Patent leather do-over è il nuovo spoken word condiviso da Lana del Rey estratto con tutta probabilità dall’album prodotto assieme a Jack Antonoff dedicato alla poesia musicata Violet Bent Backwards Over the Grass, uno dei due lavori discografici che attendiamo da lei quest’anno.
Il componimento invoca in attacco The Bell Jar / La campana di vetro, romanzo di Sylvia Plath pubblicato il mese precedente il suo suicidio, l’11 febbraio del 1963, a soli trent’anni. E l’ascolto arriva a stretto giro dalle polemiche che hanno investito la popstar, tacciata su diversi fronti di razzismo, e questo per una lettera da lei rivolta a chi da sempre l’accusa di rendere glamour l’abuso. In sostanza, gli accusatori hanno trovato offensivo che i nomi delle cantanti da lei tirati in ballo a paragone/differenza con la propria prosa – Doja Cat, Ariana Grande, Camila Cabello, Cardi B, Kehlani, Nicki Minaj e Beyoncé – venissero associati e ridotti ai temi trattati nei loro singoli (essere sexy, indossare begli abiti, fare sesso…).
La risposta della Del Rey non si è fatta attendere. «Don’t ever ever ever ever bro – call me racist because that is bulls», ha tuonato contro chi la criticava, rimarcando il suo diritto ad «avere la loro stessa liberà d’espressione senza essere giudicata un’isterica», specificando che «quelle erano comunque le sue cantanti preferite» e che in questa società in cui «tutto ha a che fare con quello che vorresti essere, ci sono donne prigioniere di una cultura che non vuole che abbiano una voce», e lei di queste parla nei suoi testi.
La Del Rey era attesa il 9 giugno all’Arena di Verona per l’unica data in Italia del Norman Fucking Rockwell! tour, ma a causa della nota pandemia è saltato tutto. Su SA potete leggere la recensione del sopracitato album a cura di Marco Boscolo, che ha anche curato un approfondimento sulla popstar.
