Un anno che finisce col ‘9’ verrebbe voglia di saltarlo a piè pari quando si parla di classifiche. Chissenefrega dei top degli ultimi dodici mesi se possiamo finalmente passare ai migliori in generale del decennio. Mai come stavolta, però, l’ultimo tornante prima del cambio di decina è stato pregno di soddisfazioni in tema di nuove uscite, almeno per il sottoscritto. E un giudizio sull’anno appena trascorso, per chi scrive non può che iniziare a prendere forma (è proprio il caso di dirlo) da Assume Form di James Blake, disco con cui il cantautore britannico campione dell’elettronica e del post-dubstep ha tentato, con successo, la sortita in quell’hip-hop che da molti è considerato non solo il genere cardine degli ultimi due lustri ma anche quello che ha definitivamente spodestato dal trono il vecchio rock: ma con Blake, in questo caso, anche chi si macchia di regicidio può essere graziato; e la cosa è ulteriore conferma di come la vera discriminante, in musica e nell’arte in generale, non sia il linguaggio ma l’ispirazione.
Al contrario, in Turchia pare che rifarsi ancora agli stilemi passati sia di gran moda: gli Jakuzi sono un omaggio vivente alla darkwave anni Ottanta di Depeche Mode e affini, ma il loro sophomore Hata Payı è opera che sta benissimo in piedi anche senza il sostegno dei numi tutelari. E se – come abbiamo scritto in sede di recensione – «il piglio derivativo a volte può rivelarsi zavorra, altre volte è propellente per il decollo e il permanere in quota, specie quando le qualità compositive fanno da stabilizzatrici».
Bene – anche se non benissimo – pure i Deerhunter: i fasti di Halcyon Digest e soprattutto Monomania, quando sembrava che Bradford Cox e soci potessero diventare la next big thing, sono difficili da replicare, ma l’ultimo Why Hasn’t Everything Already Disappeared è stato comunque album valido, al netto forse di un leggero eccesso di ricorso all’escamotage, vecchio come il cucco, di inserire brevi pièce strumentali tra un brano e l’altro con l’intento malcelato di allungare la minestra. Ad ogni modo, i pochi pezzi di bollito incontrati scucchiaiando nel pentolame sono stati gustosissimi.
Per la serie campioni degli anni Dieci, eccoci poi ai TOY: il loro quarto lavoro Happy In The Hollow non ha aggiunto molto alla loro galleria ma è abbastanza per poter dire che il “giocattolo” ancora non s’è rotto. E sempre per la serie giganti del recente passato, i These New Puritans non hanno replicato la perfezione stilistica e concettuale di Field Of Reeds – e onestamente era impresa assai improba, visto che parliamo di un disco che ha riscritto i codici del pop/rock moderno – ma hanno proseguito con un’opera, Inside The Rose, meno disturbata e di rottura, ma comunque dignitosissima e che ha tra i suoi meriti quello di contenere un inno dai livelli di epicità vertiginosi come Where The Trees Are On Fire.
Ma il 2019 è stato anche un anno più che mai al femminile. Iniziato con Sharon Van Etten e il suo ottimo e a tratti springsteeniano quinto lavoro in studio Remind Me Tomorrow, è proseguito nel solco di varie altre cantautrici di valore come la bella e maledetta Marissa Nadler – rimarchevole il suo Droneflower realizzato in tandem con Stephen Brodsky -, la soave Jessica Pratt – ammaliante nelle eteree arie del suo Quiet Signs – e SASAMI – il cui esordio omonimo è stato tra le cose migliori ascoltate quest’anno.
Non solo …soliste, però. Anche Big Thief e Lorelle Meets The Obsolete sono guidati da voci femminili. Arie che hanno ridato un senso al concetto di alt-folk per i primi, con il loro U.F.O.F.; cantautorato intellettual/arty in salsa messicana De Facto (per citare il titolo del loro album) per i secondi: in entrambi i casi, un bel sentire. Così come piacevolissimo è stato il progetto Comet Is Coming con un album, Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery, capace di mescolare divinamente jazz, funk e world, e suggerendo – in virtù di ciò – provenienze esotiche. Da dove verranno?, uno sarebbe portato a chiedersi. Svezia? Medioriente? Africa mediterranea ? No, Londra, molto più semplice. E per restare in tema di musica da palati fini e dagli influssi jazz e prog, notevolissimi anche i canadesi Bart con il loro Today, Tomorrow And The Next Day.
Se parliamo di globalizzazione, però, come non citare i Vanishing Twin, carrozzone multilinguistico, multiculturale, multitutto, che annovera in formazione anche il polistrumentista Cathy Lucas e la batterista Valentina Magaletti, entrambi già nei Fanfarlo. Il loro Age Of Immunology è più adatto ad aprire una nuova era che a chiudere un decennio. E come non citare anche quella Black Palms Orchestra dai marcatissimi toni nickcaveiani ma che non viene dalle desertiche lande australiane bensì dalla capitale europea della musica sinfonica: Vienna. E a dirla tutta, il titolo del loro Tropical Gothic non è meno fuorviante.
A proposito di Nick Cave & The Bad Seeds: Ghosteen, per molti capolavoro, per altri il contrario, è opera personale, triste, ermetica, devastata, in scia del precedente Skeleton Tree per la nota tragedia occorsa al leader che tutti conosciamo. Discorso opposto, invece, per un altro grande ritorno, quello dei Wilco: il loro Ode To Joy ha un titolo che è tutto un programma.
E l’Italia? Beh, Smith degli Winstons disco dell’anno senza se e senza ma. E non si discute neanche sul secondo gradino del podio, riservato allo splendido Nuotatore dei Massimo Volume. Dalla terza piazza in giù, invece, si può discutere se sia stato meglio l’Umberto Maria Giardini (che per chi ancora non lo sapesse, altri non è che l’ex Moltheni) di Forma Mentis o i Tre Allegri Ragazzi Morti di Sindacato dei Sogni (a proposito, non ne abbiamo parlato in sede di internazionali ma buono è stato anche l’ultimo Dream Syndicate, These Times). O magari il ritorno dei Sick Tamburo (che, sempre per chi non lo sapesse, sono in pratica gli ex Prozac+), o – perché no – anche il Succi antivegano di Carne Cruda a Colazione. Mentre sul fronte emergenti, notevole l’ugola dell’Usignolo Meccanico di La Tarma. Ma poi è anche l’esperienza che rende la classe più cristallina. E di classe ne hanno da vendere Ginevra Di Marco e Cristina Donà, che con il loro album a quattro mani intitolato semplicemente Ginevra Di Marco & Cristina Donà sono riuscite a essere perfettamente complementari, sfatando l’odioso tabù secondo cui le donne non saprebbero fare squadra. Come dicevamo prima, è l’ispirazione che fa la differenza, e in quanto a ispirazione possiamo dire che in generale l’ultimo anno non s’è fatto pregare. Grazie 2019, migliore chiosa di decennio non avremmo potuto desiderarla.
- James Blake – Assume Form
- Yakuzi – Hata Payı
- The Winstons – Smith
- Massimo Volume – Il Nuotatore
- Black Palms Orchestra – Tropical Gothic
- These New Puritans – Inside The Rose
- Sasami – Sasami
- Jessica Pratt – Quiet Signs
- Big Thief – U.F.O.F.
- Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared
- Vanishing Twin – Age Of Immunology
- Umberto Maria Giardini – Forma Mentis
- Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery
- Bart – Today, Tomorrow And The Next Day.
- Toy – Happy In The Hollow
- Marissa Nadler – Droneflower
- Sick Tamburo – Paura E L’amore
- Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow
- Tre Allegri Ragazzi Morti – Sindacato Dei Sogni
- Ginevra Di Marco/Cristina Dona’ – Ginevra Di Marco/Cristina Donà