Tre secondi per un bacio lungo 15 anni
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Stefano Pifferi
- 16 Maggio 2008
Cinematografici baci da tre secondi e musicalità spigolosa ed aspra, ritmiche nervosamente spezzate e tre lustri spesi on the road,
frequentazione indistinta del gotha del noise-rock mondiale e degli
scalcinati palchi della provincia italiana. Ma anche passione, stimoli,
voglia. E soprattutto coerenza. Forte, tenace, fedele ad un’ idea di
musica come fiamma che brucia, non come scadenza o cartellino da
timbrare. Fuori dalle logiche di mercato, fedeli solo a se stessi e a
quel suono-dogma ormai riconoscibilissimo eppure capace di rimettersi
in ballo ad ogni (purtroppo rara) occasione. Una marcata tendenza
all’esterofilia corretta: gli States come un prolungamento della via
Emilia (e viceversa) e un cuore che batte più vivo che mai.
Lo iato quinquennale da Music Out Of Music (Slowdime, 2003) aveva fatto temere il peggio, ma si è invece rivelato
utile per riflettere sulla voglia di suonare e rinvigorire un trio mai
come ora “classico”, grazie alla matura messa a fuoco di Long Distance (aprile 2008, su SA #42). Bentornati Three Second Kiss. “Ogni
nostra registrazione rispecchia il punto di maturità raggiunto dalla
band in quel preciso momento, quindi ogni disco è sempre una messa a
fuoco totale nel percorso di crescita […] Long Distance è sì un lavoro
meditato, su cui abbiamo riversato tutte le nostre nuove energie, ma è
in assoluto il disco più umorale e spontaneo dei Three Second
Kiss. Diciamo…un disco responsabilmente immaturo”.
C’è compattezza nel suono degli 9 brani di Long Distance, ma anche variazioni umorali e improvvise di mood. In poche parole, la ricerca del nuovo entro i confini del vecchio.“La piacevole immaturità sta nello sperimentare strade nuove anche dopo
tanti anni. Un approccio più sintetico negli arrangiamenti, nuove
soluzioni compositive, una nuova etichetta, gente nuova con cui
condividere esperienze, perfino strumenti nuovi. L’entusiasmo nasce
sicuramente dalla voglia di un nuovo inizio”. E il nuovo album
segna, appunto, una ripartenza; 15 anni e non sentirli, apparentemente.
Ma qualcosa è cambiato: da un paio di anni dietro le pelli siede Sacha
Tilotta, a rinsaldare ancor di più i legami con gli Uzeda di mamma e papà, e a dare la svolta per il nuovo inizio. “Sacha
è stato determinante in questo. Il gap di età che esiste tra noi sta
creando una buona ed inedita alchimia propulsiva tra il passato dei
TSK, comunque importante e pesante in termini di responsabilità, e la
leggerezza di un approccio da ‘prima volta’”.
Un momento
particolare quello dell’ingresso di un nuovo elemento in un meccanismo
delicato come un trio; sempre lì lì per rompere l’equilibrio interno
innegabile anche extramusicalmente. Oppure a rinfocolare il fuoco della
naturale passione. Non a caso l’album inizia con una parte di batteria.
“Non so… forse non è un caso che il disco parta proprio con una sua
rullata. Sacha ha ovviamente determinato un nuovo assetto. Il trio è
una formula perfetta ma delicata, soprattutto dopo tanti anni di
affiatamento”. E così inizia un periodo di conoscenza, in cui i tre si studiano reciprocamente. I vecchi da una parte, il nuovo dall’altra. “Non
è stato solo un entrare da parte sua nel sound della band ma un capire
– da parte mia e di Massimo – come esaltare al meglio il suo stile più
minimale e diretto di Lorenzo. Sacha seguiva la band sin dai suoi inizi
[…] ed è stato davvero molto bello unirsi sulla base di questa amicizia
e stima di lunga data”. Riprende così un tratto essenziale nella
proposta dei TSK, il dialogo tra le corde e il battito. Il drumming più
post-punk e minimale di Sacha contribuisce all’ulteriore essiccamento
del suono del trio e alla ferma coesione di un suono che dal vivo ne
promette delle belle.
Dimensione, quella del live,
che è da sempre forma espressiva prediletta dai tre bolognesi adottivi.
Si veda il rapporto quantitativo tra concerti e prove in studio, coi
primi sempre intensi e espressivi che siano di spalla a June of 44 o in
un piccolo locale di provincia. Dal vivo la loro musica riesce a
esprimersi in maniera più coinvolgente e sincera. “Il concerto è
sempre stata la forza vitale della band, la ragione che la tiene in
piedi ancora dopo tanti anni. Tutto il resto viene dopo, funge solo da
contorno. Inutile altrimenti parlare di comunicazione, espressività,
coinvolgimento, senza il live. Il momento della relazione, della
conoscenza, della scoperta è lì”.
A scoprire la
loro musica è, paradossalmente, piuttosto la scena internazionale che
quella nazionale. Ma questo è un discorso ormai vecchio, nel tempo
della comunicazione istantanea globale. Le parole di Sergio Carlini ci
confermano quanto le dinamiche siano cambiate totalmente negli ultimi
anni. Facendo quasi passare i tempi degli esordi di TSK come un
qualcosa di antidiluviano. “Allora c’era la difficoltà di far
sentire il proprio materiale fuori casa, organizzare i tour all’estero,
affermare la propria personalità di band oltre i confini. Poteva quindi
avere un senso parlare di scena nazionale, perché da lì necessariamente
si partiva. Oramai i tempi della diffusione e metabolizzazione musicale
si realizzano in tempo reale. Le band comunicano ed operano in rete su
un terreno globale, ben oltre i confini”.
Non ha
più senso perciò parlare di panorama italiano o internazionale, bensì
di scenario unico, globale, fuso. La differenza ora più che mai risiede
nella qualità della proposta e nella passione di chi suona. “Semmai
possiamo parlare delle nuovissime generazioni di musicisti che vedo
muoversi in una forte dicotomia: le band ispirate da una grande
passione, che se ne fregano totalmente delle mode percorrendo una
strada personale, e le band ispirate da una grande passione per le
relazioni pubbliche e la visibilità ad ogni costo, codice genetico di
molti giovani fanciulli, bravi e furbi comunicatori di sé stessi prima
che musicisti. Ovviamente simpatizzo per i primi. C’è poi ovviamente
l’ambito delle relazioni, ci sono gli amici di sempre, Uzeda, che per
noi TSK saranno sempre un esempio del fare musica in totale libertà al
di fuori delle logiche di mercato. Ci sono anche ottimi gruppi che
nascono come i Tapso, altra band catanese di cui spero si sentirà
parlare presto. E gli amici Rosolina Mar o i Laundrette, altra band che
meriterebbe suonare di più in giro … sono molto in gamba”.
