Mark Hamill, noto per aver interpretato Luke Skywalker nella celebre saga di Star Wars, ha un rapporto molto stretto con i suoi fan e utilizza spesso i social network per interagire con loro e rivelare aneddoti interessanti e curiosi circa la lavorazione dei film dell’epopea fantascientifica. Uno degli ultimi riguarda indirettamente David Bowie. Come racconta lo stesso Hamill, nel 1976, durante le riprese del primo film della saga diretto da George Lucas, l’attore dovette girare una scena con una creatura Dewback, il cui interno era ricoperto di fogli di giornale; uno di questi, tuttavia, catturò l’attenzione di Hamill: si trattava del live report di un concerto che il Duca Bianco aveva tenuto a Parigi che l’attore si fermò a leggere nel buio dell’interno dell’animale armato solo di una torcia elettrica. Hamill ha poi risposto alle domande dei fan che chiedevano se il report fosse o meno positivo, rispondendo che si trattava di una recensione entusiastica, addirittura la migliore che avesse mai letto.
Nel 1976 Bowie tenne due concerti nella capitale francese, il 17 e 18 maggio al Pavillon de Paris come parte del suo Isolar – 1976 Tour a supporto di Station to Station, uscito proprio quell’anno. Di quel frenetico periodo vi riportiamo anche un estratto dalla monografia su David Bowie che potete leggere su SA: «È con queste premesse che tra ottobre e novembre nei Cherokee Studios di Los Angeles avvengono le sessioni di Station To Station (RCA, gennaio 1976, 7.9/10), album che getta tutto il repertorio precedente nell’immondizia, salvo poi recuperarlo (con tutte le impurità del caso), sminuzzarlo e farne impasto con le ipotesi nuove: da una parte ordigni black sordidi, intossicati, sferzanti, dall’altra melodrammatiche evoluzioni da cabaret con l’anima accartocciata. Il “plastic soul” diventa un soul plastico, incalzante ed esausto, febbrile e cinico. Con un contraltare melodrammatico da crooner all’ultimo stadio che sembra lo squarcio nella maschera, il punto in cui il massimo della finzione va a coincidere con l’apice disperato della realtà. Bowie vive con lucidità l’abisso in cui sta sprofondando, il Thin White Duke è la trasposizione virtuale della lotta che intraprende per restare a galla: ghigni nevrastenici, stilizzazione impermeabile, struggimento sfrenato. Ma è anche e soprattutto una fuga in avanti, immaginando una dimensione sonora inaudita, l’azzardo di un ibrido distorto che rappresenti le angoscie dell’età post-ideologica e assieme la possibilità di trascenderle».
https://twitter.com/HamillHimself/status/979722034564317184