Those Dancing Days vs Nisennenmondai
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Gaspare Caliri
- 1 Novembre 2008
Il giorno e la notte
Mai due fenomeni sono stati tanto diversi. Un pop facile facile che tanti hanno detto provenire dal Northern Soul – ma solo se ammettiamo che viene da lì anche Julian Casablancas – e un noise torbido e meccanico che i più hanno collocato nelle lande tedesche di primi Settanta. Ogni cosa a suo posto, verrebbe da dire.
Di fatto l’idea di questo articolo ci è venuta ascoltando simultaneamente i due gruppi in questione, scoprendone le biografie, andandoci a fondo. Abbiamo avvertito quel campanellino, suonato ovviamente da una pulce dentro l’orecchio. Sembrerà un fatto trascurabile. Le Those Dancing Days sono cinque (quasi) post-adolescenti di Necka, un sobborgo di Stoccolma. E le Nisennenmondai sono un trio – invero più su con l’età – di ragazze provenienti da Tokyo. Certo, Tokyo non è una provincia né è nuova a guardare a occidente. Anzi, come sappiamo il japanoise è ormai istituzionale. Però le Nisennenmondai non sono davvero japanoise. Non hanno quella mistica di ossimorico eccesso zen – vedi alla voce Boredoms – cui i giapponesi ci hanno abituato. Hanno una facilità di fare senza connotazioni e questo ci stupisce, a dirla tutta.
Abbiamo quindi notato come questi dischi provenienti dalle periferie dell’Impero rock anglosassone sia stato per entrambi i generi di riferimento una boccata d’aria fresca. E tutto ciò ci ha portato a considerazioni sul concetto di autorialità utilizzato dalle due band e sul loro gioco tra consapevolezza e disinvoltura. Cose che vanno al di là della suggestione dell’accostamento.
È oggi che si balla
Suonano, divertono, si divertono. Le Those Dancing Days sembrano un prodotto perfettamente confezionato, che convoca intenzionalmente riferimenti a pioggia. Sono appena uscite dal liceo, hanno cinque profili Facebook le cui porte vorremmo aperte – come amici, chiaro – e sono promosse da video impeccabili, rotabili e pesantemente rotati su Mtv come pure sul fidato tubo.
Indossano vestitini che richiamano i Sessanta ma hanno anche un’estetica che cita i Settanta, quando a New York coesistevano i Settanta con i futuri Ottanta; la chioma della cantante Linnea Jonsson – la più fiera e distaccata, già nel video di Hitten, uscito a inizio 2008, o della spassosa Run Run, uscito prima dell’estate – strizza l’occhio alle pettinature afro. Ecco, vorremmo evitare questo genere di discorsi, come l’appiattimento che si è creato nella critica “di settore” attorno alla loro musica; che sì, è indie-pop, e sì, viene dalle allegre canzoni anni Sessanta, e sì, può essere abbia dentro del Northern Soul. E che, così presentata, già l’anno scorso è stata magnificata persino su NME.
Noi preferiamo un’altra strada. Dopo la manciata di singoli e l’EP omonimo di qualche mese fa abbiamo ascoltato l’album, In Our Space Heroes Suits, e abbiamo respirato un’aria che ci riporta a quel crogiolo di frizzante e giovanissima fantasia che portò a incredibili dischi post-punk. Parliamo dell’ambiente delle prime cose Rough Trade; e come non pensare, a proposito di gruppi femminili, a quelle Raincoats che fecero canzoni adorabili sopra il concetto della messthetics, cioè dell’estetica del disordine che permeava i tamburi di Palmolive. Il brano omonimo alla band ha infatti una batteria – suonata dalla energica Cissi Edraimsson – che suona proprio con quella sorta di trascinante caos che contraddistingueva The Raincoats.
Certo esiste una distanza abissale tra le due formazioni, per esempio l’assenza, nella freschezza delle TDD, del sistema concettuale femminista delle inglesi. Poi, nella tastiera di Lisa Pyk, accanto alle tastiere delle partite di baseball o basket, risuonano gli Young Marble Giants, con la tipica dolcezza e adorabilità. E quella voce di Linnea, calda e pretendersiana; tutto sembra avere una collocazione, un riferimento da giocare apertamente.
Eppure, interpellate in proposito, le cinque ammettono candidamente di non sapere di chi gli stia parlando; anzi, chiedono che scriva loro, sulla posta MySpace, l’elenco di quel mondo che citano senza sapere. L’occasione della conversazione è il loro concerto di Milano, il 14 ottobre scorso, alla Casa 139. C’è da dire che ’esibizione ha comunque conferma le mie impressioni, andando ancora più a fondo nella messtetica. A confronto, la produzione dell’album si rivela un mirato disegno per dare pulizia, secondo un procedimento che tradotto nei videoclip le fa sembrare a volte più alte. Le tastiere, che in Hitten richiamano su disco addirittura i Cure, dal vivo sono sostanzialmente elementari, tanto che Lisa le suona a volte con le dita tese. Un’iperbole critica fa venire in mente il fatto che la stessa tecnica era usata da Thelonious Monk; pensieri come questi ammoniscono circa un patetico tentativo di fare un gioco onanista sopra una musica che semplicemente va da sé, come l’adolescenza.
Faccio loro la più classica delle domande, sulle differenze tra concerto e studio, e mi dicono che registrare il disco non è stato sempre uno spasso. “Ripetere tutto finché non è perfetto a volte stufa; dal vivo possiamo essere imperfette, e divertirci tantissimo” – racconta Rebecka Roifart, chitarrista. La bassista Mimmi Evrell annuisce e però si distrae subito, quasi per opposizione al suo comportamento sul palco, dove è la più concentrata. Tutte e cinque si illuminano quando concedo che quei piccoli errori di esecuzione non siano nulla rispetto a quanto mi hanno fatto divertire. Ridacchiano all’unisono di soddisfazione.
Lisa racconta per concludere che a Berlino hanno incontrato “un ex-manager dei Pink Floyd che, a fine esibizione, ci si è avvicinato e ci ha detto: ‘You have to practise!’”. E forse, proprio per evitare che si impratichiscano con i meccanismi che stanno loro attorno, non scriverò mai al loro indirizzo MySpace per mettere i miei puntini sulle loro “i”.
Siam tre piccole… [detonazione]
Iniziativa questa che sarebbe perfettamente inutile nei confronti delle Nisennenmondai, i tre scriccioli del Sol Levante. Il precedente Destination Tokyo ci aveva un bel po’ confuso le idee; forse anche per questo ci siamo da subito appassionati alle vicende delle tre giapponesine; le quali saranno pure piccole e schive, ma sono anche delle krautrocker da paura! Julian Cope, sempre che le conosca – ma lo sappiamo persona attenta e curiosa -, sarà impazzito scoprendole; di colpo le sue due passioni, e i suoi due libri musicali più fortunati, Krautrocksampler e Japrocksampler, in una cosa sola! Anzi, in tre, e con un peso che non arriva a un metallaro pieno di birra, come un blogger italiano sosteneva con non poca gradevolezza metaforica in un suo report dopo il concerto delle stesse a Milano, lo scorso febbraio.
A proposito di locali, alla Casa 139 le Those Dancing Days hanno regalato uno show imperfetto e arrembante dove niente importava, più della loro purezza, dei loro sorrisi, dei loro balletti sul palco. L’apparato promozionale che hanno dietro fa sì persino che non si siano dovute preoccupare di imbastire un banchetto di vendita cd, nelle date del loro giro del mondo.
E invece sei mesi prima le tre Nisennenmondai, nella stessa città, ma in un locale del tutto differente (il Torchiera), hanno offerto uno spettacolo di appena mezz’ora, interrotto senza quel patetico e ovvio teatrino dei bis (parlo con uno spasmo di discorso indiretto libero). Altra differenza. Non c’è nessuna approssimazione dietro alla loro musica, non c’è nessun lavoro in studio per mettere a posto una voglia di fare e strafare adolescenziale. Le Nisennenmondai son tre piccole detonatrici di precisione scientifica e di alterità del tutto coerente con la loro provenienza del Sol Levante. Qualcosa che non è poi così distante dalla fermezza germanica che – mista all’estro rivoluzionario – distillò gocce di saggezza nella musica cosmica e nel kraut rock.
Si diceva delle atmosfere del disco precedente, appunto; la destinazione per Tokyo nascondeva in realtà un viaggio cosmico-industriale verso quelle strutture tedesche che dalla matrice Neu! arrivò, entro metà Settanta, ai vari Harmonia, Cluster, e compagnia “avvertita”.
Ma l’avventura delle Nisennenmondai – nome che significa qualcosa tipo “errori informatici dovuti a bug” – ha inizio nel neanche tanto vicino 1999. La giovinezza presunta delle tre risulta oggi un po’ falsata; non si sa quanti anni abbiano ma di sicuro sono su un altro passo rispetto alle cinque svedesi con cui condividono questo palco di caratteri. Qui però torniamo paradossalmente all’oggi, all’oggetto della loro presenza negli ultimi numeri delle riviste “specializzate”, ovvero Neji/Tori, l’album con cui si affacciano per la prima volta fuori dal Giappone e l’album delle dichiarazioni aperte. Si apre un gap temporale proprio perché questo disco è in realtà la ristampa congiunta dei due EP con cui le stesse fecero la comparsa nel mondo musicale; il primo, appunto, di nome Tori, autoproduzione datata 2002, e il secondo, Sore De Sozo Suru Neji, del 2004. L’età, così, scende. Si spiega inoltre in questo modo la natura sdoppiata dei titoli dei brani contenuti nell’album. Prima di arrivarci, però, si potrebbe citare l’estensione – e la compressione “seriosa” – dei grandi nomi occidentali con cui le tre hanno condiviso festival e serate live. Compaiono Hella, Battles, e persino Prefuse 73, che del resto ha ammesso di essere diventato “idiota” assistendo allo show della batterista, grande come il palmo della sua mano.
Tornando al Torchiera, il banchetto c’era, eccome, e con cd annesso a edizione speciale, tiratura limitata, tutto ciò che si può pensare di antitetico alla spensieratezza delle TDD. Ma, anche qui, è davvero così? Dobbiamo credere alla loro pesantezza e seriosità a tutti i costi?
D’altra parte, le Nisennenmondai dichiarano con fin troppa franchezza le carte in tavola. Dicevamo dei titoli dei pezzi di Neji/Tori; nella prima metà della tracklist, ben tre sono intitolati a una band che evidentemente loro sentono vicina. Compaiono il Pop Group, i This Heat, i sonici. Ma cosa significa realmente questa interpellazione diretta?
Intenzioni di prima mano
Vuol dire forse togliersi il dente e fare semplicemente quello che piace di più. Pop Group non ci parla del Pop Group, e suona più come una dedica che come una filologia o una propria archeologia. L’intenzione delle tre sembra insomma chiara proprio perché dichiarata, ma vogliamo fare i conti con una considerazione fondamentale quando si parla di autori e lettori. Se l’intenzione dell’autore è di un tipo, accade spesso che quella dell’opera – svincolata dal suo autore – sia di un altro; e il confronto tra due opere è possibile solo se consideriamo l’intenzione che solo esse sottendono.
Sarà già chiaro che anche per le TDD vale lo stesso; le loro parole, la loro autorialità, non hanno nulla a che fare con l’intenzione dei loro brani, della loro opera, che cita un mondo e che ci fa parlare di una questione nient’affatto trascurabile. Se facciamo parlare l’opera e non l’autore, infatti, essa ci confessa che il mondo delle Those Dancing Days è quello di ragazze cresciute ascoltando Strokes e Art Brut, come la nuova Inghilterra che copia la vecchia. Non solo: se l’intenzione delle cinque come autrici è di seconda mano, dal punto di vista della loro opera assistiamo a un travaso che oltrepassa gli ascolti diretti e arriva alla gioia naif dell’origine di questa musica, la prima produzione Rough Trade, tra le altre cose.
Dalla loro, l’opera delle Nisennenmondai schiva l’ambiente giapponese che di fatto è il loro e va dritto al ritrovato mondo a cui le tre sono tanto affezionate. Anche in questo Cope potrebbe essere il loro vate.
In definitiva, le intenzioni delle opere ci hanno fatto parlare del giorno e della notte insieme, ci ha fornito una chiave per la loro confrontabilità; e ci ha illustrato alcune piccole contingenze culturali, per cui esiste un Giappone krauto o newyorkese, o una Svezia pre-tatcheriana…
