Thinking freely

Ce ne siam dette di cose nella conversazione con Rupert Parkes. Una lunghissima telefonica in cui si andava a ruota libera, senza scaletta, seguendo l’istinto. Pensando liberamente, senza quegli stessi vincoli che lui ritiene letali per la creatività artistica. Dopo dieci minuti la lista di domande l’avevam già messa da parte e si è iniziato a chiacchierare come due vecchi amici. Di ogni cosa. Ci siam fatti dire com’erano i rave, cosa si provava a vivere in quel periodo. Quali produzioni musicali riuscivano a distinguersi dal resto e quali son state le scintille che han spinto Photek a produrre musica. Si è parlato della differenza coi tempi attuali: di percezione della musica, di gestione delle conoscenze, di approccio. Si è parlato di Simon Reynolds e delle etichette create dalla critica. Di dubstep, di vecchia scuola e delle contaminazioni pop. Di Skream e di Skrillex. Di come ogni tendenza sfoci sempre nella sfida del grande pubblico e di come questo non significhi per forza perdere la propria dignità.

E gira e rigira il filo conduttore tornava ad essere sempre lo stesso: per mantenere alta la qualità della tua musica non devi smettere mai di evolverti, di provare cose nuove. Thinking freely. Nessun obiettivo in particolare, nessuna to do list. Se segui l’istinto quel che fai e che dici rimane sincero, e il pubblico te ne è grato. E così è stata l’intervista: sincera e dettata dall’istinto. Photek si è messo a nudo come capita di rado con artisti del suo calibro.

Avevi ragione, Rupert: la differenza si vede.

“Il periodo rave è stato stupefacente. Sentivi sul serio di star costruendo un pezzo di storia, la base di quel che sarebbe stato il futuro. Insomma, si percepiva nettamente che la musica che stavamo facendo non era per nulla convenzionale.”

Dopo i due EP dell’anno scorso e il Dj-Kicks è un gran bel momento per te. Una sorta di rinascita?

Sì, è un gran momento. Mi guardo intorno e mi sento un privilegiato: tanti artisti della mia generazione hanno iniziato nel pieno delle condizioni e ora magari si sono ritirati o comunque non son più quelli di una volta. Su di me invece sento ancora molto forte la spinta della musica, anche dopo tanti anni. Questo mi fa sentire molto fortunato.

Hai iniziato frequentando i rave, le tue prime produzioni iniziano intorno al ’93. È stato il periodo rave a spingerti a far musica?

In realtà la primissima musica che ha suscitato il mio interesse è stata l’hip-hop, l’electro e il jazz. Credo che la prima volta che mi sia venuta voglia di far musica sia stata ascoltando Roy Ayers, Everybody Loves The Sunshine. Quell’uso di sintetizzatori, le drum machines, gli inserti electro… quella canzone aveva dei suoni stupefacenti. Io avevo 12 anni, per me è stata qualcosa di mai sentito, non avevo proprio idea di quali strumenti potessero aver creato una musica del genere. Quello è stato il momento in cui è scattata la scintilla.

Però hai iniziato con la jungle.

Il fatto è che quel periodo era particolarmente eccitante per chi volesse produrre musica. Allora un ragazzo come me poteva produrre una traccia jungle ed era praticamente certo che sarebbe stata mandata nei rave. Questo perché non c’era l’iperproduttività che c’è adesso. Erano tempi diversi, anche perché far musica elettronica a quel tempo era molto più diffiche di ora. Eravamo in pochi, ci conoscevamo e sapevamo che ogni nostra traccia, e ogni traccia fatta dagli altri, sarebbe finita nei club. Era come una grande famiglia.

Cosa significava vivere la scena in quel periodo?

Quel periodo è stato stupefacente. Sentivi sul serio di star costruendo un pezzo di storia, la base di quel che sarebbe stato il futuro. Insomma, si percepiva nettamente che la musica che stavamo facendo non era per nulla convenzionale. Non era come è stato per i Kraftwerk, ma ci eravamo molto vicini. Sono stati anni molto intensi, vicino a artisti fenomenali come Dj Hype o Metalheadz, tutti presi a fare in modo che quella musica fosse conosciuta e riconosciuta per i suoi meriti.

E adesso? Senti nei party di oggi lo stesso spirito di allora?

Sai, magari chi ha 16, 17 anni oggi si sente esattamente come ci sentivamo noi all’epoca. La differenza però è che la musica oggi non ha più segreti. Lo spettro di generi di adesso è vastissimo, e la conoscenza di essi e dei mezzi per far quella musica è alla portata di tutti. Non senti più la magia, quella luce preziosa che a quei tempi era così affascinante. Ora qualsiasi ragazzo si sente capace di fare il dj o il producer. E magari lo è davvero.

Se tutti fanno musica significa che hai la possibilità di ascoltare una varietà maggiore?

Sicuramente sì, ma è solo un aspetto della cosa. Il fatto che oggi tutti possano partecipare è grandioso, ma significa anche che è più difficile entrare in contatto con la musica veramente buona proprio perché ne gira troppa. E questa diventa la vera sfida di oggi. Magari ci sono tanti producer di puro talento e nel marasma diffuso non son mai arrivati alle nostre orecchie.

Ho letto recentemente la stessa identica cosa in un’intervista a Laurent Garnier. Lui è ossessionato dall’idea di perdersi della buona musica, tuttora rifiuta l’idea che sia qualcuno a scremare e ascolta ogni singola promo che riceve, arrivando a spenderci ore ed ore.

Pazzesco. Io devo essere onesto, non riesco a star dietro a tutto quel che esce. Sono costretto a specificare certe direzioni a cui sono più interessato, fidarmi delle raccomandazioni dei miei collaboratori. C’è troppa, troppa musica in giro. Se la ascoltassi tutta non mi rimarrebbe più tempo per farne di mia. Mi piacerebbe fare come Laurent Garnier, ma non ce la faccio.

…forse potrei chiedere a lui le dritte sui talenti migliori! [ride]

Eheh, è tutto sulle sue spalle allora.

Oh sì, ci fidiamo di lui ed è fatta!

 

“Se non ti metti in condizione di pensare in piena libertà, non realizzerai mai il tuo prossimo capolavoro.”

 

Dopo le tue prime produzioni ti è stata affibbiata l’etichetta “intelligent drum’n’bass”. Cosa pensi lasciava intendere questa definizione, applicata alla tua musica?

Quella delle etichette in effetti è stata una cosa che è venuta dopo. In piena era rave la si chiamava semplicemente jungle, o ‘ardkore, o techno. “Intelligent drum’n’bass” è un termine che non ho mai amato tanto. Semplicemente perché implicava il fatto che fosse un’altra drum’n’bass [ride]. Come se invece tutto il resto fosse drum’n’bass stupida, non mi andava quel risvolto.

Però vuol dire che la tua musica suonava diversa dal resto.

C’era una piccola fetta della scena che si distingueva. Penso a DJ Peshay, i 4 Hero e le produzioni della Reinforced Records… quella era la vera intelligent drum’n’bass.

Più tardi si è anche coniato un altro termine per la musica come la tua: neurofunk. È stato Simon Reynolds ad usarlo per la prima volta sul suo Energy Flash.

Ehm… preferisco intelligent drum’n’bass! [ride] Neurofunk è cool, ma l’altra definizione suona meglio.

Eheh, discorso chiuso allora.
Cosa significa per una carriera come la tua esser stati tra i numero uno della drum’n’bass? La gente continua ad aspettarsi da te soltanto quello?

Questo è un dilemma che ho sempre avuto. La rave music e specificamente la drum’n’bass è stata la musica su cui si è costruita la mia reputazione e su cui è poi nata la mia carriera come Photek. È stata il mio amore e la mia ossessione. Ora però non la sento più come un’ossessione. So benissimo che c’è un sacco di gente che vorrebbe sempre e solo la mia drum’n’bass, che vorrebbe vedermi ripetere il mio primo disco ancora e ancora. Ma penso sia più importante che la musica segua il suo corso e che io segua il mio istinto, i miei interessi musicali. È garanzia di onestà, l’unico modo per rimanere originali, per tenere alta la qualità. Per cui non posso promettere niente su quale musica farò quest’anno o il prossimo. Semplicemente seguirò un percorso naturale.

E con quel che vuole il pubblico come la mettiamo?

Penso che tra il mio pubblico ci sia una metà che vuole che faccia ancora drum’n’bass, ma un’altra metà a cui piace che io continui ad evolvermi. Quello che mi ripeto spesso è: se mi fossi ostinato a far sempre la stessa musica dall’inizio, non avrei mai fatto The Hidden Camera. Non avrei mai fatto Ni Ten Ichi Ryu. Se non ti metti in condizione di pensare in piena libertà, non realizzerai mai il tuo prossimo capolavoro. Di più: se non provi cose nuove, non ti avvicinerai mai ai migliori classici.

E magari non avresti l’occasione di raggiungere nuove fette di ascoltatori.

O di guadagnarmi ogni giorno il rispetto di chi mi ascolta già. Sai, anch’io posso sentire lo stesso bisogno come ascoltatore: mi sarebbe piaciuto se Derrick May avesse continuato a far pezzi come Strings Of Life, perché quella è stata una canzone che ha segnato una generazione, un lavoro geniale. Ma se avesse sempre continuato a giocare col piano ogni volta che metteva piede in studio non non avrebbe mai fatto Nude Photo, per esempio. Se ti ostini ad amare sempre e solo le canzoni che ti han conquistato all’inizio, ti precludi per sempre l’altro lato di quell’artista. Un altro esempio eclatante è Herbie Hancock, che ha cominciato nella band insieme a Miles Davis. Se non avesse seguito il suo percorso evolutivo dettato dall’istinto non avrebbe fatto Rockit e da lì tutta la fase electro. Preferivamo che continuasse a fare jazz anni ’60, o meglio poter avere tutto quello che Herbie Hancock ha fatto?

Ineccepibile.
E dunque se Photek avesse proseguito la scia drum’n’bass non l’avremmo mai sentito far dubstep…

Veramente non sono ancora sicuro che io abbia mai fatto dubstep! [ride] Ok, ho fatto Avalanche che è sui 144 bpm, e anche Sleepwalking suona molto dubstep. Ma allo stesso tempo è anche molto vicina ad una traccia di Solaris che per me è una canzone slow techno, Halogen. Non definirei nessuna di queste canzoni dubstep. Forse il pezzo che ho fatto con Pinch, Acid Reign, quello in effetti è dubstep.

Eppure è strano. Da ascoltatori si sente uno stacco netto tra le tracce che tu nomini e il resto delle tue produzioni. Quasi fosse un’intenzionale svolta dubstep.

Ti confesso una cosa: tra le tracce che ho selezionato per il mio prossimo album ce ne sono due che ho registrato nel 2004. Riascoltandole adesso, sono dubstep a tutti gli effetti. E suonano come il dubstep di oggi, ci puoi giurare. Però le ho fatte nel 2004, e a quei tempi non avevo ancora ascoltato nulla di dubstep. Immagino che ci sia stato un certo feeling a pelle tra me e il dubstep, perché è così funk, perché eredita le basslines della drum’n’bass. È stato un appeal naturale.

Fin dai tempi di Solaris, e lì eravamo nel 2000. Ti sei mai chiesto se qualcuna delle tue produzioni di quel periodo possa aver influenzato il dubstep che si sarebbe poi affermato lungo gli anni ’00?

Potrebbe essere, sì. Nel periodo di Solaris c’era un sacco di gente che si era stufata dei tempi della drum’n’bass e cominciò a proporne una versione ripulita nelle ritmiche. Quelle produzioni sono state le fondamenta per il dubstep. Era uno stile che diventava più profondo, che si discostava da quel modo estremamente energico di far dance. Le prime avvisaglie dubstep vennero fuori proprio in quel periodo.

 

“Immagino che ci sia stato un certo feeling a pelle tra me e il dubstep. È stato un appeal naturale.”

 

E invece cosa ti ha spinto negli anni scorsi a comporre soundtrack?

Mi è sempre piaciuta l’idea che la mia musica finisse in un film perché ho sempre ricevuto grande ispirazione dalle colonne sonore dei grandi film. Per esempio Ran di Kurosawa. Oppure i film di Michael Mann: Heat, quello con De Niro e Al Pacino, con le musiche di Elliot Goldenthal o Thief (Strade Violente), con la colonna sonora dei Tangerine Dream. Le colonne sonore dei film mi hanno sempre affascinato, per cui è stato naturale per me cimentarmi in quest’ambito.

Dalle tue dichiarazioni in occasione del Dj-Kicks, sembra che per te sia stata un’esperienza particolarmente importante. Quel mix trasudava un carattere dance trasversale in grado di coprire anni ’90, ’00 e anche il presente più vicino. Cosa avevi in mente quando ci stavi lavorando?

Volevo che suonasse come un classico. Non ho mai fatto molti dj mix, per cui potete tranquillamente considerare il Dj-Kicks il mix più difficile che sia mai stato fatto da Photek. Per questo motivo ho voluto che fosse qualcosa di speciale, non strettamente legato all’anno 2012 ma capace di durare anche dopo alcuni anni. Ho preferito che non ci fossero delle hit ma che somigliasse più a un viaggio. Più come un vero album.
Per me è stata un’esperienza molto costruttiva. Ho avuto modo di riprendere dei brani classici che ascoltavo all’epoca nei club quando non ne conoscevo nemmeno i nomi, ed è stato strano rendersi conto di come certe tracce ti hanno cambiato la vita senza che nemmeno tu ne abbia mai pronunciato il titolo. Credo mi sia sbocciata la passione per i dj mix: aspettatevene altri nei prossimi anni.

Non solo classici però. Ci hai messo dentro un pezzo post-dubstep come Fountainhead. Cosa pensi delle ultime evoluzioni dubstep?

In fondo mi piace come le cose si stanno evolvendo. Il primo dubstep era profondo e sofisticato, poi col passare del tempo c’è sempre più gente coinvolta ed è naturale che il sound cambi volto. All’inizio era il dubstep di Croydon e Bristol, adesso a Los Angeles tutti stravedono per Skrillex, che è qualcosa di completamente diverso. Mi piace che il genere stia perdendo ogni inibizione e finisca per rimettere in discussione i suoi tempi, magari mettendoci in mezzo il four-on-the-floor o una musicalità più convenzionale che si avvicina al pop. Certo, probabilmente i capolavori del genere rimangono ancora quelli del primo periodo, ma mi piace l’originalità, la flessibilità che il genere sta mostrando oggi.

Non sembra anche a te che ogni stile, ogni genere prima o poi finisca per affrontare la sfida del pop? È successo anche alla drum’n’bass e sta succedendo al dubstep negli ultimi tempi. Come se quella di guadagnarsi la stima del grande pubblico fosse un’esigenza ricorrente che prima o poi affiora sempre.

È vero. Ci sono personalità differenti però: c’è chi fa musica perché segue la propria creatività e chi lo fa invece per soldi o per diventare famoso. L’importante è non pensare che le cose migliori siano quelle che hanno maggior successo. Anche perché il grande pubblico, si sa, è meno esigente nei confronti della musica.

Vero. La sfida più difficile però è proprio questa: conquistare il consenso più ampio senza per questo rinnegare la propria dignità.

È qualcosa che riesce a pochissimi. I pochi esempi che mi vengono in mente sono i Radiohead e i Massive Attack. Loro sono due realtà che non hanno mai compromesso il proprio spessore eppure adesso godono del riconoscimento globale. Sono la prova che si può avere il massimo successo senza cambiare il tuo modo di fare. Quelli che invece fanno dischi con il semplice scopo di vendere il più possibile invece non mi vanno giù.

Dai, facciamo un po’ di nomi: che mi dici di Skream? Prima un lavoro sofisticato e profondo come l’album omonimo e poi la conversione al pop e i Magnetic Man. Da condannare?

Eheh ma Skream è un pazzo furioso [ride]. Mi piace quel che era prima e mi piace quel che fa adesso. Ha una coscienza musicale impressionante per un ragazzo della sua età. Conosce la disco, il funk e tutto il resto quanto un uomo di cinquant’anni e per questo gode di tutta la mia stima. L’ho visto live di recente in California e ha tirato fuori una serata fatta praticamente di sola rave music. Non ci sentivo niente di dubstep, era la musica che andava intorno al ’91, ’92. È pazzesco, quel ragazzo sa fare old skool rave, sa far dubstep e anche il nuovo dubstep più dance oriented. Il pezzo dei Magnetic Man con Katy B, Perfect Stranger, è un gran bel pezzo.
Ecco, nel suo caso ho l’impressione che la sua evoluzione sia dettata dall’esigenza di sentirsi sempre fresco.

Proprio quel che penso anch’io (lo dicevo recentemente). Queste derive pop e dance alla fine son proprio quelle che stan mantenendo il genere attuale, al passo coi tempi.

Qualsiasi musica rischia di chiudersi in sé stessa se si ostina a rimanere dentro i propri limiti. E allora succede che nei club ci si diverte meno, si trova sempre meno interesse. Per questo è importante che gli artisti siano in grado di evolversi. A quei ragazzi che vorrebbero ascoltare sempre solo il dubstep classico dico semplicemente che questa non è semplicemente una mossa importante o produttiva, è proprio necessaria. Per questo a volte certi artisti scelgono coscientemente di “compromettersi” giusto un po’ per il bene del genere. Ecco, adesso non mi viene nessun esempio in proposito…

Beh, un esempio non potrebbe essere proprio la tua Mine To Give con Robert Owens?

Mmh non saprei, Mine To Give per me è una traccia Chicago house al 100%. In quel caso ho proprio voluto rifarmi una verginità con la house [ride].

Però è un pezzo molto “pop”.

Eppure quando l’ho fatta non avrei mai pensato che divenisse tanto popolare, sul serio. Per me è stata una grossa sorpresa. In ogni caso sì, quella di voler svoltare verso il grande pubblico è sempre una decisione cruciale. E la puoi giudicare solo a distanza di diversi anni, guardandoti all’indietro. Solo allora capisci se la mossa è stata un successo o un fallimento, se è il momento di cambiare di nuovo e se hai perso il rispetto degli altri artisti.

 

Qualsiasi musica rischia di chiudersi in sé stessa se si ostina a rimanere dentro i propri limiti. Per questo a volte certi artisti scelgono coscientemente di ‘compromettersi’ giusto un po’ per il bene del genere.”

 

Adesso ad esempio l’underground dubstep è in piena guerra contro Skrillex, reo forse di aver aperto un po’ troppo al grande pubblico…

Già. Vivendo negli States ti accorgi dell’impatto che quel ragazzo ha avuto sulla gente. Insomma, ha anche vinto 3 Grammy, adesso è diventato parte integrante dell’America.

Ne parlavamo di recente in un nostro editoriale. In un certo qual modo Skrillex ha comunque ottenuto un risultato spaventoso. Ok, non farà il dubstep più intellettuale di tutti i tempi, ma in termini di popolarità non può batterlo nessuno.

Sì, ha fatto qualcosa di assolutamente unico. Ha letteralmente catturato l’immaginario dei teenagers. E sai, se hai l’occasione di passare del tempo con lui ti accorgi che metà del suo successo è dovuto al fatto che è una gran bella persona. Non ci crederesti mai. Certe persone sono così aperte, così vere, e il mondo gli è grato per questo. Lui nella musica ci mette il cuore, ed è molto generoso. È quel tipo di persona che se si esibisce in un club e sente di non aver reso al meglio, si scusa col pubblico e offre da bere all’intera platea. Sono sicuro che quando ha vinto i tre grammy avrà pensato a tutti gli artisti del mondo elettronico che son venuti prima di lui, e si sarà sentito molto imbarazzato. Ripeto, metà del suo successo è dovuto a tutto questo.

Torniamo a te, ora. Come stanno procedendo le live date dopo il Dj-Kicks? Sono solo dj set o anche performance live?

Entrambe. Faccio dj set ma sto anche proponendo il mio materiale in veste live. Credo di essere in una fase particolare, le mie live performances si stanno evolvendo e da dj sento di star passando a qualcos’altro. Qualcosa a metà strada tra un dj e un live performer. Sicuramente il lavoro in studio non si fermerà, continuerò a far musica e anche a far remix.

E l’album che ci dicevi?

È quasi pronto, diciamo all’80%. E sento un grande entusiasmo addosso, sarà qualcosa a metà strada tra Avalanche e Modus Operandi.

Quando conti di farlo uscire?

Credo aspetterò la fine dell’estate.

E noi saremo qui ad aspetterarlo. Grazie Rupert, è stato un piacere!

Mille grazie a te. Spero di tornar in Italia il prima possibile, penso sia il mio posto preferito in assoluto. Mi manchi, Italia!

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