TO LIVE
    2. Nine Inch Nails – Ghosts V-VI 
    3. Jónsi – Shiver
    4. Marie Davidson – Renegade Breakdown
    5. Nicolas Jaar – Cenizas
    6. Anna von Hausswolff – All Thoughts Fly
    7. TORRES – Silver Tongue
    8. Moses Sumney – græ
    9. Lorenzo Senni – Scacco Matto
    10. Deradoorian – Find The Sun
    11. Kaki King – Modern Yesterdays
    12. Muzz – Muzz
    13. Agnes Obel – Myopia
    14. Deftones – Ohms
    15. Einstürzende Neubauten – Alles In Allem
    16. Algiers – There Is No Year
    17. Shabaka Hutchings & The Ancestors – We Are Sent Here By History
    18. Oneohtrix Point Never – Magic Oneohtrix Point Never
    19. Noveller – Arrow
    20. Fontaines D.C. – A Hero’s Death
    21. SAULT – UNTITLED (Black Is)
    22. Mr. Piss – Self-Surgery
    23. Marco Parente – LIFE
    24. Róisín Murphy – Róisín Machine
    25. Apocalypse Lounge – Apocalypse Lounge

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