“Forte, tosta, indipendente / pelle come diamante / non mi fa male niente / Stronza, forse, ma sorprendente / una mina vagante / sono una combattente”.
La domanda è una: perché? Perché, cara Marcella Bella, tornare a Sanremo dopo diciotto anni? L’ultima volta, con Forever (per sempre) in coppia col fratello Gianni, non hai lasciato il segno. Hai voglia a lamentarti della giuria comunista quando il brano era così stantìo che in confronto gli inediti delle orchestre di balera di Castelfranco Veneto erano una botta di vita. E dire che hai interpretato ben altro: L’ultima poesia, certo, ma anche la dignitosa Verso l’ignoto del 1990 con il bizzarro abbinamento con LaToya Jackson (e le battute su sua sorella Michael truccata col pongo). E ora torni con una tarantella elettronica cafona, con suoni inaccettabili persino per Gabry Ponte dopo una sbronza col Tavernello?
Parliamo di un’artista per cui il rispetto è d’obbligo. Negli anni ’70 sempre sul pezzo (Sole che nasce sole che muore, Un sorriso e poi perdonami, Montagne verdi), a volte in anticipo sui tempi (Nessuno mai, che i Boney M reincisero in inglese come Take The Heat Off Me). Negli anni ’80, con autori di rilievo come Mogol, Gianni Bella e Alberto Salerno, inanella hit: Nell’aria, Nel mio cielo puro, Senza un briciolo di testa, Dopo la tempesta. Poi il percorso si fa più tortuoso. Lunghissime pause, un ritorno che faceva intravedere una ripartenza definitiva (l’ironica Fa chic, con un discusso testo di Bigazzi, e l’intensa La regina del silenzio co-firmata da Renato Zero) che poi si è rivelata una serie di stop-and-go di qualità assai altalenante (Femmina bella con Cristiano Malgioglio in cabina di regia, la collaborazione già più di classe con Mario Biondi in Metà amore metà dolore).
Il tempo di pubblicare un sontuoso live con l’orchestra per celebrare cinquant’anni di carriera (con interventi di Silvia Salemi, di cui è stata vocal coach, e di Rettore non al massimo della forma) ed è arrivato Etnea, che sarà oggetto di una ristampa il 14 febbraio con due inediti tra cui il sanremese Pelle diamante. Uno splendido regalo per i pochi fedeli che hanno acquistato una copia fisica prima della kermesse, che potranno sempre ricomprare l’album “aggiornato” e appendere il cd obsoleto in macchina accanto all’Arbre Magique, o sull’albero di Natale l’8 dicembre.
Sarebbe potuta essere l’occasione perfetta per pubblicare un greatest hits definitivo che ancora non esiste, essendo il catalogo della cantante catanese sparpagliato in più case discografiche evidentemente riluttanti nel mettere mano ai master, concedere licenze e investire su un progetto meritorio e con un sicuro ritorno economico se promosso come si deve. E invece.
Quanto alla Marcella di oggi, non è facile restare big superati i sessant’anni e restarlo con dignità. C’è chi si adatta a fare la zia pazza (parafrasando il suo brano portato a Sanremo in tempi recentissimi) con i capelli turchini che duetta con i Boomdabash, Fedez e J. Ax, o a far parlare di sé per le uscite di dubbio gusto nei reality, o a farsi ospitare nei contenitori televisivi domenicali per parlare dell’ex marito che la cornificò con Patty Pravo, con lo stesso tasso di novità che hanno le lettere di San Paolo Apostolo ai Corinzi nelle messe della domenica (un po’ come Amanda Lear quando racconta di Dalì cui puzzava l’alito o di David Bowie che si truccava più di lei, o come quando lo zio a tavola racconta sempre la stessa barzelletta sui carabinieri).
C’è chi come Fiorella Mannoia ha mantenuto una propria integrità, pur con un repertorio sempre meno interessante, o Paola Turci. O anche Anna Oxa che porta avanti un proprio discorso, per quanto seguito da una cerchia di fedelissimi. Poi c’è Marcella Bella, che ha sempre saputo cantare e che a 72 anni è ancora in gran forma, ma che torna a Sanremo con un inno alla resilienza pronto ad essere condiviso dalle boomer divorziate o rimaste single che su Facebook postano “buongiornissimi kaffee”, “alla faccia di chi mi vuole male” ogni due per tre, tra una foto sgranata di Mafalda, una con la torta di compleanno per lo schnauzer nano che ha compiuto due anni, una poesia attribuita ad Alda Merini (che Jim Morrison è un po’ passato di moda, come del resto la troppo inflazionata Lentamente muore) magari in Comic Sans e qualche bufala presa di peso dal Corriere della Tinozza. Stavolta la canzone porta anche la sua firma, ma se ha avuto la strepitosa carriera che ha avuto è proprio perché si era saggiamente tenuta lontana da penne, matite, calamai, macchine da scrivere, Dymo, pc e smartphone.
Di buono c’è che dura meno di tre minuti.