Tomorrow comes Today(s): intervista a Gianluca Gozzi, direttore artistico di Todays festival
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Tommaso Bonaiuti
- 2 Agosto 2021
Con l’estate 2021 ormai ben avviata si respira un vago ritorno alla quotidianità e ai rituali della collettività: una boccata d’ossigeno, anche e soprattutto a livello monetario, per certi settori che dopo un anno di stop forzato devono raggruppare le forze e ripartire quanto prima. Uno di questi settori, manco a dirlo, è quello degli eventi dal vivo, che stanno ritrovando pace seppur in un contesto simil-post-guerra, con ingressi contingentati, posti a sedere rigorosamente distanziati e molte idiosincrasie tra le intenzioni reali e i dispacci governativi a riguardo. Sebbene infatti siano andati in porto molti eventi programmati per la stagione concertistica estiva, altrettanti (se non di più) sono stati spostati, “bloccati” in uno iato a data da destinarsi, o ancor peggio costretti a gettare la spugna e sventolare bandiera bianca (da ultimo, un colosso come Lucca Summer Festival).
In questo clima di grande incertezza, alcuni festival e organizzazioni hanno deciso di programmare regolarmente i propri eventi, fissare date, non appendersi a una vaga speranza, lanciando un segnale di stabilità e unità d’intenti, al netto di nuovi DPCM che potrebbero sbucare da dietro l’angolo come un killer in uno slasher movie. Una di queste stoiche realtà è Todays, che con l’eclettica edizione 2021, in programma dal 26 al 29 agosto, sarebbe al suo ufficiale sesto anno d’età. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Gianluca Gozzi, il direttore artistico del festival torinese, che non cela affatto le perplessità legate al delicato momento: «Stiamo operando con una logica contraria al concetto di “programmazione”, sperando che la cosa possa andare in porto», mi spiega per telefono. «Un anno di lavoro può essere vanificato da un solo decreto emendato a 2 giorni dell’evento, considerando che l’edizione di quest’anno ad esempio è alla sedicesima versione. Todays già dal nome implica un legame con l’estemporaneità e il tempo presente, ma sarebbe più opportuno definire quest’edizione “Tomorrows”, per capire cosa ne sarà del domani di eventi come il nostro e altri simili». Operare una scelta di questo tipo costituisce un rischio d’impresa: «Chi decide di assumersi una quota-rischio, e osa scegliendo una programmazione internazionale, può incappare in grosse delusioni, ma tra fare una cosa tanto per farla o cercare di preservare l’identità di un festival, abbiamo scelto quest’ultima opzione. Rischiamo, ma con determinazione e lucidità».

Un festival che si terrà ovviamente rispettando le normative: «I posti sono assolutamente a sedere, distanziati, pre-assegnati. Non possiamo permetterci di sbagliare da questo punto di vista, dobbiamo rappresentare un modello virtuoso. Purtroppo vedo spesso eventi che in questo periodo non danno una traccia chiara di cosa e quanto si possa concedere/permettere al proprio pubblico: alcuni eventi vanno avanti rispettando le norme di sicurezza, altri semplicemente le ignorano, ma c’è grande confusione dalla parte di chi decide e da quella di chi fruisce e mette in atto questa tipologia di eventi». Gozzi prosegue: «L’approccio del governo, a riguardo di certi settori, è caotico più per ignoranza verso il mondo dello spettacolo che non per via di burocrazie complesse. A seconda di come cambiano le norme, io organizzatore devo ripensare un’area come quella dello Spazio 211 (in cui si terranno gran parte degli eventi del festival, ndSA) e ricostituirne le fondamenta, riprogettarne le planimetrie, e coinvolgere di nuovo ingegneri, architetti, etc., un’operazione onerosa che può sforare il tetto massimo consentito. Ma anziché lamentarci di ciò che non è possibile fare, pensiamo sia giusto far sì che il fattore esperienziale possa e debba rimanere intatto, per preservare una continuità tra come avevamo pensato il festival in origine, e come poi si svolgerà effettivamente».
L’identità è infatti uno dei parametri imprescindibili con cui valutare l’esperienza di un festival, e Todays ha dimostrato negli anni di saperla formare anche grazie a scelte di lineup interessanti e sofisticate. Gozzi, in merito, dichiara: «Spesso mi chiedono quale sia stato il miglior artista della storia del Todays, quello che mi inorgoglisce maggiormente; ci pensavo anche durante l’esibizione di PJ Harvey nel 2016, ma il punto è questo: la vera soddisfazione la si prova quando si riesce a smuovere della tensione creativa e dell’energia che va ben oltre il concetto del “mi piace-non mi piace”; anche Joe Strummer lo disse di fronte a una platea gremitissima: «non cerco il vostro applauso, cerco tensione creativa». Se uno torna a casa e invece di dire “sono stato a vedere PJ Harvey”, dice “sono stato al Todays”, è segno che la direzione è quella giusta ed è la bontà di tutto il pacchetto che ti ha convinto in quanto spettatore, non la sola presenza di un headliner di spicco. Low, Parcels, Perfume Genius sono nomi che sono fiero di aver ospitato negli anni passati, ma ciò che conta è il tutto». Prosegue: «Il vero obiettivo e far provare alle persone un senso di stupore, vederle uscire dalla venue con una sensazione elettrica, che può spingerle a scovare nuove influenze, scambiare nuove esperienze».
Quest’anno il bouquet artistico non è da meno, anche con performance create ad hoc per il festival: «Oggi, Todays è post-tutto: dall’asset multiculturale dato dalla presenza di Les Amazones d’Afrique, alla contemporaneità data dalla nuova scena UK, che spazia tra le sonorità (black midi, Black Country, New Road, Arlo Parks etc). Teho Teardo è uno dei nomi italiani, e ha progettato un live con cui esordirà proprio al Todays: la reinterpretazione e sonorizzazione di un cortometraggio francese del 1962, La jeteè di Chris Marker, coinvolgendo peraltro figure di spicco del cinema italiano, come Liliana Cavani e Michele Riondino, oltre a Blixa Bargeld degli Einsturzende Neubauten per la parte musicale. Un racconto post-atomico, in questo caso, riadattato ai tempi duri del covid-19».

Il fattore dominante per Gozzi, quindi, è un senso che va oltre l’abbinamento di nomi ed esperienze musicali, e che abbraccia una serie di sfumature e scelte logiche da parte dell’organizzatore, il cui compito e onere è quello sì di intrattenere, ma anche di saper coinvolgere e stupire: «Qua in Italia chiamiamo festival cose che non lo sono: la gente si lamenta per ciò che non c’è, ma cerca ciò che conosce, musica pesata al mercato come patate e mele. Spesso non si fa distinzione tra concetti apparentemente simili, ma in realtà quasi antitetici: si scambiano le rassegne per festival, l’intrattenimento e lo spettacolo per la cultura», spiega Gozzi, che ci tiene a sottolineare una distinzione ben precisa: «intrattenimento e cultura sono due cose diverse. Fare cultura è formare le idee, le relazioni e i gusti delle persone, che escono trasformate dall’esperienza che io fornisco in quanto organizzatore di un festival musicale. Il fare intrattenimento da dopolavoro si basa su concetti diversi, su una comfort zone che non ti porta affatto dove non ti aspetteresti, ma ti fornisce ciò che già vuoi e ti aspetti. Non è una cosa necessariamente negativa, ma può rendere l’esperienza d’ascolto e di fruizione di un apparato artistico in generale un po’ stantia. Uscire dalla zona di comfort ti può far crescere, dandoti spunti interessanti. Ad esempio, durante la prima edizione di Todays il palco è stato condiviso nel giro di poche ore da artisti apparentemente antitetici: Levante, cantautrice torinese che all’epoca era all’inizio della sua carriera, e i TV on the Radio.
Dal retro del palco potevo scorgere la distinzione del pubblico: una demografica di ragazzi e ragazze molto giovani, che erano lì per Levante, e un pubblico apparentemente disinteressato a quest’ultima, un po’ più adulto, che sicuramente era lì per i TV on the Radio. Il rischio che ti assumi da organizzatore è quello che una parte di pubblico stacchi la spina per tre quarti d’ora o un’ora, nell’attesa che l’artista per cui quel pubblico ha pagato il biglietto salga sul palco. Invece, con mio stupore ma fino a un certo punto, perché è anche opportuno fidarsi del buon gusto del proprio pubblico, le cose andarono molto bene: Levante fu molto brava anche a coinvolgere una fetta di platea non necessariamente “sua”, e molti ragazzini si sono poi appassionati ai TV on the Radio, e tramite loro, chissà, hanno scoperto altri gruppi alternative del passato, formando così un pezzetto della loro cultura musicale. Chi fa festival deve ambire a questo, senza alcun dubbio».
Il potere salvifico della musica ci sottrarrà alle logiche di mercato? Spesso è difficile far combaciare le intenzioni con le attuazioni, come scrivevamo all’inizio, tanto che il punto più delicato da parte di chi organizza eventi come il Todays riguarda il dialogo con le istituzioni, l’assessore o sindaco di turno, il convincimento degli sponsor, la raccolta di fondi necessari per “far funzionare la macchina”. Gozzi: «Diciamoci la verità: l’Italia ha un potere contrattuale misero nel gioco del mercato musicale dal vivo. Può ottenere buoni risultati solo tramite opportunità che si verificano, e tu organizzatore devi essere bravo a coglierle al volo: una band che gira e si avvicina alla tua zona geografica, il cosiddetto day off che ti permette di proporre alla band/artista in questione una data “tappabuchi”, e tutta una serie di circostanze con cui devi saper interfacciarti in un modo o nell’altro. E la stessa, diciamo così, opera di convincimento la devi saper attuare con chi poi ti fornisce i permessi e gli spazi per poter mettere in piedi lo spettacolo. La morale è: quanti assessori e quanto pubblico diciamo così “generalista” conosce i Dry Cleaning o i Working Men’s Club? Non puoi “venderti” solo con i nomi che hai, ma con quell’identità appunto di cui parlavamo prima: far capire al tuo interlocutore che ciò che proponi non è una rassegna raffazzonata, ma un progetto che parte dal basso e si pone degli obiettivi, creando un contesto per ogni proposta. Negli anni passati abbiamo ospitato un live con proiezioni di John Carpenter e la sua band in un capannone industriale abbandonato, così come un live degli Sleaford Mods in un parco cittadino prevalentemente frequentato da giovani provenienti da famiglie immigrate di prima o seconda generazione.
Il punto è che se crei un contesto logico, un contenitore adeguato al contenuto, sei inattaccabile; a quel punto puoi pure rinunciare a un nome altisonante in più e investire le tue forze in cose non necessariamente accostabili al concetto di blockbuster, non necessariamente popolari, ma più adeguate al contesto e alla tua proposta». Del resto, la storia di Todays è emblematica in tal senso, e risponde grossomodo alle questioni sull’identità, nonché rappresenta esattamente quello che significa prendersi un rischio d’impresa. Gozzi: «Todays nasce dalle ceneri di un’esperienza di grande successo, Traffic, un festival cittadino per i cittadini, che si teneva ogni anno verso la metà di luglio, ad accesso gratuito, con nomi mainstream di grande richiamo. Prima hai questo, l’evento dell’estate che tutti aspettano e a cui tutti desiderano partecipare, e poi decidi di fare un altro festival, però a pagamento e con una lineup rivolta all’indie, quindi con un pubblico giocoforza più ristretto, spostandolo per giunta in un periodo del calendario in cui generalmente si tende a fuggire dalla città (in specie se è Torino, che d’estate raggiunge vette di afa e calore pazzesche)».
La città di Torino fa la sua parte in questo processo: ha dimostrato negli anni di saper puntare sui cavalli giusti, dando ampio spazio a festival locali e permettendo loro di crescere, mettendogli a disposizione luoghi d’interesse culturale e storico, finanziandoli, trattandoli con rispetto come un asset virtuoso per la cittadinanza. L’altro chiaro esempio che viene in mente è quello di Club to Club, autentico fiore all’occhiello della programmazione concertistica della città di Torino, ma ormai di tutto lo Stivale, con un appeal che raggiunge e convince un pubblico europeo e internazionale. Sulla relazione tra istituzioni, organizzatori e pubblico, Gozzi prosegue: «Se manca il pubblico, il grande azionista, è impossibile fare imprenditoria culturale, questi tipi di festival come C2C o noi avanzano se c’è un investimento esterno. Torino funziona come un convogliatore di energia caotica. Il punto è che il festival è anche organizzato dalla città, nel bilancio tecnico c’è una quota-parte della città che investe in ciò che proponi. Proprio per questo motivo, è mio compito rispettare il pubblico, inteso come cittadinanza in generale, in quanto c’è chi ripone fiducia nella mia proposta».
E proprio parlando di fiducia, la conversazione si sposta sulle possibilità concrete di avvio di una vera e propria stagione concertistica per il 2021-’22: «Il compito di un festival estivo come Todays è anche quello di riportare fiducia in un periodo così complicato, affinché le cose possano ripartire col piede giusto da settembre-ottobre in poi. Ci sono troppe persone, lavoratori dello spettacolo che stanno a casa, se torniamo a dare fiducia a un settore tramite un festival, le cose funzionano, si fa gruppo, si creano relazioni, si fa rete, non si parte dal preventivo ma dalle intenzioni, e nascono progetti come TOur Days, in cui dieci realtà curatrici di più programmazioni autunnali sono state finanziate e sostenute da noi con parte del budget della scorsa edizione, annullata per la pandemia. Ad oggi, purtroppo, le programmazioni per il prossimo autunno non esistono, la fiducia serve ma non basta: devono essere connessi i decisori (assessori, politici etc.) con gli attuatori (noi organizzatori), la politica deve prendersi delle responsabilità a riguardo, e lo deve fare prima possibile».
Abbiamo esplorato le tematiche che grossomodo costituiscono un po’ la narrativa di chi vuole intraprendere il mestiere del direttore artistico, o chi in generale vuole impegnarsi nella costruzione di realtà analoghe a quella descritta. Gozzi racconta un po’ le sue origini, e spiega che un terreno comune è sempre una buona piattaforma di partenza: «Da ragazzino militavo in gruppi punk della scena torinese, mi interessai subito alla musica, che portavo avanti però più come una passione, affiancandola ai miei studi di ingegneria. Poi, verso un certo periodo, io e i miei amici iniziammo a frequentare questo centro sociale occupato da fattoni che giocavano giorno e notte a freccette contro il muro, usando le siringhe infette. Era una situazione abbastanza caotica, ma da cui nacque un buon humus per partire e costruire qualcosa di serio. C’erano delle salette in cui era possibile provare, ci scambiavamo esperienze, influenze, audiocassette, demotapes, informazioni. Un giorno entrai e notai sul muro un poster affisso alla bell’e meglio: era la locandina di un live dei Motorpsycho, mi stupì subito per via dei colori, mi piacevano le grafiche ma io, all’epoca, non conoscevo la band. Così, senza neanche aver sentito un solo minuto di musica da parte loro, pensai istintivamente: “sarebbe bello, un giorno, organizzare un loro concerto qua”. Sette anni dopo, questo desiderio si avverò. Intravedevo un potenziale in quel contesto, sapevo in cuor mio che era possibile sviluppare qualcosa di più concreto, così quello spazio rimesso in sesto con le nostre sole forze, divenne qualche anno dopo Spazio 211, un locale che è stato l’accentratore delle mie esperienze, almeno fino al 2010, anno in cui mi sono separato da quella strada, pur mantenendomi in contatto con le persone che hanno continuato a prendersene cura. Infatti, quando Todays è partito come festival nel 2015, ho pensato subito a Spazio 211 come suo centro di gravità naturale».

«Questa è una storia di tenacia», prosegue Gozzi: «la tenacia è una buona virtù. Si distingue dall’ostinazione: chi è ostinato è senza dubbio dotato di una buona dose di determinazione, ma non vede una spanna oltre il suo obiettivo e, se non lo raggiunge, si dispera. La tenacia è invece quella piccola forza motrice che ti fa fare dei balzi in avanti senza che tu te ne stia rendendo conto: resisti alle intemperie, ai paletti burocratici, alle negazioni, ai “non ho più voglia di alzarmi dal letto la mattina per fare questo mestiere”. Un balsamo che ti aiuta a passare momenti negativi. Mi viene da citare il testo di una canzone di una band di Torino, i Perturbazione. Il testo recita: “Non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire”. Vale a dire, non è quanto ti sbatti per far riuscire bene una cosa, non c’è rimpianto nel provarci e anche non riuscirci: è il non fare che ti abbatte».
Proprio a seguito di lunghi periodi di auto-isolamento, queste parole assumono una forza e una qualità speciali. Rischi di appassire in casa, di perdere interesse e contatto con la realtà, i tuoi obiettivi. Rischi soprattutto di annullare i modelli virtuosi, e di sostituirli con modelli/surrogati virtuali. A tal proposito, ci siamo soffermati su una questione di estrema attualità, riguardante il presente e futuro prossimo delle performance: il live streaming. L’abbondanza di eventi in streaming, è una conseguenza dei tempi, che forzano gli organizzatori di eventi, i club, le etichette, gli artisti a inventarsi un nuovo habitat, a prediligere nuovi canali, un tempo preferenziali, se così si può dire. La questione è peraltro estendibile all’impatto avuto dai servizi di streaming come Spotify e Tidal negli ultimi 5 anni, che stanno indirettamente spostando gli equilibri nel gioco delle parti, con l’industria musicale che deve inventarsi voli pindarici e nuovi trick ogni settimana per tenere in piedi la carretta.
Gozzi: «La tematica è intricata e merita approfondimenti in merito. L’obiettivo di chi fa questo lavoro è far capire ai giovani che hanno una scelta. Il mio ruolo da direttore artistico richiede che io abbandoni i miei gusti, perché devo riferirmi a una demografica molto ampia e comunitaria, in cui ognuno si scambia idee con la forza che gli appartiene. La tua curiosità, la tua fame è carburante per la mia fame, la mia curiosità di cose nuove. La musica gratuita mette tutto sullo stesso piano, è un privilegio che non era concesso a quelli della mia generazione, quindi va saputo sfruttare, ma rischia di appiattire la proposta, di banalizzarla. Poi, c’è anche l’aspetto culturale che si mette in mezzo: siamo il paese in cui c’è un’incredibile (nel senso di non-credibile) investigazione del talento, se ne trova ovunque, si pensa che tutti siano talentuosi allo stesso modo, ma non è la verità. La verità è che il talento non è democratico per natura, ma questa visione è la conseguenza di un processo che mette in primo piano le virtù e non la proposta in sé, e come questa s’inserisce in un contesto storico-culturale. In questo paese c’è più gente che suona di gente che ascolta, c’è più gente che scrive di gente che legge, e spesso quelli che ascoltano e leggono, sono gli stessi che suonano e scrivono».
Doloroso, ma vero. Se non c’è scambio ma tutto è autoindotto, non si crea un circolo virtuoso, bensì vizioso. Non si cerca consenso al di fuori della propria area di competenza, perché non si creano i presupposti affinché quest’aria di competenza possa estendere i propri legami al di fuori dello stesso circuito – stesse facce agli stessi concerti con le stesse band negli stessi locali. Questo è almeno un problema risolto dalla non-presenza del pubblico, nel contesto degli eventi in streaming che fanno tanto Grande Fratello orwelliano in 1984, ma che a detta dello stesso Gozzi possono portare aria fresca da far ricircolare, in una pausa-anticamera che potrebbe portare nuove idee e nuove intuizioni per il settore concertistico (parere che sento di condividere). «Tornando allo streaming e alle possibilità che fornisce, m’interessa la produzione ad hoc online, che permette cose che dal vivo non posso fare; ad esempio, in un paese come l’Italia che ha una politica molto stringente e severa su questo fronte, un live con un pubblico in presenza in un luogo aulico (una chiesa antica, un passo di montagna) non posso farlo, o posso farlo con delle pesanti limitazioni, ma fare delle produzioni del genere senza pubblico è possibile e comunque affascinante. Lo streaming abbatte le distanze ti toglie vari problemi logistici diciamo, dalla distanza alla fatica, alla benzina e ai chilometri percorsi, ma ti toglie ovviamente quello per cui tutti noi appassionati di musica dal vivo ci muoviamo e spendiamo soldi ed energie: il contatto».
Sperando che tutto possa andare in porto come programmato, sarà bello ritrovare quel contatto in quel di Torino, per abbracciarci di nuovo (nonostante l’afa).
Todays Festival è in programma il 26, 27, 28 e 29 Agosto a Torino, tra lo Spazio 211 e l’ex fabbrica Incet. I biglietti sono disponibili qui.
