Will They be Forgotten

Sarebbe stato veramente r’n’r se fossero stati proprio loro a affermarlo in quell’autunno del 2001: Julian Casablancas che si faceva scappare a un’intervista che gli Strokes erano più famosi di Bin Laden.

Le cose sono andate diversamente – l’ardito e lennoniano paragone è stato invece escogitato da un’acuta penna di Pitchfork -, ma la delicata congiuntura storica c’era, come pure le tante aspettative di chi chiedeva un potente antidoto all’angoscia terroristica di chi, varcato il nuovo secolo, soffriva della perdita di quel che lo aveva più caratterizzato: i giovani e il Rock.

Le alchimie non mancavano, così le chiacchiere, gli sproloqui. Le motivazioni poi erano tante, troppe, stupide: gli Strokes non erano i Beatles o gli Who, il mondo, all’indomani del crollo delle Twin Towers, non coincideva con quello del dopo Kennedy, anche se, da che mondo è mondo… (e da che Rolling Stones è sinonimo di viscerale e pagano r’n’r vibe) era l’inizio di un rock nuovo, anzi di un emul-rock, di un mutante che tendeva le mani alla sua formula più pura.

La storia non si ripete mai uguale a se stessa. Eppure anche stavolta la realtà non era poi tanto distante, era giusto lì, fuori dalle vetrate dell’Empire State Building. Gli Strokes rappresentavano il sound giusto al momento giusto e la formula, come dev’essere in questi casi, era prevedibilissima, disarmante: bubblegum music che si mastica e poi si sputa o si tiene lì per ore, tra un palloncino che cresce e uno che scoppia. Asprigno poi era l’impasto: a bassa fedeltà, con la voce filtrata e appiccicata al microfono e gli strumenti sporchi e coriacei a far da contrappeso, e all’occorrenza la pasta dolce, le pose sonnolente, gli ammicchi sornioni.

Sdegno e tenderness, amarezza e dolcezza: le due facce della Mela, le coordinate di un Rock trafugato, di una scelta ma anche di uno spirito pop sbarazzino, un fattore chiave sul quale si sono consumate le dialettiche del passato.

Proprio come ai tempi dei Beatles della trasvolata negli Stati Uniti all’indomani dell’assassinio Kennedy, il bisogno di certezze seguiva un periodo d’instabilità, e proprio come nell’età dell’oro del Rock, un forte richiamo all’evasione e alla ribellione era un coacervo di mille e una influenza, sotto la bacchetta magica della melodia.

Secolo nuovo, vecchie babbucce. Le chimiche degli Strokes giocavano sulla corda dell’appetibilità, della sicurezza: semplici bilanciamenti dei ricettori di serotonina metropolitana, cioccolato fatto di Lou Reed e Iggy Pop, spille punk e ancheggi Blank, lascivia e studio melodico, puntiglio Television. Il sapore era inevitabilmente scolastico, con un Julian Casablancas (cantante e autore dei testi, figlio del fondatore dell’agenzia di modelle Elite Modeling, John Casablancas) a indossare il bomber che fu di Verlaine, Albert Hammond Jr. (chitarrista e studente d’arte, figlio del songwriter Albert Hammond) a riprendersi il chiodo di Joey Ramone, Nikolai Fraiture a indossare le All Star di Gordon Sumner e gli italo-americani del lotto Nick Valensi (chitarrista) e Fabrizio Moretti (batterista) a vestire le cravatte tagliate e le giacche sdrucite che caratterizzarono alcuni folgoranti servizi fotografici dei Clash. Tuttavia erano questi i significanti della riapertura dell’armadio della new wave fine settanta e i primi a farlo, a emulare un’epoca con cotanta sincronizzazione temporale (look, sound, indole, pose ecc.), erano proprio loro, gli Strokes, i colpi al cuore.

Per i puristi, giovani e vecchi, era un oltraggio pari a quello che costò la vita a Francesco Ferdinando, il perfetto giocoforza per il montante mediatico: la demonizzazione del gruppo come destra al Governo, l’inneggio a un nuovo rock consumista e innocuo, vacuo, e in definitiva vuoto, e cos’era a mancare?

Tra tutte le chiacchiere, lo statement più rappresentativo e ricorrente del 2001 era quello della stampa americana: “Sure, they’re a bunch of spoiled rich brats… [but] …they just do what they do and my God, do they do it well, in this really weird Warhol-esque way ”.

È probabilmente la stessa frase che pensò Geoff Travis della britannica Rough Trade, quando decise di pubblicare così com’era il demo di tre brani che i ragazzi gli consegnarono sul finire del 2000. Erano anni che l’etichetta discografica non si ripresentava sul mercato, e così il biglietto da visita si macchiava d’astuta menzogna, anzi, piazzava la bomba alla base dell’edificio: il famoso negozio di dischi assoldava quattro ricchi newyorchesi figli di papà, ispirati proprio al fortunato periodo che trasformò una bottega nella realtà promotrice dei gruppi punk-wave più sperimentali e oltranzisti dell’epoca, generi con i quali gli Strokes tutto avevano in comune meno che l’oltraggio, la perversione, il bisogno di far della musica qualcosa di più che l’insieme delle buone vibrazioni.

Del resto là fuori, oltre le macerie, lontani dal punk-rock della morte di Cobain, dalle false promesse beatlesiane degli Oasis, da una decade di contaminazioni di Beck e Brit Pop, di musiche da cameretta e slow-core, la voglia dell’idioma – così scaltramente rappresentativo delle emozioni e contraddizioni della vita occidentale – era tanta e gli Strokes, sbruffoni e ottimamente acchitati (disse un giornalista “look at that Hair man!!”), indossavano gran parte dei miti di New York: Warhol, Reed, i Modern Lovers, Richard Hell, Tom Verlaine e persino la Plastic Ono Band del Lennon attivista. All’appello non mancava nessuno ed erano tutte marionette che ballavano a suon di Last Nite, un boogie pop, un gioco facile facile che filava liscio come la vaselina, che lambiva il Rock senza toccarlo, che ne calpestava i sentieri con la tv sintonizzata sul canale.

Take It Or Leave It, il ventunesimo secolo si apriva con una garage music ritrovata, una rabbia edulcorata, una vibrazione epidermica senza lo shock emotivo e Is This It? (Rough Trade – RCA / Sony Bmg, settembre 2001) era la risposta alle aspettative di tanti: una raccolta di canzoni, scritte nei mesi precedenti alla tragedia, tra notti brave e scorribande notturne. Un programma che andava giù tutto in un fiato, omogeneo e con più picchi che cadute di tono: The Modern Age, la title track, Someday, Hard to Explain (oltre alle già citate) costituivano una spina dorsale solida e stabile, pop songs di indubbia efficacia che per di più riportavano in bocca sapori che sembravano ormai perduti; poco importa se si trattava di un Big Mac invece che di un’amatriciana fatta in casa.

Il debutto usciva poco dopo l’undici settembre, rappresentando quella leggiadria che fu. Ne uscirono due versioni: quella inglese per la Rough Trade con la copertina Mapplethorpeiana, e quella americana per la major RCA con il brano New York City Cops (l’anthem di turno al ritmo della vecchia città dei motori) sostituito da When It Started (un indie pop scoppiettante senza tanti colpi in canna). Il motivo del cambiamento della tracklist era dovuto a un’autocensura della stessa band, che in quel brano esprimeva sprezzanti commenti sull’attività della polizia della Grande Mela. Una mossa che evitava un’occasione vera di provocare (soltanto Stockhausen osò in quel periodo…), il sintomo di un’estraneità politica – già nota al Rock dei Novanta – divenuta caratteristica di tutto il nu rock, trasformata in prassi nei primi duemila (e tutt’ora non accenna a fermarsi) e inaugurata proprio con l’interlocutorio Is This It?, un titolo emblematico dall’altrettanto ficcante domanda che, assieme all’esordio degli Interpol, rappresentava e continua a rappresentare il Bignami chitarristico del nuovo corso. (7.2/10)

Riff ostinati e minimali, emozionali per sovrapposizione (e intreccio con scale misurate) rappresenteranno infatti il pane per i rocker di lì a venire, che riprenderanno in mano le chitarre con uno spirito emulatorio e DIY simile a quello che animò i punk inglesi di fine Settanta.

E nel duemiladue il pentolone bolliva e ribolliva, mentre la febbre per il quintetto non accennava a esaurirsi. Il Regno tutto continuava a impazzire, con i Nostri a rifiutare il gioco di spalla per show da headliner brevi e senza sbavature (un’ora spaccata e a volte pure meno), soltanto alla fine dei quali – a mo’ di colpo di scena – Julian Casablancas si gettava dal palco nel più consumato degli stage diving.

Era e rimarrà un’ondata di gruppi senza veri timonieri, senza gli oracoli di un Reed o un Rotten, di un Mark Stewart o un Tom Verlaine, niente antagonismo radicale, niente intellettuali né agit-prop, tanto meno working class people arrabbiata e affamata di idiomi marxisti. Nella wave del nuovo secolo (Franz Ferdinand, Bloc Party, Art Brut, Kaiser Chiefs, Maximo Park…), le nuove espressioni non fanno della musica una variabile discriminate tra sé e il mondo, tra l’io e il Sistema, eppure si vendono l’anima a suon di riff compatti e energie a rapida combustione, proprio come ai vecchi tempi del punk.

Per gli Strokes, in particolare, la rivendicazione d’annata si traduceva in un diritto all’estetica anestetica dei Velvet Underground, delle pose raw rock stooges-iane, del puntiglio Marquee Moon (album dal quale i Nostri prendono bene le distanze, dichiarando di non gradirlo neppure), elementi puri che venivano riproposti in chiave addolcita, ma estremamente solida.

Una formula ancor più esplicitata nel successivo Room On Fire (Rough Trade – RCA / Sony Bmg, 2003), nato dopo aver sbancato i festival di Reading e di Leeds, raccolto proseliti con i White Stripes e gli Weezer e fatto incetta di copertine.

Lasciate alle spalle le scaramucce con Nigel Godrich (dietro ai lavori, tra gli altri, di Beck e Radiohead), che inizialmente aveva goduto dei favori della band, gli Strokes ritornavano nelle mani di Raphael, autore, questa volta, di alcune accortezze che nella produzione precedente non erano emerse. Sue probabilmente le smussature dolciastre delle chitarre e, con ogni probabilità, suo il sound zuccheroso delle sonorità complessive. Astuzie necessarie, d’altro canto, per superare un’accoglienza che si preannunciava agguerrita, ponendo così una meticolosa cura arrangiativa quale unica difesa. E le calibrate sofisticazioni hanno dato ragione al produttore che, in barba ai tanti emendamenti rivolti alla governo della band, ha proposto una manciata di canzoni leggiadre ma ben fatte, meno sporche e dirette di Is This It? ma sicuramente più avvincenti per l’ascolto privato.

In Whatever Happened s’avvicendavano raffinati giochi chitarristici, dolci e ostinati (famoso il Casablancas nello svogliato anthem di questo brano), strategia che si faceva ancor più seria nel singolo Reptilia, dove riff minimi aprivano per scale angolari, giochi di sovrapposizione e sottrazione tra le chitarre, sotto le coordinate prettamente statiche della batteria e del basso. Erano dimostrazioni di un nuovo standard, semplice ma dagli incastri studiati, che si dimostrava funzionare e che si limitava, per il resto dell’album, a giocare sugli scarti dalla linea mediana: le danze a cadenza reggae diRoom On Fire , le sei corde di 12:51 sostituita dal più sbarazzino mood di una tastiera ’80 e così via, tra momenti un po’ ripetitivi (You Talk Way Too Much) e riprese ispirate (Between Love And Hate, altro anthem svogliato dell’album, The End Has No End, ennesimo singolo malandrino).

Alla seconda prova gli Strokes chiudevano con una I Can’t Win, altro inno alla sfiga eppure brano significativo del mood con il quale era stato inciso l’album: un giusto mix tra impeto e studio arrangiativo, tra melodie catchy fino alla svenevolezza e chitarre ben intersiate in trame dinamiche. In altre parole, gli Strokes erano una buona indie-pop-rock band, compiaciuta e assieme vittima dello stardom conseguito. Senza un leader vero, ma con un cantante con il vizio del laccato, che se non altro si dimostrava versatile. (6.8/10)

Problemi che si porranno alla prossima prova, visto che per tutto il periodo successivo all’uscita dell’album i ragazzi saranno on the road in compagnia dei Kings Of Leon e di Regina Spektor. Con quest’ultima incidono Modern Girls And Old Fashioned Men, b-side del singolo Reptilia, mentre per il terzo singolo The End Has No End è il turno di una cover live dei Clash, Clampdown (gruppo dal quale gli Strokes hanno sicuramente preso le cadenze reggae).

Sul finire del 2004 la band pensa di pubblicare un album dal vivo, che verrà accantonato. Del resto, da buoni americani, mentre Moretti fa il gigolo (Drew Barrymore è stata tra i suoi flirt), gli altri pensano a metter su famiglia: Casablancas sposa Juliet Joslin, figlia del manager del gruppo, mentre Fraiture diventa papà di una bambina.

E dopo tutto questo, è giunto il momento di dedicarsi al fatidico numero tre. Per la prima volta il gruppo incide in uno studio personale e recluta un produttore diverso, David Kahne (Raphael provvederà soltanto a tre canzoni). Al mixer spunta la testa di Andy Wallace.

Dopo una serie di concerti in Brasile, Argentina e Cile, date necessarie anche per testare i nuovi brani, nel dicembre 2005 esce finalmente Juicebox, il nuovo singolo (serrato e agguerrito come poche produzioni precedenti), mentre il 3 gennaio è la volta dell’atteso First Impressions Of Earth (Rough Trade – RCA / Sony Bmg, 2006).

Gli Strokes affrontano il banco di prova trasformandosi in un gruppo rock a tutti gli effetti. Non solo, sfidano gli idoli ispiratori a viso aperto, al limite del plagio, e ne aggiungono degli altri, forti di un arsenale rifforama e tempi scenici più vari e professionali che mai.

Oltre a Iggy Pop periodo The Passenger in Heart In A Cage e a Lou Reed in Vision Of Division, in On The Other Side e 15 Minutes si scopre un Casablancas innamorato di nuovi stili, soprattutto negli andamenti un po’ enfatici dei ritmi in levare: in queste occasioni i suoi bignamini diventano addirittura Bono e Thom Yorke (anzi, il secondo quando s’ispirava al primo).

In Electricityscape i confronti con i maestri continuano e, con l’ovvio zampino di Andy Wallace -che fu il fonico dei Nirvana –, troviamo Julian a fare il verso a Cobain e a sbraitare proprio come se fosse in preda alle convulsioni viscerali della defunta rockstar.

Non contenti d’aver convertito la corrente alternata da pop a rock (non senza catturare una sporta di prigionieri), i nuovi Strokes di First Impressions… cercano di stupire anche con il fuori programma, a sorpresa: in Killing Lies il rampollo si trasforma in Stephen Merritt con tanto di mellotron e sintetica little orchestra del caso, mentre in Fear Of Sleep quella voglia di sinfonico sposta il classico format mid-tempo dolceamaro del gruppo verso lidi noir; Red Light inoltre accarezza la dissonanza tra i maggiori per creare un effetto meno scontato, quando invece Ize Of The World punta addirittura sulla ballata ubriacona à la Pogues, con tanto di fastidiose stonature.

C’è da non crederci. Le continuità con Room On Fire sono piccoli flash, come si nota in apertura con You Only Live Once, soprattutto in Razor Blade e nella conclusiva Ask Me Anything, ma anche da queste parti la trama e la cura melodica sono minuziose e i giochi pronti a assumere forme sempre diverse.

Senz’altro è il cantato à la Bono-Yorke a rappresentare la sorpresa maggiore, ma il resto del pane messo in forno non è da meno, anzi, pare che i Nostri siano stati spinti da una vera ansia da prestazione e che, sbattendo la testa allo specchio, abbiano ripetuto a loro stessi d’essere un gruppo rock e non quella Boy Band che aveva apostrofato Michael Hagerty (Royal Trux).

E in effetti gli Strokes al terzo bramato appuntamento (lo si nota soprattutto nel singolo Juicebox) sono affilati e distorti, non più appiccicosi e popadelici; lo sforzo si nota soprattutto in fase compositiva: una scrittura non più lineare, anzi spesso tortuosa ed elaborata, come a voler dimostrare di essere capaci di maneggiare più generi e stili, anche all’interno di una sola canzone.

Certo, avrebbero (e per alcuni avevano già) stancato per la via del facile pop-rock precedente, eppure First Impressions Of Earth, pur travolgendo e appassionando, è un album incompiuto, fragile e per nulla centrato. Quel che è peggio è che, in questo confronto diretto con le citazioni, la spontaneità di Is This It e la leggerezza di Room On Fire cedono quasi del tutto il passo alla frenesia, facendo cadere il relax vincente che li caratterizzava. Alcuni ritornelli poi sono stanchi (On The Other Side), mentre altre cose sono forzate – le citazioni, si diceva, aperte e noiose – e tutto fa pensare che ci vorrà un po’ di tempo e dedizione per interiorizzarne il sound. Degna di un nuovo corso pare soltanto Evening Sun: trama vocale sciolta per un Julian con il giusto scarto dai modelli e arrangiamento carico quanto complesso, pieno di cambi di tempo e di campo. (5.5/10)

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