Americana revisited
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Marco M. Boscolo
- 27 Ottobre 2011
Gente che va, gente che viene: le porte aperte di casa propria, che è anche un piccolo studio di registrazione, e un’attitudine a trovarsi in una costante condizione di equilibrio precario, sull’orlo di cadere o partire. Adam Granduciel ha nelle vene la passione per la musica degli States, per l’epica che si sono tramandate di menestrello in menestrello, di decade in decade. Si può così partire dagli ultimi eroi del genere, quegli Arcade Fire che dal Canada hanno incendiato l’indie mondiale. E i primi passi verso il passato sono facili, si tocca il Bruce Springsteen di Born To Run e di The River, roba che il Granduciel ragazzino trovava spacciata in casa direttamente dai familiari, che gradivano e mescolavano con Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty.
E’ solo con la maggior età che questo retroterra culturale, però, diviene cosciente, autonomo, e si incista su ascolti personali, come i My Bloody Valentine. Il tutto culmina nel 2003, quando – raccontano le versioni ufficiali – a un party molto alcolico avviene l’incontro con Kurt Vile. Si cazzeggia insieme, si scribacchia per un paio di anni, fincheé si mette da parte abbastanza materiale per far davvero nascere una band vera e propria: The War On Drugs. Il tempo di trovare chi coprisse il resto della formazione ed è già EP, Barrel Of Batteries (2007). A sentire le recenti dichiarazioni di Granduciel stesso, i due non hanno mai veramente scritto a quattro mani, ma si limitavano (e continuano a limitarsi) a consigliarsi l’un l’altro su come migliorare le idee che venivano portate alle prove. Un sodalizio di stima, quindi, un’affinità di intenti, ma non elettiva, non uno di quegli incontri che fanno diventare due entità una sola carne: diamo il massimo l’uno nei pezzi dell’altro con la chitarra, con la voce, con gli arrangiamenti, ma non chiedeteci le nozze.
Il primo vero disco, Wagonwheel Blues è del 2008. Un album che mette in evidenza in maniera esemplare le due anime, quella della tradizione e quella della contemporaneità: un equilibrio precario, col baricentro sempre al limite, in cui le chitarre sono protagoniste via lo shoegaze MBV, assieme a liriche ingorde che forse lo appesantiscono un po’, ma resituiscono la freschezza e l’energia di una band appena nata. Le ingenuità dell’esordio, a sentire Granduciel ora, sono tutte da imputare alla fretta di far uscire il disco. Insomma: si erano finiti i soldi per registrare, ma il disco era ancora tutto da limare, da smussare e levigare. C’era la voglia di continuare a sperimentare con le registrazioni, con la post-produzione, ma quando la cassa è vuota… Il ritorno sul registrato diviene però un’operazione costante, un continuo rimaneggiare i singoli nastri, i singoli samples che da allora diventa il modus operandi di Granduciel e la sua personale ossessione.
E se nulla è definitivo nella musica, sempre in cerca di un rotta da tenere, figuriamoci nella gestione della band. La fine del 2008 segna anche la separazione da Kurt Vile, che formerà i Vibrators e si incamminerà per una carriera solista che lo porterà a una non piccola notorietà. Granduciel si tiene il marchio e il progetto, che inizia, anzi non ha mai smesso di lavorare sul materiale registrato in casa. I due rimangono però in ottimi rapporti, tanto da condividere spesso serate (soprattutto nella loro hometown, Philadelphia) e continuare a scambiarsi consigli, quasi che le due anime che mai si erano davvero fuse, possano prendere tutta l’aria di cui hanno davvero bisogno.
Coi i soldi messi in cascina dal primo disco, Granduciel può permettersi attrezzature per la registrazione che rendono la sua casetta un luogo che seppure nella sua fissità è testimone di un continuo mutamento: gente entra, incide un giro di basso, lavora a un brano, Granduciel ringrazia e prende questo materiale per continuare a sperimentare quello che i nuovi giochini domestici gli permettono di fare. Per oltre due anni, almeno a sentire le sue dichiarazioni più recenti (ma si sa che a posteriori è facile costruire una mitologia domestica priva di testimoni), è un lavoro di taglia e cuci che procede parallelamente alla scrittura. E’ un continuo arrovellarsi attorno alle passioni di sempre: l’Americana, le chitarre celesti dei MBV. Ma questo continuo ritornare sulle cose amplifica lo iato psichedelico che la musica di Granduciel sta respirando sempre più profondamente. La tecnologia gli permette di liberare la sua fantasia in direzioni nuove, che toccano aspetti cosmici e krauti.
In pubblico le prime avvisaglie si hanno con l’EP Future Weather (6.8), tra l’altro disponibile acquistando la deluxe edition dell’ultimo disco. Fin dal titolo l’ambient(e) del tempo meteorologico, ma anche della psichedelia più compenetrata al folk e al rock, si fonde con un’elettronica idea di futuro: il contemporaneo applicato alla tradizione. Il compimento si ha con l’ultimo Slave Ambient (anche qui, con un titolo significativo) con una rilettura dell’epica Americana con gli occhi traslucidi del kraut, di tappeti sintetici che evocano spazi oscuri e illuminazioni improvvise. Droni serpeggiano in una meccanica, motoristica Original Slave, con un’armonica che si perde nel fondo elettronico. La notturna Best Night ha chitarre liquide e un magico equilibrio vocale che ricorda Jeff Tweedy e Tom Petty. City Reprise è il ponte con lo shoegaze e la psichedelia. Baby Missiles è la un guanto di sfida agli Arcade Fire, mentre la cavalcata Your Love Is Calling My Name è lo sconfinamento cosmico che però – e non potrebbe essere altrimenti – viene riportato sempre a terra.
Qualcuno ha già storto il naso di fronte alla proposta di Adam Granduciel, come di chi non ha trovato ancora la quadratura compositiva, una vera rotta personale. Ma Slave Ambient mostra un interessante terreno di contatto tra la tradizione, la contemporaneità filtrata shoegaze e uno sguardo retrofuturistico dato dall’elettronica. In tempi di scarse rivoluzione, di un post-moderno che oramai è più che altro postumo, già il gusto di ricercare timbriche, atmosfere e ambiance infondendo vigore in quel passato americano cui molti sembrano incapaci di sfuggire non è cosa da buttare via o lasciar passare inosservata.
