My Bloody Valentine
My Bloody Valentine, foto per la stampa di Paul Rider (1988)

Kevin Shields (My Bloody Valentine). Il frontman ripercorre la storia della seminale shoegaze band

«Volevamo suonare come una band che uccide le proprie canzoni»

Kevin Shields dei My Bloody Valentine si è recentemente raccontato in un intervista rilasciata al Guardian, in cui ripercorre la storia della band ma anche il suo modo di approcciarsi al suono. Una carriera post-punk iniziata a Dublino nei primi anni ’80 – moniker derivato da uno slasher movie canadese – e proseguita a Berlino, su suggerimento del Gavin Friday dei Virgin Prunes, come goth-rock band ispirata a Birthday Party e Cramps. Come dichiara il frontman, fu solo dopo il trasferimento a Londra che divennero «una band concettuale», caratterizzata da copertine infantili che nascondevano canzoni sulla necrofilia e l’incesto. Un primo periodo però in cui le risposte non arrivavano e la critica li etichettava come una scopiazzatura dei Jesus And Mary Chain.

Da qui i primi esperimenti per mettere a punto concetti musicali ancora in embrione, ma con la volontà di «scrivere le canzoni più belle che si potessero fare ma con la più estrema fisicità e suono». Una caratteristica che in futuro farà scuola divenendo estremamente influente e seminale, tanto da creare persino un genere di riferimento come lo shoegaze. Un suono-matrice copiato da tantissime band, ma nato a partire da intuizioni epidermiche e volatili.

Un approccio ispirato tanto dalla fascinazione in giovane età per l’album dal vivo dei Beatles all’Hollywood Bowl, in cui l’esibizione della band era quasi soffocata dal frastuono dei fan urlanti, quanto da un concerto visto a Berlino, dove gli Einstürzende Neubauten avevano riletto il brano Sand di Lee Hazlewood e Nancy Sinatra mentre «facevano esplodere oggetti, si bruciacchiavano, e facevano cose che mettevano un po’ paura».

Una visione che ha cominciato a prendere forma con l’album Ecstasy del 1987 – la canzone Clair è seppellita sotto un campione delle urla del pubblico dei Beatles – passato tuttavia sottotraccia. Da qui i My Bloody Valentine – solidificatisi con il batterista Colm Ó Cíosóig, la bassista Debbie Googe e la cantante-chitarrista Bilinda Butcher – si imbarcarono in quello che doveva essere il loro tour finale con l’intenzione di alzare i volumi al massimo, tanto che molti fan hanno descritto l’esperienza come «stare in una galleria del vento».

Volevamo suonare davvero veloce e aggressivi… come una band che uccide le proprie canzoni… facendo a pezzi tutto, nel vero senso della parola
Kevin Shields

Ugualmente sorpreso Alan Mcgee, boss della Creation Records, che fino ad allora li aveva considerati «più o meno uno scherzo», ma che durante un loro show si è invece trovato ad esclamare un bel «for fuck’s sake!». Da qui la storia è nota, con l’esplosione di rumore sospesa del successivo singolo You Made Me Realise, non solo recensito con entusiasmo, ma anche capace di dettare una nuova linea sonora – ovvero l’arte di guardarsi le scarpe mentre si suona – che ha mandato in brodo di giuggiole il leggendario John Peel. Il tutto esaltato da un marchio di fabbrica fatto di ritardi roboanti e tremolii infernali, tanto che molti acquirenti dell’EP Tremolo lo riportarono agli store, convinti che fosse danneggiato.

Una band che comunque ha sempre sperimentato con grande apertura mentale, dal successivo album del 1988 Isn’t Anything, infarcito di influenze hip-hop in Soft as Snow (But Warm Inside), nonché dagli inquietanti muri di distorsioni  di All I Need, mentre nell’EP Glider del 1990 la band flirtava con componenti dance. Innovazioni che spinsero Brian Eno ad affermare come il quartetto avesse fissato un nuovo standard per il pop.

Un’ascesa tuttavia non priva di problemi vista la propensione a utilizzare dal vivo volumi punitivi, «una straordinaria esperienza fisica e trascendentale», che ha creato, ovviamente, anche diversi contrattempi con gestori di locali, vicinato delle location e polizia – a volte l’esecuzione del brano You Made Me Realise si estendeva per 45 minuti di rumorismo totale.

I pezzi cadevano dal soffitto. Sembra un’esagerazione dirlo, ma sono serio. Eravamo davvero preoccupati che alla fine qualche tetto sarebbe caduto. Era solo questione di tempo prima che accadesse un grave incidente
Kevin Shields

La mitologia crebbe a livelli esorbitanti durante le lunghissime ed estenuanti sessioni di registrazione per il successivo lavoro in studio, Loveless, e ancora di più dopo che la band firmò per una major non riuscendo tuttavia a pubblicare nuovo materiale, tranne un paio di cover, per i successivi 21 anni. Durante lo scambio, però, Shields appare modesto e volenteroso di sfatare miti legati a un album considerato da tutti senza precedenti, tanto che snocciola una serie di canzoni del disco, dicendo allegramente da chi sono state prese. Molte da Neil Young, anche se What You Want è apparentemente un omaggio a Just Like Heaven dei Cure («Ho avuto il piacere di dirlo a Robert Smith una volta e lui mi ha guardato come se non mi credesse»).

Alle domande di Alexis Pedritis del Guardian sui lunghi periodi di inattività, il musicista risponde in modo altrettanto semplice e disincantato.

Fondamentalmente, so quando l’interruttore è acceso o spento. Quando l’interruttore è acceso va tutto bene e quando si spegne è tutto inutile. In quel caso dico: “OK, non ci sto provando, guarderò la televisione, leggerò riviste”. Ecco perché Loveless è diventato un processo apparentemente lungo e prolungato, perché ho scoperto abbastanza velocemente che quando le circostanze intorno a me si spengono, mi sento come se fosse un travaglio, oppure sento troppa scomodità emotiva e psicologica per fare musica in un modo che sia puro, il modo in cui tutti dovrebbero farla
Kevin Shields

E ciò spiega anche perché dopo Loveless la band si sia eclissata e il Nostro, oltre a dedicarsi a remix e colonne sonore, si sia unito ai Primal Scream. Tutto questo fino al 2008, con il ritorno sulle scene e la pubblicazione di mbv. Da allora i My Bloody Valentine non hanno pubblicato nuova musica, anche se hanno firmato per Domino che quest’anno ha ristampato il loro back cataologue, da You Made Me Realize in poi. Shields comunque insiste sul fatto che un nuovo album sia imminente, o forse un doppio, o ancora un disco e alcune tracce sparse. Staremo a vedere.

Tracklist
  • 1 Only Shallow
  • 2 Loomer
  • 3 Touched
  • 4 To Here Knows When
  • 5 When You Sleep
  • 6 I Only Said
  • 7 Come In Alone
  • 8 Sometimes
  • 9 Blown A Wish
  • 10 What You Want
  • 11 Soon
My Bloody Valentine
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My Bloody Valentine - Loveless [Ristampa]

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