Francesco Gabbani, classe ’82, ha vinto Sanremo due volte – la prima nella categoria nuove proposte con Amen, canzone che fece gridare (un po’ incautamente) al miracolo, e la seconda tra i big con il tormentone intelligente Occidentali’s Karma, con quell’ironia pungente che fece tornare in mente a molti il Maestro Battiato de La voce del padrone (pur con le dovute distanze). Poi, a un certo punto, si è crogiolato in un pop scritto benino ma talvolta insipido, vestito vintage senza però essere cool.
E Viva la vita (c’è anche Pacifico tra le firme) si inserisce coerentemente in questo filone: qualcuno la prima sera ha fatto paragoni con i Simply Red ma al secondo giro di boa, dopo un inizio ramazzottiano, ormai un feticcio del nostro (siamo dalle parti di That’s All I Need To Know che scrisse per Joe Cocker) si materializza davanti ai nostri occhi Fausto Leali che canta gli Wet Wet Wet per la sigla di una fiction di Retequattro. Che sia un bene o un male, beh, decidetelo voi, ma qui è arrivata una folata di naftalina non proprio piacevolissima.
Gabbani ha una faccia simpatica, per quanto sul palco faccia troppe smorfie e si atteggi come un entertainer a Las Vegas, e non riusciamo proprio a volergli male: semplicemente, gli suggeriamo di ritrovare quella zampata che si è andata via via affievolendo nel corso degli ultimi anni. E di cui, forse, è ancora capace.