Più la osservo e più realizzo la rapsodia folle di quest’anno. I nostri ascolti spesso riescono a raccontare di noi molto più delle nostre parole. E osservando questa lista, o classifica che dir si voglia, questo phamplet di memorie e affetti sonori, mi rendo conto di non avere alcun filo rosso a guidare il mio resoconto di fine 2020. Credo sia un bene, lo ammetto. Trovare la sintesi giusta per dodici mesi folli, privi di ogni equilibrio possibile, sarebbe forzare un rapporto tra concreto e astratto, tra realtà e sogno – quello in cui ci immergiamo nell’attimo dell’ascolto – che troverei di cattivo gusto. Io il 2020 lo ricordo male, ma so che suona (ancora) benissimo.
Qualche settimana fa, su Twitter, un utente con un gattino dolcissimo nella profile pic ha scritto “good times to be a music lover”. Ha ragione, e in pochi lo sottolineiamo a dovere. Tutta questa roba che ci arriva nell’arco di una notte e che ingurgitiamo felici, a volte senza filtri, senza attese, senza saperne nulla, ecco, tutta quella roba sono dischi che presuppongono non solo un lavoro che ha a che fare con il talento e il sentire degli artisti ma necessita anche della sapienza tecnica di chi quel disco lo livella, lo mixa, lo produce, lo distribuisce, ne cura l’artwork e poi si preoccupa di far sì che arrivi a tutti, sotto varie forme, con diversi tipi di spettacoli, passivi e attivi nel momento in cui spostiamo i nostri corpi in salotto o sotto un palco (sic, torneremo).
Tutto ciò mi fa pensare al rapporto romantico, quasi di corteggiamento che ho instaurato negli anni con questa roba, i dischi, quando li aspetto, quando arrivano, quando posso farli miei. E poi ho capito che a volte quei dischi decidono per te, e decidono di trasformarsi nell’occasione che altrove non ti viene data: quella di capire il presente, e di farlo mentre – diciamolo senza indugi – stai bene. Avete presente quel momento in cui si inizia a rivestire ogni prodotto culturale, ogni disco, ogni film, ogni libro, del sacro fuoco del necessario? Quante volte lo abbiamo sentito usare in modo improprio, spesso fuori luogo ma sempre guidato dal vuoto che si veniva a creare attorno alla narrazione sbagliata di un fatto, di un evento, spesso doloroso, perdendone tanto il controllo quanto il criterio. Tante, troppe. Ve le ricordate?
Poi è scoppiato il 2020, il nostro oggi. Fatto di mondi che bruciano, di contagi che si fanno pandemici, di corpi che si schiacciano, di uomini che tolgono il fiato ad altri uomini dopo aver loro già sottratto la parola, di politiche tossiche e non politiche atossiche, di donne ridotte e no, non dovremmo dire a cosa perché non avremmo dovuto permettere a nessuno di ridurci, di razzismo sistemico, normative discriminatorie, gap economici incolmabili. E di necessario si è parlato con enfasi, a volte con livore altre con triste consapevolezza: ogni prodotto viene rivestito dell’aura del necessario quando nessuno capisce più cosa stia accadendo non solo al mondo ma anche al proprio vicino di casa.
In questa attualità caotica e in crisi c’è una cosa che è risorta e che, anche a livello musicale, mi ha permesso di non dare per scontato questo 2020. I collettivi.
Mossi da un’idea un po’ naif di unione e capacità collaborativa che nella società odierna dell’uomo che deve farsi da solo imponendosi sull’altro, provoca a molti brividi di freddo. Eppure è così elementare capirne il messaggio che sta alla base, quell’unione non casuale, non ammassata, di menti e corpi che separati perderebbero molto del loro potere.
I SAULT, collettivo di cui non si sa praticamente nulla se non che vengono da Londra, hanno pubblicato il loro secondo album quest’anno, Untitled (Rise), che poi è il quarto negli ultimi due, fregandosene del music business e continuando a dire cose, a cantarle. Senza rilasciare interviste o comunicati stampa, e devolvendo in beneficenza i proventi dei loro dischi. Perché c’è da dire tanto di questo mondo allo sbando che abbiamo bisogno di nuovi sguardi del collettivo britannico, capaci di detergere come il gel trasparente che ci versiamo addosso tutti i giorni, la linea temporale del nostro cervello. Non me la sento di scomodare valori assoluti o sistemi religiosi ma con questa piccola discografia del potere, tolto e imposto, l’operazione musicale dei SAULT assume finalmente una veridicità alchemica che forse non pensavamo possibile, cinicamente legati all’idea della speculazione valoriale; è la distillazione che rende il piombo argento vivo, è l’apoteosi spietata di una vena che si è ingrossata per troppi anni. È l’urgenza che non compromette la qualità, è la militanza che suona. E come suona bene. Funk, soul, boogie, club music, spoken word, canti di protesta, tutto reso ballabilissimo da un respiro che arriva dai Settanta, dalla voglia di riprendersi gli spazi, col corpo elettrico che danza e rifugge ogni violenza. La sonorizzazione socio-politica delle battaglie targate Black Lives Matter sta anche nel desiderio di ballare (I Just Want to Dance). Come scrive Carlo Babando nel suo ultimo libro Blackness (Odoya), “per comprendere ogni cosa, tuttavia, il più delle volte vi basterà mettere in cuffia il vostro brano preferito, non ha importanza che si tratti di soul, jazz o rap. È così che funziona: l’incantesimo del dolore e della speranza che si riverberano lungo le correnti del tempo, come cerchi sull’acqua dell’oceano. Lo vedrete scorrere, ancora una volta, tra Africa e America”. E se a giugno, su queste pagine, provavo a mettere insieme quei fili, solo apparentemente invisibili, che legano Marvin Gaye a 2Pac e che fanno della musica una delle più potenti armi di conoscenza e consapevolezza che abbiamo a disposizione, oggi, dopo sei mesi la richiesta di un suono che continui a raccontare il presente si è fatta più forte che mai.
I dischi che i SAULT hanno fatto uscire nell’arco degli ultimi dodici mesi non sono solo una celebrazione degli eccezionali doni e talenti musicali di questo strepitoso collettivo, ma anche una celebrazione della gioia della musica stessa. So che continueranno a dire cose, a far uscire dischi, a raccontare la storia mentre accade, a riempire con contagiosa e combattiva intensità la mia casella del necessario. A volte ne basta una. Fosse solo per pensare che alla fine, una rinascita sarà possibile.
Ed è lì, nella crepa tra la speranza e la frustrazione, che trova spazio anche la storia di scambi e relazioni narrata nello splendido To Cy & Lee: Instrumentals Vol. 1, ultimo disco di Alabaster DePlume. Passo così dall’avere bisogno di parole, tante, giuste a una necessità che si esplicita nel solo suono come quello di un album strumentale di rara eleganza. Registrato nelle sale del Total Refreshment Centre di Londra, ormai residenza artistica e personale di DePlume, presenza catalitica della fiorente scena jazz londinese, e inteso come una sorta di restituzione, di dono alla città, alle sue persone. Sono brani strumentali ispirati agli incontri che l’artista – noto altresì come Angus Fairburn – ha vissuto durante i mesi di volontariato presso il Manchester Ordinary Lifestyles, un ente di beneficenza che aiuta le persone con disabilità a vivere in autonomia.
Di nuovo l’attivismo, di nuovo la politica che diventa la nostra vita. Un attivismo espresso attraverso una musica meravigliosa che abbatte le barriere incoraggiando l’emozione più potente: la connessione. La musica come comando sociale regala un disco organico e dolcissimo fatto di timide e soffocanti melodie di sax, accordi atmosferici e downtempo. In quello che è a tutti gli effetti un periodo turbolento, dominato dalla divisione e dalla paura, DePlume ha davvero creato un incredibile capolavoro, una cura concreta per i giorni più neri.
Nero, come il colore della notte sonorizzata dai Bohren & Der Club Of Gore, signori del dark-jazz alle prese con un ritorno dai toni smussati; Patchouli Blue è un disco fatto di ottoni elegiaci e synth bruniti, poggiato su un’ineffabile stato ipnagogico sostenuto da vibrafono e contrabbasso. La sensualità sinistra che caratterizza il loro sound accoglie nuove variazioni più vicine al realismo jazz che al doom. Siamo di fronte all’ennesimo, dopo ben 25 anni di carriera, riuscitissimo, viaggio al termine della notte.
Oscuro, notturno e criptico si rivela il romanzo radiofonico composto da Daniel Lopatin, un trionfo di pop digitale, di suono plastificato, una densità ipnagogica che si deforma a colpi di synth spaziali, percussioni glitchate e trasmissioni caleidoscopiche. Magic Onehotrix Point Never è uno dei progetti più ambiziosi e fantasisti della sua produzione nonché il più collaborativo fino ad oggi, con Arca, Caroline Polachek, The Weeknd e Nolanberollin che regalano memorabili feat. Di tumulti e rivoluzioni all’antitesi dell’inorganico di Lopatin parla invece la musica di Daniel Blumberg che quest’anno ha scritto un disco enorme di cui è assai ostico riuscire a parlare senza scadere nelle solite nenie banalotte sul dolore. Fondamentalmente dovremmo arrenderci al fatto che non ci sono sempre le parole giuste per descrivere ogni emozione; e il suo On&On&On, così spinoso, ostico, delirante, è il ritorno desiderato e sorprendente, l’enfasi perfetta per la pulsione cruda e jazzistica degli strumenti che ne stanno alla base. Come per Blumberg, anche per il cileno Jaar l’uso di aggettivi come atmosferico non basterebbe a descrivere la vastità sonora che ci viene offerta dal suo Cenizas. Ogni traccia è intrisa di una foschia nera così densa che potremmo affondarci le dita. E attraversarne il suono è un po’ tentare di superare un luogo oscuro, ammuffito e malvagio. La gravitas di cui è intriso si manifesta nelle scelte mature e ponderate di un Jaar mai così ricercatore: diviene naturale riflettere su come un disco così possa essere elaborato e compreso in un momento di ansia globale. Dopo numerosi ascolti Cenizas continua a fornire più domande che risposte, e questo è esattamente il motivo per cui è il miglior lavoro di Jaar, un enigma futuristico in cui il presente – sublime ovvero il fascino dell’orrore – vi precipita dentro.
Chi analizza il presenza e il futuro è anche Shabaka Hutchings nel suo poema sonoro di tradizione africana e afro-caraibica: We Are Sent Here By History, mediazione sull’inevitabile estinzione dell’umanità a causa dell’avvicinarsi dell’apocalisse climatica, è una nuova apocalisse che corre e respira con il suo sax tenore fuoripista. Nel cuore ha John Coltrane, nella spiritualità Pharoah Sanders. La rivoluzione jazz made in Britain sembra interessare alcuni dei migliori lavori dell’anno, sotto il cielo di un suono caldo e rivelatore. Alcuni nomi? Nubya Garcia, King Krule, Wilma Archer. Se è la paternità a segnare soprattutto il ritorno massiccio di Archy Marshall che con Man Alive! sviluppa un austero e atmosferico collage di vignette dalla Gran Bretagna contemporanea declinando il jazz nella sua matrice più noir, l’incendiaria Nubya Garcia porta avanti la sua personalissima (e politicizzata) ricerca attorno al mare che intercorre tra jazz e dub, post bop ed esplorazioni free progressive. Nuovo è invece il nome di Archer, al secolo Will, già Slime, che con A Western Circular dipinge archi ingialliti, fluidi ansiogeni e jazz stratificato; è una nostalgia che mette in risalto un impressionante repertorio strumentale in quello che suona come un tuffo nelle profondità inesplorate del lounge jazz e del trip hop.
A proposito di ritorni, ricordo con estremo piacere quello di Georgia Anne Muldrow che mette nuovamente in moto il suo progetto Jyoti – un nome che le è stato dato direttamente da Alice Coltrane – e lo fa con una nuova emozionante esplorazione di free jazz e funk cosmico. Il suo Mama, You Can Bet! fonde il funk, il soul e l’R&’B a tinte hip-hop con incursioni jazz espansive e mostra, per l’ennesima volta, il talento eclettico e la conoscenza sconfinata della Muldrow. Ma quest’anno sono tornati anche i Monophonics, una delle migliori live band della scena soul: con il loro It’s Only Us, il suono senza tempo che li ha sempre accompagnati si mescola morbidamente a inebrianti dinamiche funk in stile Blaxploitation. Sperato il ritorno di Nadine Shah col suo arrabbiatissimo Kitchen Sink, inaspettato – per chi scrive – quello firmato Strokes, mai così credibili e dritti come in The New Abnormal. E rivelatorio quello del trio psych-rock texano Khruangbin che con Mordechai illumina la forma canzone, qui esplorata con acuta eleganza.
I casi dell’anno? Almeno tre nomi: Moses Sumney che è molto – molto! – di più di una bella voce, e con il tentacolare græ dimostra tutta l’ambizione e la forza di una scrittura artigianale e inquietante al tempo stesso, J.Hus il cui flow e la capacità di azzeccare sempre il ritornello hanno un solo nome, talento. E Yves Tumor signori. Qualcosa di particolarmente unico: in parte autore sperimentale, in parte scintillante rock star, in parte sinuosa icona cult dell’R&B, poche persone sfidano la categorizzazione con un tale stile. Il suo Heaven To A Tortured Mind è un disco avvincente, erotico e viscerale con un piglio infuocato e a tratti totalmente disorientato. Una perdizione stavolta davvero necessaria.
Il nostro Belpaese sembra lievemente assopito dietro a una scena – quella trap – che ha fagocitato ogni interesse, ogni carriera, ogni sogno adolescenziale. Di cose buone ne sono uscite. Penso a I Mortali, del duo Colapesce Dimartino, un disco fatto di appartenenze, luoghi sacri della Sicilia, suoni antichi, amore salvifico. Fra arrangiamenti beatlesiani, lunghe cavalcate sul precipizio del più bel pop, il duo siculo è riuscito nell’impresa di una scrittura a quattro mani priva di fratture nervose e scatti stonati. Antonio e Lorenzo sono diventati una cosa sola. Degni di nota anche i nuovi lavori a firma Campos (brillantissima conferma), Colombre (calviniano come non mai), Teho Teardo (ennesima prova di eleganza e ricerca che recupera lo spirito illuminista di Diderot e d’Alembert).
Tirare le somme da un punto di vista musicale è forse l’unico brandello di normalità che ci rimane, l’unico sfizio che possiamo concederci alla fine di un anno che ha sì distrutto, tolto, sradicato certezze ma che è riuscito a risvegliare una coscienza collettiva sopita da anni. Proprio quando le piazze ci sono interdette, quando i corpi non possono unirsi nella lotta, spalla a spalla, è proprio quello il momento in cui riscopriamo la necessità di riappropriazione di uno spazio fisico e politico che per troppo tempo ci siamo negati. Non so quando questo sarà possibile, di sicuro non in tempi brevi; ecco che la libertà, il sentirci a proprio agio può e deve passare da un’altra lotta, da una militanza culturale che si realizza attraverso le canzoni, questi oggetti incorporei ed eterni che possiamo spararci in cuffia senza timore di essere giudicati, offesi, pestati. Fate la vostra parte, non scegliete le canzoni giuste ma quelle che vi faranno trovare la vostra parte nel mondo. Perché se non vi cambieranno, dovrebbero almeno ricordarvi qualcosa che è profondamente vostro ma di cui con ogni probabilità avete perso le tracce; qualcosa che non è mai svanito del tutto, e che, se evocato dalle note giuste, risponde ancora, come uno spirito risvegliato da un prolungato torpore grazie al tocco azzeccato di un dito o al silenzio perfetto tra le note.
Are you scared of your life? You running every night
You just gotta hold on brother
Don’t lose yourself, don’t let them make you lose yourself
You know?
Don’t let nothing, no one
- SAULT – UNTITLED (Rise)
- Alabaster DePlume – To Cy & Lee: Instrumentals, Vol. 1
- Bohren & Der Club Of Gore – Patchouli Blue
- Oneohtrix Point Never – Magic Oneohtrix Point Never
- Daniel Blumberg – On&On&On
- Nicolas Jaar – Cenizas
- Shabaka Hutchings & The Ancestors – We Are Sent Here By History
- King Krule – Man Alive!
- Campos – Latlong
- Nubya Garcia – SOURCE
- Wilma Archer – A Western Circular
- Jyoti – Mama, You Can Bet!
- Monophonics – It’s only us
- Moses Sumney – græ
- J Hus – Big Conspiracy
- Nadine Shah – Kitchen Sink
- Colombre – Corallo
- Theo Taddei – LOTO
- Yves Tumor – Heaven to a Tortured Mind
- Teho Teardo – Ellipses dans l’harmonie
- The Strokes – The New Abnormal
- Colapescedimartino – I Mortali
- Alex Izenberg – Caravan Château
- Anna Von Hausswolff – All Thoughts Fly
- Khruangbin – Mordechai