Nel mezzo di un rave postapocalittico. Intervista ai Working Men’s Club
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Fernando Rennis
- 3 Agosto 2022
Che personaggio John Cooper Clarke. Un poeta (post)punk mancuniano (precisamente, salfordiano) dalla fisionomia inconfondibile – abito, occhiali e capelli (ormai tinti) in rigorosi toni scuri – e provocante sin dalla sua vocalità. Prima protagonista assoluto del mondo alternativo britannico, al fianco di Sex Pistols, Joy Division e molti altri, poi in caduta libera per un decennio di “esistenza selvaggia” in preda alle droghe e, adesso, idolo delle nuove generazioni. A partire da Alex Turner, che lo ha omaggiato nel video e nell’artwork del singolo Fluorescent Adolescent, oltre ad adattare una sua famosa poesia nel brano I Wanna Be Yours.
Il cantante degli Arctic Monkeys è nato nel 1986, lo stesso anno di fabbricazione della drum machine Roland Tr 505 su cui il diciottenne Sydney Minsky-Sargeant ha costruito i brani dei primi due album dei suoi Working Men’s Club e parte di quelle demo del secondo inviate a Heavenly Recordings il giorno dell’uscita del primo. Ma, in realtà, il cerchio si chiude con una canzone dei Working Men’s Club intitolata… John Cooper Clarke. «È uno degli ultimi veri punk rimasti, un’icona del nord», mi dice via call Minsky-Sargeant collegato dallo Yorkshire.

La band, forgiata a sua immagine e somiglianza, proietta la disillusione e la rabbia dell’ondata post punk britannica degli anni ’00 in una dimensione post-tutto: rave, pandemia, apocalissi. Condizione resa ancora più vivida in Fear Fear, album osannato dalla critica e sintetizzabile con l’immagine di umani sopravvissuti che ballano sulle macerie. Sydney è d’accordo e mi racconta: «È un disco che riversa le inquietudini personali e condivise in parole e synth. Documenta sul piano sonoro quel periodo che tutti abbiamo vissuto durante la pandemia, ma avevo cominciato a scriverlo prima che uscisse il nostro debutto».
In realtà, l’intervista inizia con Minsky-Sargeant che si vede brandire dall’altra parte dello schermo una copia di Loud & Quiet dell’autunno 2020. Io i Working Men’s Club li ho conosciuti grazie a un’intervista contenuta nella rivista che finiva con un ancor più giovane Syd intento a promettere fedeltà alla musica, anche si fosse trovato in futuro a fare il postino. Il ragazzo conferma: «Siamo molto giovani, è il motivo per cui non voglio lasciarmi andare a slogan politici; potrei cambiare idea in breve tempo. Ma so che non smetterò di smanettare su questi maledetti synth». Allo stesso tempo, però: «In un certo senso questi due album sono politici, non perché parlo da un punto di vista politico piuttosto che da un altro. Hanno a che fare più con la mia reazione al quotidiano e a quello che mi circonda».
Fear Fear è un disco in cui si percepisce un tasso ansiogeno elevato, «più esistenzialista rispetto al primo», aggiunge l’artista britannico, che definisce una «bizzarra coincidenza» quella che vede i Working Men’s Club come band “da pandemia” per i primi due episodi della sua discografia, usciti nel disastroso 2020 e nell’incerto 2022. Tutta questa ambientazione oscura e apocalittica è bilanciata da un contatto con la tradizione letteraria; infatti, in alcuni testi sono presenti espressioni come “thou” e “thee” – forme arcaiche del pronome “you” – che portano alla mente i sonetti shakespeariani, un espediente per sottolineare «la teatralità di alcuni momenti». E poi, per non farsi mancare nulla, Minsky-Sargeant l’old english lo parla anche nel quotidiano per confondere i suoi interlocutori.

La scrittura di Sydney è diretta e incisiva, le sue sono immagini che non hanno bisogno di spiegazioni e, allo stesso tempo, possono assumere diversi significati perché «proprio come i suoni, ognuno è portato a personalizzarle, creando il proprio campo di sensazioni ed emozioni». In questo gioco d’incastri anche l’amore non è mai trattato in maniera banale e si rivela un sentimento meno comune di quanto ci aspetteremmo. Merito di «disillusioni adolescenziali che crescendo assumono diverse forme».
In molte interviste Minsky-Sargeant non riesce a nascondere la sua insofferenza per le etichette che la stampa affibbia ai suoi Working Men’s Club, perciò concludo la chiacchierata chiedendogli come presenterebbe questa band a un appassionato di musica se non ne fosse il cantante e l’autore. Syd, ridendo, risponde: «Direi di non ascoltarla! Mi piacerebbe che ognuno abbia la propria opinione sulla nostra musica, magari senza subire l’influenza della stampa o di altre persone, nel bene o nel male». Intanto, chi scrive trasgredisce alla volontà del ragazzo dello Yorkshire e consiglia caldamente l’ascolto del quartetto britannico. Sorry Sydney!
