Trasponsonic
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Marco Braggion
- 10 Luglio 2009
Sardegna. Terra madre di riti ancestrali e crocevia di tradizioni millenarie. Questo e molto altro. L’isola che spunta rigogliosa in primavera e brucia d’estate. La dea della fertilità il suo simbolo. Se oggi questo patrimonio a noi continentali sembra così distante e antico, travolto dalla velocità di download e dalle comunicazioni in fibra ottica, ci sono degli avamposti che resistono all’oblio e alla cancellazione della memoria.
Nel 1999 a Macomer, centro geografico dell’isola, si respira aria di rivoluzione. Rivoluzione musicale. In principio nasce tutto da un collettivo di performance teatral-musicale improvvisate. Gli 8 afrodisiaci fatti in casa. Deliri collettivi che si nutrivano della neopsichedelia uscita dai 90. Teatro e performance più o meno regolari in un’esperienza che dura poco ma che al suo interno ha un potenziale energetico che sprigiona DIY-ness da tutti i pori. Così, dopo poco, con l’avvento del masterizzatore, fare un disco è alla portata di tutti. Il medium non viene però percepito come strumento per vendere. Anzi, il CD diventa diario per documentare gli esperimenti. Mutati e salvati nei solchi digitali.
Dal teatro alla musica. Oggi il nome di punta è Hermetic Brotherhood Of Lux-Or. Con un moniker del genere hai già detto dove stai andando con la visione. E se l’esperienza è difficilmente descrivibile, Mirko Santoru aka Miroslaw – fondatore della label trasponsonica – ce ne parla come di una sorta di scrittura musicale automatica che viene documentata in presa diretta. Ci piace definirla post-world music mutante. Gli ingredienti sono avvicinabili al folk, ma non quello americano di Devendra Banhart che ormai è pura patina. Qui la folkitudine è un culto permeato di terra e di sangue, cose che senti a contatto con le radici delle sugheraie, le siepi di mirto che costeggiano le strade con i cartelli impallinati… Tutto il Carnevale della Sardegna non è altro che la rappresentazione vivente di riti dionisiaci di carattere agricolo, funebre, di uccisione e smembramento del Re sacro. In sardo si dice “carrasecare”, letteralmente carne da fare a pezzi. Noi facciamo a pezzi la materia sonora in veri e propri rituali documentati, come fossero etnografia di una tribù in via di estinzione che viene riplasmata in nuovi golem.
Non a caso anche il processo di registrazione/documentazione viene influenzato da questa estetica/pratica. Non si va a noleggiare lo studio con gli ultimi ritrovati della tecnica di sintesi, bensì si pensa a luoghi e a pratiche che si traducono in improvvisazione sonora senza mediazioni, direttamente a contatto con la terra. Più precisamente si registra in grotta. Abbiamo registrato sempre in posti chiusi, ristretti e senza finestre, con delay infiniti. Questo produce una sorta di drone mentale che guida i nostri cervelli e si riflette nella rappresentazione sonora. Ma non si tratta di un tentativo di incasellazione sonora, si tratta più che altro del fatto che l’essere nati in Sardegna – dove si respira un aria millenaria – ha influito positivamente sviluppando in noi un interesse fortissimo per l’archeologia, la storia delle religioni e dei popoli e questo va ad aggiungersi alla nostra estetica musicale in maniera fondante.
Un’estetica che non bada – già dalla sua genesi – a barriere artistiche. Oggi più che mai la multimedialità è d’obbligo: Abbiamo sempre avuto interessi disparati in campo artistico, quasi tutti noi si cimentano oltre che alla musica nella fotografia, nella pittura e nella videoarte e a breve (spero) uscirà un film muto che abbiamo girato in questi anni e che naturalmente avrà la nostra colonna sonora. Un atteggiamento aperto che fa conoscere il collettivo anche fuori dall’Ichnusa.
Il personaggio che li lancia sulla scena internazionale è Damo Suzuki. Dopo l’incontro con l’uomo-immagine dei Can esce il live degli HBOL Urano3, registrato a New York. Una fratellanza sonica che non ha confini e che spinge la ricerca verso la stabilità. È infatti uscito a giugno 09 il primo disco non autoprodotto. Dopo 10 anni finalmente il primo disco ufficiale. Si tratta del nuovo disco, finalmente con produzione industriale, degli HBOL che si intitola Saint Lux. Un lavoro che vede la partecipazione di tutti i componenti del collettivo. E’ un disco molto intenso e pesante dedicato ai tre aspetti della Luna, alla Dea Bianca, alla sua luce, permeato di realtà industriale in decadenza, della fine del mondo occidentale?
Who’s Who
Dei molti nomi coinvolti nel progetto Trasponsonic non è facile selezionare un campione rappresentativo. I dischi usciti dai combo attivi nel 2008 sono solo una testimonianza parziale dei sentieri di ricerca di questo gruppo di mistici post-folk, ma forniscono comunque un’idea della varietà musicale proposta. Le voci vengono da mondi diversi. A voi la selecta dei più rappresentativi. Non sorprendetevi. Loro ci fanno.
Ersilio Campostorto – L’eremita tossico
Lui è uno dei fondatori del suono trasponsonico. Insieme al capocchia Santoru fonda i Maqom, ma già dal ’99 esce con una pletora di progetti che vanno dall’improvvisazione in acido (il progetto omonimo) al pop (K17), dalla dark-wave (Magnetophobeeks) al rock (HameloH). Perché queste mutazioni? La sua è una risposta laconica: verticalizzazione parossistica e psicopatologia applicata. Al di là del suono la proposta sonica dell’uomo: un gioco di strimpellature bruitistiche di chitarre, pedaline violentate, tastiere da quattro soldi e field sounds rubati qui e là.
Lui si descrive come un’isola di pietra che vive in un deserto roccioso circondato dal mare, influenzato dal maestrale, dalle rocce, dalla terra e dalle piante è la voce storica del gruppo. Uno stronzo primigenio che si isola e che tiene i contatti con pochissimi amici fidati. Una delle colonne dell’etichetta, la memoria isolata, il musicista primitivo. Senza peli sulla lingua contribuisce al suono trasponsonico con una lunghissima improvvisazione psichica, ai confini tra storia millenaria e catarsi teatrale. Senza di lui non saremmo qui a parlare di questo piccolo mondo antico sardo.
Maqom – La definizione del suono T
Dopo le improvvisazioni/happening sui testi di Artaud, Miroslaw e Campostorto si legano ad Andrej Porcu. Il trio riporta in musica le sperimentazioni teatrali e nasce II-II-2002: uno studio musical-antropologico che registra la visione della terra sui solchi del CD. Questa prima prova, registrata in un ex caseificio abbandonato è il preludio a quella che sarà una lista di diari sonori improvvisati in locazioni singolari, cose che pulsano sperimentazione. Nel 2006 con Neurath e Der List si dà un nome a questa tradizione e si registra il primo tassello della serie Maqom: Tam-El, emblema e manifesto di ricerca. Arriva poi Maqom II – Nasprias Cave (è Miroslaw a parlarcene): uno sprofondamento psico-chimico, ancora una volta una sintesi tra arcaico e ultracontemporaneo. Forme di sciamanesimo ancestrale -ispirate dalla lettura dell’opera di Mircea Eliade- si fondono ancora una volta con il teatro della crudeltà artaudiano dando nuova linfa alla nostra ormai consolidata forma di crudele rappresentazione sonora.
Come dicevamo sopra i luoghi hanno un loro perché: il disco viene registrato in sessione singola nella grotta di Nasprias, un vecchio stazzo immerso nei vigneti del Marghine, è l’ennesimo lavoro di improvvisazione radicale targato Trasponsonic. Abissale. Nel maggio 2007 in un’altra sessione rituale si materializza Maqom IV – Utopos: un viaggio nei meandri della storia dei popoli del Mediterraneo che hanno popolato nei millenni la Sardegna e in particolare i nostri villaggi. La mente viene catapultata nel mezzo di battaglie sanguinose e rituali di propiziazione e nelle musiche che idealmente li accompagnavano. Free-jazz ed arcaismi musicali in una devastante esperienza psichedelica tribale.
La strumentazione prevede oltre al solito set anche strumenti (launeddas) e tecniche vocali derivate dalla tradizione sarda ((canti gutturali, tenores) con un pizzico di elettronica vintage. La serie Maqom può essere vista come una sorta di documentario a puntate circa l’etnografia della Sardegna. Viviamo nel nostro territorio circondati da monumenti megalitici millenari che stanno lì corrosi dal tempo ma immutabili. L’asprezza e la bellezza quasi terrficante del paesaggio, le nostre tradizioni che rimandano a culti ancestrali anch’essi lavorati dal tempo ma ancora prepotentemente presenti e vivi.
Andrej Porcu – Etnica avariata e psichedelia naturale
Il progetto solista per Andrej Porcu parte più o meno dal ’98. Si caratterizza per un uso del field recording marcio, un minestrone minimale arcaico-etnico di rovine industriali. L’idea è quella di produrre suoni nuovi, partendo con delle registrazioni molto rudimentali, eseguite con un registratorino a cassette, tracce di improvvisazioni autistico-minimali di cavi, amplificatori e collegamenti, ruderi di batteria e bidoni, chitarre scordate e da corde di materiali differenti e altre varie paccottiglie rumoristiche.
Nel ’99 esce il primo disco: Disfunzioni tecniche. Da qui in poi la strada è tutta in ascesa. Si fa presto a dire discografia: Sfaceli umanistici (2000), Vol. 3 (2004) e Disturbi concreti nel disordine dei sogni (2008). Dal primo all’ultimo vi sono enormi cambiamenti ed evoluzioni anche se mantengono sempre lo stesso approcio istintivo: l’indole è sempre quella di cambiare situazioni e sonorità ad ogni brano, dal soffio dolce al rumore dissonante. Due chitarre autocostruite, una cetra, una cornetta, flauti vari, benas (strumento etnico sardo di canna comune), percussioni, microfoni e delay per creare un flusso continuo di suoni a cascata libera.
India Von Halkein – Electro-industrial head
Un one-man project e un solo album all’attivo. La new breed dell’etichetta. Dietro all’India sta la sintesi estetica ed elettronica: una commistione di elementi variegati e differenti tradizioni musicali, una ‘contaminatio’ tra la dimensione industrial/wave e la dimensione, apparentemente distante e aporetica, della musica etnica di matrice medio-orientale. Ciò determina l’utilizzo velleitario tanto del synth, quanto dei flauti, di tamburi e percussioni ‘esotici’ e dell’armonium; le chitarre emergono ora languide e minimali per affrescare contorni, ora asettiche e sibilanti per determinare contrasti forti ed ombreggiare sfondi apocalittici. Dal 2007 avanza quindi la dimensione electro anche in casa Trasponsonic. In collaborazione con Ethan Varrs, Miroslaw e Gabriel L.B., la proposta doveva rappresentare un canale o medium espressivo in cui potessero essere esplicitati adeguatamente i punti acerbi della riflessione e del vissuto soggettivo sullo sfondo generale dell’alienazione e della destrutturazione esistenziale dell’individuo, de-volutivamente assoggettato al monstrum simbolicum dell’anomia tecno-gonica della civiltà contemporanea… Il soggetto, dunque, e la sua deriva; ma anche il piano inclinato dove il soggetto medesimo ansima e si disperde. Praticamente un trip tecnologico attaccato alle radici dell’Ichnusa attraversato da misticismo, deliri alterati e drones che richiamano il deserto: il deserto arde e nientifica, la musica lo rispecchia e lo riverbera. La Terra dell’appartenenza e, insieme, della non appartenenza, dove il rituale richiede di essere officiato in direzione della catarsi esistenziale e dove il ‘telos’ s’affaccia inesorablie: il fine dello smembramento bacchico all’interno della babele industriale, dove ogni appartenenza è frutto di un differimento organico, poetico e tribale, romantico e deietto… Nel deserto la connessione si nullifica, il contatto è sottoposto ad evaporazione: le connessioni musicali sono rade, quasi autistiche, parossistiche, perpetuamente autoreferenziali… Ciò non significa esclusione dal ‘cosmos’ musicale contemporaneo, bensì idolatria della nullificazione e del differimento. Ben venga la comunanza, ma il deserto riverbera la sua propria delirante irradiazione.
Last but not least: Hermetic Brotherhood of Lux-Or
L’ultima creazione del collettivo è nata dall’incontro con il produttore Ethan Varrs. Se Campostorto segna le origini con Maqom, Varrs produce il nuovo suono per il sempreverde trio Miroslaw Campostorto Porcu. La visione del cosmo è abbagliante e la sola terra comincia ad essere percepita come spazio limitato. Le altre stelle sono più vicine di quanto appaiano. E allora ci andiamo di interstellar overdrive psichica: nel novembre 2007 viene registrato il primo frutto di queste interazioni al di là del pianeta: in un vero e proprio rituale micotico che vede protagonista Ethan in compagnia di Miroslaw e Andrej Porcu. Un’unica session senza nessuna post-produzione o artifizio, un viaggio attraverso la tribalità assoluta fino a giungere a un tripudio sinfonico di cellulari realizzato con l’ausilio di soli 3 microfoni filtrati da delay digitali e strumenti vari. La tribalità acustica è digitalizzata. Si percorre il cammino dell’evoluzione sonora umana dall’analfabetismo primordiale ad una piena consapevolezza tecnologica. E’ Umungus Fungus: primo capitolo della saga HBOL.
La tecnologia entra nelle vene e il trio, galvanizzato dal suono dei pianeti ci va di improvvisazione: con l’apporto di Antonov alle percussioni e sax e di Solidea Surya al sampling si registra Urano1. Da qui ha inizio l’esplorazione di altri mondi. La terra è lontana e i nostri indagano l’atmosfera gassosa del pianeta simbolo della Fratellanza Ermetica. Un vortice marziale di psichedelia cosmica, nera ed asfissiante. Nello stesso anno si vola a Brooklyn, New York situata sul medesimo parallelo di Macomer. L’esito della riunione di adepti è testimoniato da Urano3, terzo capitolo, di cui già abbiamo detto.
Nel maggio di quest’anno una nuova formazione ermetica composta da Miroslaw, Varss, Antonov, Campostorto, Porcu con l’aggiunta di Gabriel L.B. vede riunite al completo le colonne portanti del suono Trasponsonic. I nostri si rinchiudono in un “muristene”: una nicchia presso la chiesa campestre di San Lussorio, Borore (a 6 km da Macomer) dove i pellegrini sostavano a pregare. Da un’idea di Antonov, originario del paese, nasce Saint Lux: la summa di varie anime, di diversi modi di sentire accomunati dalle stesse pulsioni astrali. Un nuova quanto arcaica divinità mutante che fruga nella terrra, adora lo sbocciare della primavera con i neuroni in fiamme come nella luminosità del Nuovo Messico circondata da insetti che disegnano sfere luminose. Un inno alla purezza femminile e selvaggia della nostra terra, alla Dea Madre, alla luna. Ai suoi tre aspetti di ninfa, fata e strega. Alla sua luce che si specchia ancora nei pozzi sacri ma è stata ed è continuamente profanata ed innervata di archeologia industriale arcaica e contemporanea. Sopravvive nella mutazione e forgia nuovi guerrieri pronti all’apocalisse, rivelazione o distruzione esso sia.
Quattro dischi fondamentali
Maqom – Nasprias Cave
Il bruitismo derivato dal teatro di Artaud insonorizza le caverne sarde. Il passaggio dall’estemporaneità dell’happening al documento sonoro. Questo disco, come le altre autoproduzioni d’esordio del gruppo, è un post sul blog sonoro dell’etichetta, un tassello del mosaico in espansione che si chiama Trasponsonic. Se il citazionismo ai padri della psichedelia progressiva è palese, ci sono però alcune soluzioni che emergono e fanno scattare la scintilla dell’interesse: l’uso di strumenti tradizionali, i vocalizzi con le tecniche estese (che ricordano il genio di Demetrio Stratos) e la manifestazione di un’indipendenza sonora che si discosta dal mainstream e che getta le basi per il futuro. Seminale.
Hermetic Brotherhood of Lux-Or – Urano3
Un’ora di improvvisazione a cavallo tra la psichedelia pinkfloydiana, il rock sbilenco degli Ex e le krauterie dei Can. Chitarre cosmiche con riverberi lunghissimi, vocals che ululano un rituale a divinità ai confini del sistema solare e intersezioni con suoni analog post-gioventù sonica. Registrato a New York e promosso dal joker Damo Suzuki è la prima prova autoprodotta dall’etichetta che varca i confini dell’isola. Il segnale che la pazzia strutturata di questi ragazzi non è posa, bensì tradizione che si incarna nel suono rock contemporaneo.
Andrej Porcu – Disturbi concreti nel disordine dei sogni
L’ultima visione dell’eremita. Flauti e altri strumenti dell’isola, noise, percussioni, voci in echi spastici e un pieno di pazzia che confermano la visione Trasponsonica. A cavallo tra avanguardia e tradizione. L’one man band che esplora in solitudine i molteplici mondi della trance. Un punto di partenza che contiene in sè tutte le anime del suono trasponsonico, un’installazione perpetua in omaggio alle divinità ancestrali sarde. Andrej disturba anche i nostri sogni.
India Von Halkein – Mnetha
La seconda generazione trasponsonica. Dopo i fondatori che partono dal teatro per approdare al drone rock, Von Halkein varca la soglia dell’elettronica e si viaggia sui territori del misticismo infarcito di loop tribali. Cose che nei 90 avevamo sentito a Goa e nelle rielaborazioni degli O.R.B.. Qui si lascia da parte il clubbismo e si punta sul rito. L’elettronica a servizio della terra. Un canto che scorre lento ma inesorabile verso territori mentali à la Apocalypse Now. Pronti al trip?
(Un ringraziamento particolare a Roberta Pasella)
