Raccontare un 2020 in cui la musica è stata necessariamente messa in secondo piano non è facile. Non so dire se è per il contorno extra-musicale o meno, ma quest’anno ho fatto fatica a trovare un album, un EP o un nuovo artista in grado di smuovere davvero le acque o di alzare l’asticella oltre quella linea di confine che separa un gran bell’album dal capolavoro capace di resistere alla prova del tempo.
Le opere migliori – per chi vi scrive – sono principalmente delle conferme: Perfume Genius e Protomartyr sono arrivati probabilmente all’apice delle rispettive carriere (due delle più immacolate degli ultimi dieci anni) con Set My Heart On Fire Immediately e Ultimate Success Today ma probabilmente solo il tempo dirà se Set My Heart On Fire Immediately vale tanto quanto un No Shape o un Put Your Back N 2 It o se No Shape Ultimate Success Today vale tanto quanto Relatives in Descent. Parliamo comunque di due album che hanno poco da spartire con quella che verrà ricordata come “la musica dei 20s”, se mai ci sarà.
Altra conferma arriva dai Fontaines D.C., capaci di superare a pieni voti l’ostacolo del secondo album con A Hero’s Death, un lavoro più equilibrato e universale rispetto all’esordio. Se c’è un album da consigliare trasversalmente agli appassionati di rock-something (compreso quelli meno intransigenti) è probabilmente questo, molto più di Ultra Mono degli IDLES, a mio avviso decisamente deludente rispetto ai due album precedenti. Se parliamo di conferme non possiamo non citare i Run The Jewels che con RTJ4 si avvicinano all’inarrivabile RTJ2 o Fiona Apple che con – il forse sopravvalutato – Fetch the Bolt Cutters (onestamente cosa ha in più di The Idler Wheel…?) fa ancora centro.
Parlando di proposte fortunatamente meno ancorate ai suoni del vecchio millennio abbiamo un Yves Tumor in grandissima forma (Heaven to a Tortured Mind), un King Krule che continua a fare un campionato a parte (Man Alive!), i clipping. che con Visions of Bodies Being Burned trovano probabilmente la quadra definitiva e Arca (KiCk i) che cambia tutto in ottica pseudo-pop senza snaturare le derive avant-glitch-deconstructed.
Come ritorni stilistici possiamo inquadrare due tendenze che hanno caratterizzato l’anno grazie ad una concentrazione di release abbastanza inaspettata. Da un lato abbiamo una carrellata di album disco-pop di ottima fattura (Jessie Ware – What’s Your Pleasure? e Róisín Murphy – Róisín Machine in primis, con DISCO di Kylie Minogue un po’ sotto e Future Nostalgia di Dua Lipa ancora più sotto) che possiamo far sfociare addirittura nel revival french house di India Jordan (For You EP) o nelle sfumature outsider house di DJ Sabrina the Teenage DJ (Charmed). Dall’altro lato i chitarroni pesanti 90s virati shoegaze portati in scena dal sorprendente comeback targato Hum (Inlet) e dai buoni lavori dei Deftones (Ohms), dei Narrow Head (12th House Rock) e dei Nothing (The Great Dismal).
Se parliamo di stili e generi, va constatata l’esplosione mediatica (ancora molto internet-centrica) del cosiddetto hyperpop, ovvero quel termine ombrello che raccoglie le evoluzioni della bubblegum bass/ PC Music e della frangia più pop della deconstructed club. Una americanizzazione – se vogliamo – di cose che conoscevamo già, però in quanti ai tempi di Bipp di Sophie (2013) avrebbero scommesso che sette anni più tardi saremmo stati ancora qui a parlare di questo sound/estetica come qualcosa di contemporaneo se non addirittura “nuovo”?
Sul cantautorato molto bene – come prevedibile – Phoebe Bridgers (Punisher), Moses Sumney (græ), Adrianne Lenker (songs) e Phil Elverum in formato The Microphones (Microphones in 2020, rigorosamente da “vivere” guardando il cortometraggio). Pure Laura Marling non sbaglia un colpo (Song For Our Daughter) e in questa categoria non possiamo ovviamente non citare Bob Dylan (Rough And Rowdy Ways). Sufjan Stevens? The Ascension è un buon disco ma – escluso un paio di episodi – probabilmente andrebbe inserito nella seconda metà in una ipotetica classifica dei migliori album di Sufjan.
In ambito elettronico gli assi sono scesi verso fine anno e anche qui parliamo di conferme: Oneohtrix Point Never e il suo album “pop” (MAGIC ONEOHTRIX POINT NEVER) e William Basinski che imbastisce memorie pre-fine del mondo con il suo Lamentations, perfetto per chi è orfano di The Caretaker (che nel frattempo è diventato un caso internet-centrico da milioni di visualizzazioni su Youtube). A seguire due altri big dell’elettronica post-00: Nicolas Jaar, sia a proprio nome (ben due album, Cenizas e Telas, più che buoni) sia in formato A.A.L (2017 – 2019) e Caribou (Suddenly).
Sulle chitarre abbiamo un Jeff Rosenstock decisamente ispirato (No Dream), degli Happyness impegnati a scrivere belle canzoni dal retrogusto 90s (Floatr) e sul versante psych i francesi SLIFT che con Ummon inglobano al meglio tutte le sfaccettature lisergiche del rock (space, heavy, stoner…) e i ritrovati Flaming Lips che tornano a fare le cose semplici con un invariato gusto melodico senza tempo (American Head). Buono anche il ritorno dei Bambara (Stray) anche se continuo a preferire il precedente Shadow on Everything (su queste coordinate non male anche i Wailin Storms di Rattle) .
Decisamente buoni i sophomore di Sevdaliza (Shabrang) e Kelly Lee Owens (Inner Song), mentre anche nel 2020 è lunga la lista degli outsiders (album poco etichettabili ma con elementi degni di nota): Bob Vylan (We Live Here EP, una batosta UK-based tra punk, rap, grime e crossover), Sewerslvt (Draining Love Story, drum&bass per la generazione post-vaporwave), Pink Siifu (Negro, l’urlo necessario negli USA del 2020), Jean Dawson (Pixel Bath, una manciata di mancate hit tra indie e emo-rap), Material Girl (Tangram, sperimentazioni a servizio dell’hip hop), Zebra Katz (Less Is Moor, l’hip house dell’americano funziona anche su formato lungo), Eartheater (Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin, astrazioni elettroacustiche per un cantautorato post-folk), Horse Lords (The Common Task, implacabile turbinio math-kraut virato al totalismo), Sprain (As Lost Through Collision, post-slow-noise rock come lo si faceva nei 90s), Daniel Blumberg (On&On, il solito Daniel ma sempre più free-form), Sault (UNTITLED (Black Is), il manifesto per un nuovo soul-altro), Slauson Malone (Vergangenheitsbewältigung, una sorta di risposta made in USA a Krule: r&b, soul, hip hop, hypnagogic, folk, jazz, glitch e abstract), Shady Nasty (Bad Posture, tentativi per un crossover 3.0 tra post-punk e trap), Haunted Disco (Commodore, hypna/chillwave), Acetantina (Temple of Null, interessante mix tra footwork pestosa e vaporwave), Irreversible Entanglements (Who Sent You?, jazz-poetry), Fax Gang (FxG3000, curioso incrocio tra cloud rap, trap ed elettronica clamorosamente lo-fi), Soccer96 (Tactics, due terzi dei The Comet Is Coming tra krautrock e dance-punk), Penelope Scott (Public Void, filastrocche bedroom dal piglio angst adolescenziale), Clown Core (Van, grottesco mix di grind, jazz-core, d&b, noise, breakcore e porno-jazz), Backxwash (God Has Nothing to Do With This Leave Him Out of It, hip hop, industrial, horror e oscurità), Døves (Ultraclub4k, rivisitazioni di classici eurodance, trance, hardstyle in formato emo-trap) e ci mettiamo pure A.G Cook che ormai ha aperto – a modo suo – le porte al pop a 360°.
Album forse meno interessanti ad altezza indie-something che ho ascoltato con molto piacere: Nation of Language (Introduction, Presence, synthpop), Bonny Light Horseman (Bonny Light Horseman, folk), Rolling Blackouts Coastal Fever (Sideways to New Italy, jangle-pop), Bdrmm (Bedroom, dream/post-punk), Muzz (Muzz, indie rock), Touché Amoré (Lament, post-hc), Porridge Radio (Every Bad, indie rock), Young Jesus (Welcome to Conceptual Beach, art rock), Dogleg (melee, emo), Honey Harper (Starmaker, country), Lomelda (Hannah, bedroom folk), Salem (Fires in Heaven, la witch house dieci anni dopo), Future Islands (As Long as You Are, i soliti FI), Holy Motors (Horse, dreampop) e l’Ep di Kurt Vile. Sul versante più vicino al sophisti-pop molto bene – dopo i promettenti EP – gli esordi lunghi di Westerman (Your Hero Is Not Dead) e Better Person (Something to Lose). Non male anche i ritorni di Sean Nicholas Savage (Life Is Crazy, sempre più melo-disneyano) e TOPS (I Feel Alive).
Sul versante Hip Hop, oltre ai nomi già citati, sicuramente degni di nota Freddie Gibbs+The Alchemist (Alfredo), Ka (Descendants of Cain), Denzel Curry (Unlocked), R.A.P. Ferreira (Purple Moonlight Pages), Armand Hammer (Shrines), mike (Weight of the World), Aesop Rock (Spirit World Field Guide) e tutto il giro della Griselda Records: Westside Gunn, Benny the Butcher e Conway the Machine).
Se parliamo di pop in senso generico, impossibile non citare Charli XCX e il suo How I’m Feeling Now: pur continuando ad essere principalmente un feticcio da addetti ai lavori (commercialmente vende meno di tanti artisti che reputiamo di nicchia) Charli confeziona – durante il lockdown – il suo album migliore, concretizzando definitivamente la sinergia con l’hyperpop (vedi sopra, singolo Ringtone con i 100gecs compreso). Continuando, Christine and the Queens ha proposto alcune delle sue migliori canzoni di sempre nell’EP La Vita Nuova (compresa la titletrack con Caroline Polachek), Annie è tornata – in formato dream-synthwave – con il buon Dark Hearts e persino i Killers sembrano tornati a saper scrivere del discreto pop-rock (Imploding the Mirage) dopo tre album dimenticabili. Detto questo, il vero mattatore pop del 2020 è stato indubbiamente The Weeknd. Sua la canzone più ascoltata (Blinding Lights) e suo uno degli album più “venduti” dell’anno, ovvero quell’After Hours che ha rilanciato le quotazioni dell’americano dopo due dischi di incredibile successo (Beauty Behind the Madness e Starboy) in fin dei conti però non così interessanti. Ovviamente i livelli qualitativi di House of Balloons sono lontani ma ci accontentiamo.
The Weeknd ci serve come ponte per parlare di tutto ciò che facciamo finta di non vedere, ovvero quello che davvero va per la maggiore. Perché oltre all’ormai affermata trap (ma non doveva durare tre-quattro anni al massimo?) che continua a dominare ascolti e classifiche, sono il latin pop (nella sua versione reggaeton-misto-trap) e il k-pop a fare la differenza quando si parla di numeri. Diciamo che l’unico aspetto positivo di tutto ciò è l’abbattimento del monopolio di quella che consideriamo musica occidentale/anglofona, per il resto lascio giudicare ad altri. In ambito trap sono stati gli album postumi di Pop Smoke (Shoot For The Stars Aim For The Moon) e Juice WRLD (Legends Never Die) ad aver fatto il vuoto davanti ad una schiera di inseguitori divisi tra “vecchie glorie” e nuovi one hit wonders (Lil Uzi Vert, Lil Mosey, Lil Baby, DaBaby, Future, Polo G, Internet Money, 24kGoldn…). In ambito latin-pop per ogni Lido Pimienta che prova – riuscendoci alla grande – ad andare oltre certi stereotipi (Miss Colombia), ci sono centinaia di Bad Bunny (addirittura tre album in dodici mesi, di cui YHLQMDLG il più ascoltato del 2020 su Spotify), Maluma, J Balvin, Ozuna, Anuel AA o Nio Garcia. Per quanto riguarda il k-pop di esportazione il 2020 ha visto la pubblicazione degli album delle due formazioni di maggiore successo: i BTS (Map of the Soul: 7, ovvero l’album più venduto dell’anno, con distacco) e le BLACKPINK (The Album). In questo scenario, come quarto incomodo abbiamo un Tik Tok che ha iniziato a cambiare le regole del gioco, chiaramente non in positivo.
Per quanto riguarda il made in Italy metterei al primo posto Pufuleti (Catarsi Aiwa Maxibon, hh surreal-sperimentale old school) ma in ambito hip hop anche l’esordio di Speranza (L’ultimo a morire) ha ridato speranza (scusate…) ad un genere ormai in mano alle logiche di streaming. Buono il livello nel songwriting con Francesco Bianconi che esordisce con un disco non privo di difetti ma comunque valido (Forever), con Birthh che supera alla grande la prova del secondo disco (WHOA) e altri giovani (Germanò, Rareș, Colombre, Lucio Corsi, Tutti Fenomeni) che, pur dovendo ancora dimostrare molto, tentano di dare varietà e colore ad un sempre più stantio itpop. Parecchie uscite interessanti anche sul fronte elettronico: oltre ai soliti Lorenzo Senni (Scacco Matto), Clap! Clap! (Liquid Portraits), Populous (W) si affacciano anche Fera (Stupidamutaforma) e Andrea (Ritorno). Riuscito anche il side-project synth/minimal pop Il Quadro di Troisi (Donato Dozzy e Eva Geist). A livello di band è forse Canale Paesaggi dei Post Nebbia l’album più fresco. Fuori dalla “bolla” la situazione è quella che conosciamo, ovvero un mercato in mano ai (t)rapper-via-streaming in cui l’unica domanda da porsi è “quanto durerà ancora?”.
Delusioni dell’anno: Grimes, Tame Impala, Idles, Algiers e soprattutto Car Seat Headrest.
Un nome per il 2021: Black Country, New Road (che era già quello per il 2020 ma le cose sono andate diversamente).
- Perfume Genius – Set My Heart On Fire Immediately
- Protomartyr – Ultimate Success Today
- Yves Tumor – Heaven to a Tortured Mind
- Fontaines D.C. – A Hero’s Death
- Run The Jewels – Run The Jewels 4
- Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters
- King Krule – Man Alive!
- Hum – Inlet
- Oneohtrix Point Never – MAGIC ONEOHTRIX POINT NEVER
- William Basinski – Lamentations
- Clipping – Visions of Bodies Being Burned
- Jessie Ware – What’s Your Pleasure?
- Moses Sumney – græ
- Jeff Rosenstock – NO DREAM
- Phoebe Bridgers – Punisher
- Arca – KiCk i
- Happyness – Floatr
- Westerman – Your Hero Is Not Dead
- Charli XCX – How I’m Feeling Now
- Jean Dawson – Pixel Bath
- Uncut Gems
- Boże Ciało [Corpus Christi]
- The Last Hillbilly
- Portrait de la jeune fille en feu
- Never Rarely Sometimes Always
- Tenet
- Richard Jewell
- The Trial of the Chicago 7
- 1917
- Crip Camp: A Disability Revolution