Dodici mesi complessivamente complessi: un anno di crisi, globalmente intesa, che ha sembrato investire ogni campo d’azione; i valori sempre più violentati, la politica sempre più urlata, crisi umanitarie ed economiche senza un piano risolutivo efficace. Il ritratto di un Paese che oscilla tra speranza e disillusione ha confermato così lo iato sempre più profondo tra la dimensione locale e quella nazionale: il legame con il territorio e il rapporto diretto con la realtà quotidiana restituiscono un quadro nel complesso positivo, mentre la realtà nazionale amplifica la portata di alcuni problemi e svaluta le condizioni di un paese in cui permangono sicuramente molte criticità. Come se ci mancasse la capacità di uno sguardo più aperto, capace di andare oltre il proprio spazio vitale e casalingo. Per una paura che nemmeno riusciamo a capire, per un paura fittizia creata molto spesso a tavolino.
C’è una costante inoltre a cui sembriamo esserci assuefatti, la morte. La geopolitica, sempre più difficile, del nostro mediterraneo non ha mai smesso di narrarci corpi, vittime dell’indifferenza, della guerra, della malattia; corpi che hanno riempito tutti quei vuoti istituzionali che in cambio tentano e tenteranno di rimuovere un’idea di Mediterraneo come origine, crocevia, coacervo e panorama di incontri e scambi, culturali e umani. Quello stesso Mediterraneo che continua a essere un cimitero a cielo aperto in cui disumanità e populismi hanno trovato radici profonde. Ma il mare non potrà mai essere di qualcuno e non di qualcun altro. I porti chiusi non esistono né nella semantica né nel diritto internazionale. Sarebbe arrivato il momento di riappropriarci della lingua, dei contenuti e delle politiche. Sarebbe arrivato il momento di analizzare i nostri difetti, il nostro imbarbarimento, in questo umanesimo destrutturato: viviamo un’epoca in cui l’individualismo e la soggettività hanno una prevalenza culturale che ha portato allo sgretolamento dei valori di comunità, collaborazione. Arrendersi al presente è il modo peggiore per costruire il futuro. Soprattutto se distruggiamo la particella segreta delle comunità: quel co. Cooperare, confrontarsi, conoscersi, condividere, coprogettare. Imparare a collaborare è la chiave per uscire dal buio. E ci siamo decisamente dimenticati come si fa.
Quest’anno per fortuna ce lo ricorda qualcuno, grazie alla potenza e alla bellezza della musica. Il secondo album dei C’mon Tigre si intitola Racines, è uscito a febbraio ed è speciale per più di un motivo. Un’autentica connessione con il suono, che continua a sfuggire a qualsiasi classificazione. E va benissimo così. Se deve esistere un podio, fittizio e inutile, quest’anno è il loro. Racines non è semplicemente un disco ma si configura più come un porto aperto. La fiducia che ho nel loro suono mi porta a non voler sapere quale sarà il prossimo accordo, la prossima armonia, mi fido di ciò che non conosco e che arriverà. Un disco che abbraccia soul, dancehall, indie-elettro-jazz, funk, hip hop, afrobeat e musica etnica con una fluidità e un equilibrio che raramente è possibile trovare; un caleidoscopio di umori e sensazioni. Quando pensi di avere afferrato una possibile chiave di lettura, il sound cambia improvvisamente. E ti ritrovi di nuovo, piacevolmente spiazzato. Anche la loro scelta dell’anonimato, sembra voler convogliare tutta l’attenzione sul progetto, non su qualcuno di specifico, ma sull’insieme che dà vita alla musica, e soprattutto a tutti coloro che credono nella purezza del sapere collaborare. I C’mon Tigre sono il grande noi di cui abbiamo bisogno, avvelenati dalla società dell’io.
Ci sono pochi progetti musicali di livello internazionale in Italia, progetti capaci di dare un senso alla parola “ricerca”. Uno di questi è decisamente il loro. Ma volgendo lo sguardo all’estero possiamo abbandonarci all’universo creativo di un trio inglese, basato tanto sull’improvvisazione quanto sulla fiducia reciproca. Andando sempre alla ricerca del fuoco. Con il loro jazz psichedelico ora free ora electro i The Comet Is Coming hanno onorato il 2019 con l’uscita di ben due album – Trust In The Lifeforce Of The DeepMystery a marzo e The Afterlife a settembre – spiazzando l’ascoltatore nel loro essere sempre qualcosa di altro dalla possibilità di mettere un tag su Instagram. Un trio, questo, capace di cambiarci la struttura del dna, soprattutto nella dimensione live.
Accanto a progetti di ricerca si stagliano poi i grandi ritorni, i grandi classici, le conferme sicure, i dischi della maturità. È in questo macromondo che possiamo inserire lo struggimento sommesso e crepuscolare che regala ogni volta la voce di Stuart Staples dei Tindersticks, in questo 2019 alle prese con un album registrato live in studio in soli sei giorni e in analogico. Dopo aver trascorso quasi trent’anni a regalarci una malinconia notturna e romantica, con No Treasure But Hope i musicisti di Nottingham continuano a ipnotizzarci con un groove jazz bramoso e diretto.
Angel Olsen e Sharon Van Etten, portano a compimento i lavori della maturità su lidi completamente diversi: la prima, attraverso una catartica maestosità e arrangiamenti devastanti, si lascia andare a lacrime di classe, sospiri colmi di panico, con gli archi che sembrano presi in prestito da Dusty Springfield; All Mirrors della Olsen è la grandezza di chi non ha più paura di deludere qualcuno, di non riuscire a fare la cosa giusta. È semplice alla fine questa cosa chiamata vita. Soprattutto se ad accompagnarti c’è questa voce, ostinata e argentea. In casa Van Etten, neomamma alle prese con una nuova idea di donna e rocker, la narrazione non è mai stata così potente e sincera. Remind Me Tomorrow è una grande guglia rock, con droni cavernosi e vortici ammalianti.
In terra inglese, Kate Tempest, tossisce abissi di disgusto e disperazione attraverso The Book of Traps and Lessons, l’album più urgente dell’anno. La Tempest striscia attraverso i residui della società: odio, miseria, divisione violenta e normalizzazione del fascismo. Un lavoro ostile e solenne che stravolge e ipnotizza nella sua struttura solenne e monolitica, glaciale e claustrofobica. Tra spoken word, suoni elettronici, basi trip hop, non lontano dall’attitudine dell’ultimo Gil Scott Heron, questa meravigliosa poetessa rabbiosa e lucida, racconta il livido declino dell’Inghilterra della Brexit, dei rapporti tra le persone nel disfacimento civico e sociale.
La musica d’autore è tornata a risplendere nel radicale mutamento compiuto da Glen Hansard che, lontano da casa, in un’afosa estate parigina, ha fatto un disco bellissimo e disperatamente commovente; la sua ha l’aria di essere una vera e propria avventura culturale, in cui i calcoli devono essere liberi, e le nuove direzioni possono significare nuove opportunità. Nuova rivoluzione anche per la norvegese Jenny Hval, sempre più abrasiva: lasciati i vampiri e i paesaggi insanguinati dell’album precedente, ci conduce in una sorta di paradiso naturale col suo massiccio The Practice of Love, un lavoro ispirato al trip-hop e alla trance degli anni ’90.
In casa nostra due dischi, diversissimi per genesi e stile, segnano la piacevolissima ricomparsa dell’idea di band e di cantautore 3.0.: se I Quartieri dopo ben sei anni di silenzio, dimostrano di aver stretto un patto di sangue con la gloriosa scuola romana, e tornano con un album importante che vive la propria contemporaneità senza il terrore di non essere capito, Andrea Laszlo De Simone, fa qualcosa che destabilizza e commuove, andando a tastare meticolosamente il polso a un suono bellissimo.
Suoni superbi arrivano anche dall’Inghilterra dove troviamo il sortilegio delle Nérija: tra le tante cose magicamente toccate da Nubya Garcia c’è anche questo supergruppo – molto attivo nel panorama jazz britannico – formato da sette donne, sette amiche, sette musiciste talentuosissime. Il loro primo LP, Blume, cattura l’abilità, il calore, la gioia e lo spirito della relazione vibrante e contagiosa di sette persone che suonano assieme come se non potessero far altro. Le dinamiche sorprendono continuamente – cambiando spesso direzione, creando un caos intenzionale che abbraccia tanto la scuola di Pharoah Sanders quanto il gospel di Fred Hammond, fino a toccare afrobeat e hip-hop. Menzione d’onore per la chitarra di Shirley Tetteh che disegna le pennellate più brillanti. La scuola jazz continua con l’esperienza di Kendrick Scott Oracle e del suo maestoso A Wall Becomes a Bridge, racconta l’oggi e lo fa tramite un modello sonoro tradizionale in cui il jazz offre un modello in cui i confini cadono, e i muri possono diventare ponti. Così come le vibrazioni cosmiche dei KOKOROKO, formazione nu jazz britannica che nell’ep omonimo mescola tradizione afrobeat, folk africano e riff infettivi con lo spirito sensibile di chi ha ricalcolato la prospettiva storica sull’onda contemporanea che sta prendendo il fenomeno che fu la casa di Fela Kuti.
Ma brillano anche Brittany Howard e Jamila Woods alle prese con due lavori interessanti: se la Howard, lasciati i compagni d’avventura Alabama Shakes, tenta il salto solista e confeziona 35 minuti di grandezza ininterrotta, grazie a ritmiche che si frappongono tra hip-hop, neo-soul e momenti più intimi capaci di evocare Billie Holiday, la Woods rende un caloroso omaggio alle icone che hanno modellato la sua identità di soulwoman ambiziosa, che usa l’eredità culturale del mondo black per narrare il presente e sognare un futuro possibile.
I Fontaines D.C., next big thing del post-punk à la Shame o Idles, sono gente di Dublino, e affrontano il degrado delle città urbane attraverso l’amore per la letteratura e la poesia (i poeti della Beat, James Joyce, Patrick Kavanagh) mentre i francesi Papooz si muovono leggiadri tra funk e ballate d’amore con un disco che racconta notti di sofisticata dissolutezza, Möet in una mano e sigaretta accesa nell’altra. Ottimo l’equilibrio tra big band, cabaret, ballad anni ’70 ed elettrofunk contemporaneo: un po’ Zombies, un po’ Beach Boys, le canzoni del loro Night Sketches sono fluidi scintillanti ed esotici pronti a prendersi cura delle nostre articolazioni.
Le operazioni impossibili e rischiose dell’anno chiudono invece con due vittorie pienamente soddisfacenti: da una parte Beth Gibbons alle prese con una sinfonia del 1976, dall’altra il disco postumo di Leonard Cohen, prodotto e modellato dal figlio Adam. La cantante inglese ha allenato la propria voce da contralto per arrivare alle altezze di un soprano e ha studiato rigorosamente il polacco, lingua del libretto della Terza del compositore polacco Henryk Górecki; e quando, nel novembre del 2014, si è tenuto il concerto a Varsavia, accompagnata dalla Polish National Radio Symphony Orchestra, e diretta nientemeno che da Penderecki, la sua sfida è sembrata tanto folle quanto necessaria. Il minimalismo infuso di sacralità, affine ai lavori di John Taverner e Arvo Pärt sembra aver trovato una nuova musa. Il lavoro invece postumo che ci ha permesso di ascoltare di nuovo la voce del cantautore canadese ha visto la collaborazione preziosissima del figlio e di tutti gli storici collaboratori di Cohen: Thanks For The Dance vive di un equilibrio perfetto grazie alla produzione sobria e rispettosa di un figlio che peraltro conferma come il padre, negli ultimi momenti della sua vita, non avesse ancora esaurito la luce immanente delle proprie idee.
E infine c’è la faccia d’angelo, Chet Baker. The Legendary Riverside Albums è una raccolta imponente che comprende quattro leggendari album pubblicati alla fine degli anni ’50 per la Riverside Records, oltre a un LP di outtakes alternati dalle sessioni live. Anche quando era rimasto senza denti e i suoi occhi erano induriti dalla disfatta, Chet Baker non ha mai smesso di svelarci il suo infinito talento, arrivando a suonare la tromba con la dentiera, una cosa difficilissima. Operazioni di raccolta, o meglio memoria, come queste sono necessarie a farci capire che non ci basteranno mai le semplici melodie della sua tromba, o lo slancio volatile della sua voce.
Un disco a parte, che esula da classifiche e giudizi, rimane quello di Nick Cave che quest’anno ha pubblicato qualcosa che si distacca dall’idea fisica di disco per abbracciare quella di preghiera. Ghosteen non compete, fluttua nell’aria e ci entra nelle vene, è la discesa nelle viscere del dolore; e fa paura perché si guarda dentro e ha il coraggio di mostrarlo a tutti. Un soffio al cuore per cui “Everybody’s losing someone, it’s a long way to find peace of mind”.
Nonostante tutto, anche quest’anno, fine del decennio, la buona musica non ci ha piantati in asso e le regole sembrano essere sempre le stesse: il suono devi viverlo per stupirti del vuoto che viene a crearsi una volta finito. Quel senso di pace, di resa. Ho avuto la fortuna di poter scrivere approfonditamente di molti dei dischi che qui ho raccolto, indirizzando a voi gli ascolti di un anno vissuto, male o bene non importa; quello che davvero conta è il processo, del suono che sgorga, si solidifica, si sedimenta, e poi si fonde. Non si è mai pronti al prodotto finale, al disco che esce dalla confezione ed entra nel tuo mondo. Eppure ne restiamo meravigliati, ancora una volta.
C’mon Tigre – Racines
The Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mistery
Tindersticks – No Treasure but Hope
Angel Olsen – All Mirrors
Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow
Jenny Hval – The Practice Of Love
Kate Tempest – The Book Of Traps and Lessons
Beth Gibbons & The Polish National Radio Simphony Orchestra – Henryk Gorecki: Symphony No. 3
Andrea Laszlo De Simone – Immensità
Leonard Cohen – Thanks For The Dance
I Quartieri – ASAP
Glen Hansard – This Wild Willing
Brittany Howard – Jaime
Nérija – Blume
Kendrick Scott Oracle – A Wall Becomes A Bridge
Jamila Woods – Legacy!Legacy!
Papooz – Night Sketches
Chet Baker – The Legendary Riverside Albums
Fontaines D.C. – Dogrel
KOKOROKO – KOKOROKO
