La prima docu-serie italiana targata Netflix avrà come oggetto un capitolo importante della storia italiana, quello legato alla comunità di recupero di San Patrignano, in particolare il periodo dalla sua nascita, nel 1978 a Coriano in provincia di Rimini, alla morte del suo fondatore, Vincenzo Muccioli.
Sanpa: Luci e Tenebre di San Patrignano – questo il titolo completo – ripercorrerà, attraverso testimonianze e immagini di repertorio, la prima controversa fase del centro rieducativo, cercando di fornire uno sguardo il più possibile obbiettivo su una storia fatta di catene, sequestri di persona, incarcerazioni e inevitabili strumentalizzazioni politiche. La domanda fatidica posta dal primo trailer ufficiale condiviso giusto un giorno prima della condivisione per lo streaming è una sola: per far del bene puoi usare qualunque metodo?
Durante la conduzione di Vincenzo Muccioli la comunità e la sua persona sono stati oggetto di alcuni noti fatti giudiziari. Particolare risalto sui giornali dell’epoca è stato dato al cosiddetto “processo delle catene” che vedeva il fondatore accusato di maltrattamenti e sequestro di persona ai danni di alcuni ospiti trovati dai Carabinieri incatenati e rinchiusi in un canile della struttura. E ancor più scandalo diede il ritrovamento del cadavere di Roberto Maranzano, un ragazzo della comunità a Terzigno, in provincia di Napoli. Emerse che la vittima era stata uccisa a bastonate all’interno della comunità da tre suoi ospiti e in seguito trasportata nel luogo del ritrovamento per depistare le indagini e far passare il delitto come un fatto legato alla criminalità organizzata.

Per il primo reato Muccioli venne condannato e poi assolto con sentenza confermata nel 1990 dalla Cassazione, mentre per il secondo arrivò una condanna in primo grado a 8 mesi di carcere per favoreggiamento benché con riconosciuta attenuante (“l’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale”). Pochi giorni prima della morte però la Corte di Cassazione, sez. sesta, con sentenza n. 3063 del 13/07/1995 (dep. 15/09/1995) su ricorso della Procura generale di Bologna, sancì che fu un errore processarlo per omicidio colposo e che, se fosse stato in vita, avrebbe dovuto essere giudicato di nuovo per la morte di Maranzano con la più grave accusa di maltrattamenti seguiti da morte.