Musicista eclettico, songwriter denso e con una sfrenata passione per il cinema, L.A. Salami ha pubblicato quest’anno l’esordio sulla lunga distanza, Dancing With Bad Grammar (sulle nostre pagine trovate la recensione dedicata) che ha incassato ottimi consensi in virtù di una scrittura ispirata e grumosa, sempre sostenuta da un immaginario da crossover music dove sonorità folk-blues, echi hip-hop, cori gospel e spoken word riescono a convivere e convincere. In occasione del concerto dello scorso 4 novembre 2016 all’interno di Barezzi Festival abbiamo colto l’occasione per una breve chiacchierata con il musicista londinese.
Giunto quest’anno alla decima edizione, Barezzi ha trasformato i teatri di Parma e della sua provincia nel punto di convergenza di suoni da tutto il mondo. All’interno della pagina dedicata a questa edizione trovate una guida al festival che si concluderà il 14 novembre con l’atteso concerto di Phillip Glass. Di seguito la breve chiacchierata.
Dancing With Bad Grammar è il tuo album d’esordio, giunto dopo la pubblicazione di due promettenti Ep. Hai avvertito il nuovo disco come differente, se vuoi più maturo, rispetto ai lavori precedenti? Ti sei inoltre affidato ad una nuova etichetta (Sunday Best) per la pubblicazione. C’è un motivo particolare?
L’ultimo Ep prima di Dancing With Bad Grammar può essere considerato come una sorta di preludio a quello che sarebbe poi arrivato. Da questo punto di vista non credo ci siano particolari differenze se non quella d’aver lavorato sulla varietà e densità dei suoni, alimentandola ed espandendola mai come prima. Per quanto riguarda la scelta della Sunday Best, non ci sono state particolari ragioni a spingermi in quella direzione. È andata così, semplicemente.
Sogni di diventare un regista ma nel frattempo ti dedichi alla musica che hai dichiarato essere – inizialmente – una valvola di sfogo. Entrambe le forme d’arte, però, sembrano trovare ampio spazio nella tua visione sonora e di scrittura. Sono sullo stesso livello o ce n’è una che predomina sull’altra?
È corretto e posso affermare che si alimentano l’un l’altra con vivacità. La musica è però la forma d’evasione che più mi avvicina alle altre cose che vorrei fare.
Londra è stata la tua scuola oltre che una delle ragioni per cui nella tua musica confluiscono più tensioni sonore (rap, soul, rock, post-punk, blues). È corretto, secondo te, parlare di crossover music e quanto senti abbia influito Londra sulla tua musica?
Ascoltatori, critici possono definire la mia musica come meglio preferiscono, non fa alcuna differenza. Potrei dire che la mia città abbia influito sul mio percorso artistico nella stessa misura in cui c’è riuscita con altrettanti artisti. Forse è perché nei grossi centri come Londra le cose tendono a verificarsi con un impatto ed un’attenzione maggiore.
In quasi tutti gli articoli che ti riguardano c’è un ricorrente riferimento alla figura di Bob Dylan. C’è una forte aspettativa nei tuoi confronti, pertanto cosa potremmo attenderci dal tuo prossimo disco?
Il mio prossimo album semplicemente prenderà la direzione che avrò intenzione di dargli. Ci sono ancora un paio di cose da scegliere e da sistemare prima di iniziare a lavorarci seriamente, ma davvero non riuscirei a dirtelo in questo momento. Ho ancora solo delle idee a riguardo.
Nei tuoi testi hai portato tematiche che riguardano la religione, la sociologia, la politica. Pare sia in corso una frattura generazionale oltre ad un pericoloso senso di smarrimento, forse indice di tempi che stanno cambiando. In tutto questo c’è un ruolo che pensi possa ricoprire la musica?
C’è la percezione di tutto questo ma forse il quesito da porsi è un altro: i tempi sono cambiati davvero? Io penso siano cambiati troppo poco ed è questo il problema più grande.