“It’s No Game”, cantava giusto quei quaranta anni fa un Bowie in procinto di consegnarsi agli Eighties con l’intenzione di uscirne vivo e vegeto. Ok, questo 2020 non è stato un gioco. Non lo è stato per niente. Per colmo di ironia, e ammesso che ve ne freghi qualcosa, nel mio caso è iniziato esattamente come un gioco: per la prima volta ho partecipato a uno di quei veglioni a tema, una specie di gioco di ruolo che vedeva i commensali nella parte degli ostaggi di – tenetevi forte – La casa di carta. Immaginate: i camerieri con la celebre tuta rossa, le mascherine di Dalì, le armi (giocattolo) puntate su di noi mentre – bendati – ci accompagnano a i tavoli.
Immaginate: il menù formattato sui nomi dei protagonisti della serie (ovvero, di città: antipasto Tokyo, lasagne Berlino, roast-beef Denver…), mentre tra una portata e l’altra si svolgevano piccole gare vagamente nerd per chi della trama ricorda ogni risvolto. Insomma, ci siamo capiti. Poco dopo la mezzanotte, coi fuochi d’artificio che si riflettevano sul laghetto accanto al ristorante, mentre l’aria notturna vibrava fin quasi a scricchiolare, pensavo che in fondo avrei potuto sperare in un anno anzi in un decennio non troppo traumatico, persino dolce, perché no?

Ce li ho ancora negli occhi, quei fuochi d’artificio, e la flute di spumante tra le dita, e quell’accolita scompaginata di persone che come me erano ostaggio di un gioco di cui solo un paio di mesi più tardi avrei intuito la portata simbolica. Non potevo saperlo, ma stavo vivevo la sigla finale o iniziale di qualcosa d’inaudito. It’s no game, signori miei. In tutto ciò, però, ci sarebbe da parlare di quel giochino innocuo che sono le classifiche di fine anno. Eh, no. Vale anche per loro: non è (più) un gioco. Quando la valanga arriva, travolge tutto. E tutto accartoccia sotto il suo peso. Ascoltare dischi? Valutarli? Metterli in fila? Secondo quale ordine o criterio? Rispetto a cosa?
Sono convinto che, malgrado tutto (un malgrado tutto che, ne convengo, è davvero tanta roba), sia stato un buon anno, musicalmente parlando. Non particolarmente bello, ma buono. In ogni caso non si può prescindere da una considerazione principale: il paradigma post-streaming – secondo il quale per gran parte dei musicisti la maggior parte dei ricavi si è spostata dalla vendita del supporto alla vendita della performance – da febbraio in avanti si è letteralmente polverizzato. Il congelamento della stagione concertistica sarà pure una circostanza temporanea, ma è evidente che nel medio periodo non sarà possibile riattivare il meccanismo ai livelli precedenti, senza contare che nel frattempo il circuito dei piccoli e medi locali avrà subito un contraccolpo feroce e c’è da prevedere che molti esercizi non riapriranno. Morale: vada come vada, è assai probabile che il modello del sistema musica dovrà ristrutturarsi pesantemente, e questo ci chiamerà a un impegno culturale e politico significativo. Lì si parrà la nostra nobilitate. Teniamolo a mente.
I dischi, malgrado tutto (vedi sopra) sono arrivati, opportuni come salvagenti gettati a naufraghi in un mare grigio e oleoso. Sotto la cappa di un cielo radioattivo. In un crepuscolo lento, sospeso. I miei venti titoli preferiti li vedete sotto, almeno sono abbastanza convinto che si tratti di loro, forse perfino ordinati in un qualche ordine di gradimento, per quel che vale. Ovvero: vale poco, vale niente. Non ho molti dubbi però riguardo al primo posto: ci metto Dylan, con convinzione. Rough And Rowdy Ways è un disco perfettamente chiuso in se stesso, ovvero nel perimetro del multiverso dylaniano, quello che squaderna mondi, luoghi, vite, epoche, del tutto indifferente alla possibilità di rappresentare una qualsivoglia prospettiva, di collocarsi sulla linea evolutiva della musica folk, rock, pop, jazz, blues o comunque la si voglia chiamare. È un disco che recupera le reti di un’esistenza impenetrabile ma sempre profondamente connessa, immersa in un’idea di tempo che include passato e presente in un pensiero solo, l’enigma che non dobbiamo mai smettere di raccontare, e che perciò non smette mai di esistere. E di cui il futuro rappresenta la propaggine inevitabile, la nostra più complessa responsabilità. Di Rough And Rowdy Ways si è detto tra le altre cose che è stato il regalo di Dylan a un mondo atterrito dal lockdown: un po’ l’ho pensato anch’io e lo penso anche adesso. Ma non riesco a non vederci anche una laconica, spietata e perciò franca condanna. Non abbiamo scampo da noi stessi. Non possiamo chiamarci fuori da questo affare ruvido e turbolento.
Sono convinto di questo: i dischi che ho amato quest’anno esauriscono il loro significato per il tempo in cui li ho ascoltati. Magari li ascolterò ancora fra uno, cinque o venti anni, e lo farò con piacere. Ma non li ho apprezzati per come sappiano schiudere prospettive o seguire un solco che possa prefigurare chissà quali esiti. Quello che negli anni passati ho vissuto come una sensazione, un sospetto sempre più solido, adesso è quasi una certezza: la musica non evolve, non procede, casomai arricchisce un catalogo. Aggiunge sfaccettature, versioni, colori a ciò che, essendo stato, c’è. Non ci lasciamo alle spalle nulla, il fiume è diventato un lago. Ti immergi sempre nelle stesse acque, tutte le volte che vuoi. Le possibilità di (voler) ascoltare un Dylan del ‘65 o una Róisín Murphy del 2020 sono sovrapposte, contigue, complementari. Il tempo dei dischi tende sempre più alla simultaneità: un disco nuovo può suonare indifferentemente come un disco dei Novanta, dei Sessanta o degli anni Zero, quindi non è per come suona che si può caratterizzare sulla linea del tempo (comunque ormai dilatata in forma di piano multidimensionale).
Di ognuno dei dischi che ho amato ascoltare in questo 2020, ricorderò il modo in cui si è incastrato col presente: Fiona Apple che smonta e rimonta ingranaggi nello sgabuzzino dell’anima, in perfetta e claustrofobica armonia con la fase centrale del lockdown; Don Antonio che fa crepitare elettricità live rammentandomi la desertificazione dei palcoscenici; Fabio Cinti e la sua implosione nella malinconia senziente, quasi a voler ridefinire lo spazio in cui le emozioni diventano pensiero; i Flaming Lips che fanno i conti con il tramonto di epoche e immaginari, e via discorrendo. Ognuno di questi dischi mi ha raccontato un aspetto dell’attrito con il presente inatteso e indecifrabile in cui sono usciti allo scoperto. Forse questa “funzione” eccedeva le loro intenzioni, ma ne ha costituito il senso profondo in quel momento, ed è probabilmente il massimo dell’intensità che possa attendermi da un disco a questo punto della mia vita. Rispetto a tutto ciò, lo dico col massimo della franchezza, qualsiasi discorso sul valore di un disco nella prospettiva di eventuali evoluzioni del linguaggio musicale, mi sembra avere poco senso o comunque poca importanza.
Non dico che il pop-rock sia finito in un cul de sac, ma di sicuro qualche domanda in merito è giusto farsela. Aggiungo: rispetto alla rincorsa della nuova uscita, trovo sempre più rilevante il peso della riflessione su cosa la musica è stata e ci ha dato da che è divenuta un fenomeno popular. Magari a qualcuno sembrerà triste, ma dal mio punto di vista i momenti musicalmente più intriganti degli ultimi mesi li ho vissuti leggendo. Ovvero: confrontandomi con il senso stesso della musica per me, in ogni prospettiva possibile. Per riconfigurare il sistema, snellire i passaggi, verificare le connessioni. Nell’impossibilità di una musica che sia davvero nuova (nessuno crede più a questa eventualità, grazie al cielo), trovo assai vantaggioso dotarsi di orecchie nuove. I cinque libri che elenco sotto – tutti usciti nel 2020 – sono alcuni tra quelli che più mi hanno spinto a rivedere convinzioni e interpretazioni, a resettare timpani, neuroni e cuore. Molti libri continuano a uscire, molto è uscito negli ultimi anni.
Il rock non è morto, è decollato verso la sua stella nera. Tocca a noi, se vogliamo, decifrarne la rotta.
Dischi
- Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways
- Don Antonio – The Lockdown Blues
- The Flaming Lips – American Head
- Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters
- Fabio Cinti – Al blu mi muovo
- Ryan Adams – Wednesdays
- Humpty Dumpty – Lie/Ability
- Bill Fay – Countless Branches
- The Magnetic Fields – Quickies
- Paolo Zanardi – Un giorno nuovo
- Paolo Benvegnù – Dell’odio dell’innocenza
- Hugo Race And The True Spirit – Star Birth : Star Death
- Wire – Mind Hive
- Kelly Lee Owens – Inner Song
- Umberto Palazzo – L’Eden dei lunatici
- Lambchop – Trip
- Daniel Blumberg – On&On&On
- King Krule – Man Alive!
- Protomartyr – Ultimate Success Today
- Róisín Murphy – Róisín Machine
Libri
Steven Hyden – This Isn’t Happening La storia di Kid A
Casey Rae – William S. Burroughs e il culto del rock’n’roll
Maurizio Blatto – Sto ascoltando dei dischi
Holly George-Warren – Alex Chilton. Un uomo chiamato distruzione
Damiano Cantone e Tiberio Snaidero – Codice Bowie. Cinquanta chiavi per aprire quelle porte