The Paradox
The Paradox, foto per la stampa di Jacob Krist (2022)

The Paradox. La musica come viaggio interculturale e sensoriale, la nostra intervista

A differenza dell’House che ha incorporato nella sua versione più conosciuta, tutte le istanze della musica soul e R&B rimescolandole in qualcosa di nuovo, la Techno si muove su territori diversi che partono dalla stratificazione di layer musicali di diversa matrice (ritmo, sequenze, rumori e melodie). Quello della Techno è quindi un territorio meno definito stilisticamente che ha dato adito a tantissime interpretazioni e semplificazioni, mentre in realtà ha il solo scopo di mostrare le possibili interazioni fra artista e strumento musicale con una visione il più possibile futurista.

La diffusione della Techno nella scena dei rave inglesi di fine anni ’80 e poi nei rave e nei club di tutto il mondo, non deve però far pensare ad una fruizione unicamente legata al ballo. Fin dagli inizi le declinazioni stilistiche sono state tante, toccando ambiti legati all’Electro, all’House, all’Ambient e alla ricerca sonora più pura. In breve tempo siamo quindi passati ad una sempre maggiore presenza di album Techno con un approccio più melodico o comunque con un’impronta musicale predominante. Non è sfuggito a questa evoluzione Jeff Mills, uno dei fondatori del gruppo Underground Resistance e rappresentante universalmente riconosciuto della Techno di Detroit nel mondo.

Sulla sua label Axis, Mills ha alternato un profondo amore per il ritmo, il suo marchio di fabbrica inconfondibile, ad alcuni episodi melodici molto significativi. Lo si era già visto nelle prima uscite dopo il periodo UR con il fido Robert Hood nel progetto X-103, ma è emblematica in questo senso la sua quarta uscita su Axis, Mecca ep, del 1993 che passa dalla furia ritmica di Step to enchantment agli accordi celestiali di Yantra. L’anno successivo Mills fa un passo avanti con Cycle 30 (famoso per l’introduzione dei lock grooves ovvero dei loop su vinile grazie al genio del mastering Ron Murphy) dove piazza alcuni brani incredibili come il quasi sinfonico Utopia e Man From Tomorrow in cui applica le sue idee di loop ritmico alle melodie con sequenze vertiginose di pattern melodici che diventeranno un vero e proprio manifesto del suo suono futuro.

Questa sua attitudine è in realtà la continuazione di quanto aveva già fatto con Mike Banks, suo vecchio socio negli Undergound Resistance già dal 1991 con il singolo Nation to nation che offriva (rappresentava) un’interpretazione più ampia e musicale della Techno di Detroit con perle come The theory o Big stone lake. Al tempo non compreso completamente perché spiazzante rispetto al suono techno più abrasivo delle prime uscite UR, il concetto di questo ep viene poi ripreso in parallelo dal solo Mike Banks con l’aiuto di nuovi musicisti in Galaxy to Galaxy del 1993, un album che ci ha regalato alcuni pezzi melodici che sono entrati di diritto nella storia della Techno della Motor City come Hi-Tech Jazz o Journey of the dragons. A differenza del lavoro in solo di Mills, Banks torna sulle sue radici di chitarrista e turnista, mettendo al centro il concetto di interplay fra diversi musicisti e facendo realizzare ad una vera e propria band un repertorio Techno live. È sicuramente stata la prima vera band Techno dal vivo della storia di Detroit e ha segnato un punto a favore del concetto di interplay fra musicisti in questo genere musicale. Le batterie restarono elettroniche ma ai sequencer vennero aggiunti dei colori live grazie al lavoro di Ray 7 alle drum machine e Dj Dex ai piatti.

Mills in quegli anni resta fermo sul suo cammino incessante come dj in giro per il mondo cercando di nobilitare l’arte del djing e introducendo una sempre maggiore perizia tecnica. La svolta prettamente live e musicale di Mills avviene nel 2000 con la reinterpretazione musicale della colonna sonora del classico della fantascienza sociale di Fritz Lang Metropolis in cui inizia a lavorare sul tessuto melodico dei brani svincolato dal ritmo. Inizia da quel momento un percorso di evoluzione sonora più aperto che lo porterà a sviluppare progetti come Time machine e At first sight, rispettivamente del 2001 e 2002, dove la parte melodica si fondeva a quella ritmica o dove, soprattutto su Time machine, aveva uno spazio tutto suo con lunghe orchestrazioni, a volte anche dissonanti e siderali, creando delle ideali colonne sonore alle sue visioni futuriste e fantascientifiche.

Il passaggio successivo è stato il remake della colonna sonora del film muto di Buster Keaton Three ages nel 2004 in cui continuava ad alternare ritmi e melodie aderendo sempre più alla materia visiva e creando una connessione diretta fra ascolto e immagine. Tutto questo per arrivare al 2005 quando, in collaborazione con la Montpellier Philarmonic Orchestra, fa uscire Blue Potential, la registrazione di un suo memorabile live in Francia con la revisione per orchestra di tanti sui classici. Il progetto genera entusiasmo e qualche perplessità per il modo a volte non perfettamente bilanciato di far convivere i due mondi, techno e classico, ma è il vero inizio del ragionamento dell’interplay fra musicisti nel mondo musicale di Mills. Si tratta di rendere interattiva il più possibile la parte ritmica di una drum machine con il resto degli strumenti musicali che hanno una maggiore libertà di azione, svincolati da metronomi interni e pattern rigidi.

The Paradox, foto di Jacob Khrist

In questo senso il lavoro di Mills dal 2005 è stato eccezionale. Basta comparare la sua performance del 2005 in Francia con quelle odierne per capire quanto sia evoluta in meglio la sua capacità di interagire con gli altri musicisti. Ci vogliono però dieci anni per arrivare a When time splits del 2015 realizzato con il pianista franco ubzeko Mikhail Rudy che si muove fra elettronica e classica sperimentale forse in maniera troppo estrema per essere accettato dai suoi fan. È nel 2017 che Mills compie la svolta verso un genere che forse si addice meglio alle sue esigenze di interplay ovvero il jazz. Si tratta del gruppo Spider Deluxe che forma con Gerald Mitchell alle tastiere, Yumiko Ohno al Moog e Kenji “Jino” Hino al basso.

Avendo suonato nel suo passato in varie band prima di essere dj, Mills sente che è il momento di tornare a tracciare questa strada e lo fa in maniera eccellente. Il suo drumming elettronico è a livelli molto alti e la padronanza della 909 assoluta. Il feeling con il bassista giapponese è incredibile e la band sforna due singoli molto belli fra techno, jazz e fusion tratti da live memorabili in Giappone, Italia e Francia. Forte di questa ritrovata fiducia nella musica live, Mills riesce a realizzare nel 2018 con la storica label jazz Blue Note un mini ep di quattro lunghi brani con il leggendario batterista afro jazz Tony Allen. Il disco si chiama Tomorrow comes the harvest e si muove fra techno, afro beat e jazz con alle tastiere Jean-Phi Dary, musicista della Guayana francese che aveva lavorato con Allen negli ultimi venti anni, ma anche con artisti come Tourè Kunda, Alpha Blondie e Sly & Robbie. Il lavoro ha un ottimo risalto, ma a mio parere soffre di una non perfetta sintonia fra la libertà ritmica di Allen e la struttura comunque rigida dell’interplay della 909 di Mills. Probabilmente mettere assieme due batteristi non è stata una grande idea, seppure molto significativa, e i due si annullano un po’ a vicenda non risaltando più di tanto. Chi emerge è però Dary che sull’ep fa un lavoro straordinario in termini di tessitura sonora e melodica salvando l’intero progetto e ponendosi come collante ideale fra i due drumming.

Fra Dary e Mills si instaura un rapporto molto profondo e i due decidono di mettere assieme un nuovo progetto, The Paradox, incentrato sulla loro interazione idilliaca. Si tratta probabilmente del momento migliore a livello di interplay per Mills, finalmente maturo e libero dagli schemi classici a cui aveva aderito prima. La tavolozza sonora fra musica jazz ed etnica di Dary gli danno la possibilità di essere ancora più libero artisticamente e anche Dary trova spazio per la sua grandissima sensibilità musicale all’interno di strutture per lui nuove come quelle techno funk di Mills. L’album esce nel 2021 su Axis e si chiama Counter Active. Per via della pandemia purtroppo i due si esibiscono poco, ma fortunatamente in questa edizione 2022 di Dancity, nella nuova suggestiva cornice di Villa Fabri a Trevi (PG) avremo modo di vederli in prima nazionale. Un’occasione unica per ascoltare dal vivo una delle migliori interpretazioni del rapporto fra elettronica e jazz in giro. Per l’occasione hanno risposto ad alcune mie domande sul loro progetto e di seguito trovate le loro risposte, profonde come la loro musica.

Partiamo dal nome del progetto/gruppo. Sul sito web della Axis c’è scritto: “Paradox” significa un’affermazione o una proposta dubbia che, se indagata o spiegata, potrebbe rivelarsi fondata o vera”. Possiamo quindi dire che il cuore della creatività nella musica è anche nell’interazione umana? Questa relazione è un paradosso?

Jeff Mills: Il riferimento paradossale si riferisce ad un approccio non intenzionale alla creazione di musica insieme o con un complice. È come accettare di viaggiare in un luogo senza una rotta. Il concetto riguarda davvero “l’arte del vagare” nella speranza di scoprire qualcosa di nuovo e diverso.

Jean-phi: La creazione è un argomento importante e come ha detto Jeff quando sei nell'”approccio non intenzionale della creazione”, se sei abbastanza sicuro e se la consapevolezza di tutto ciò che senti è abbastanza alta, le idee possono arrivare. Anzi direi che possono arrivare ottime idee. Quindi sii pronto.

 

Potete spiegare ai lettori il processo di composizione di questo progetto?

JM: Certo, non esiste un vero processo. Non pianificando o preparando nulla (mentalmente), siamo quasi all’oscuro del pubblico e degli ascoltatori e quindi ci imbarchiamo ed esploriamo tutti insieme. Questa registrazione catturava una performance basata sul nostro album Counter Active, ma entrambi abbiamo capito che replicare qualcosa che era stato improvvisato non aveva davvero alcun senso, quindi eravamo liberi di fare qualunque cosa sentivamo in quel momento. Usare questa libertà è davvero l’unico processo che posso individuare.
JP: Il processo deriva dal concetto di “creare non intenzionalmente per creare”. Per me viene dall’emergenza di esprimere ciò che proviamo in base a quello che vediamo e viviamo

Jeff: pensi che l’interazione con un pianista sia migliore per la tua batteria? Alcuni brani sono davvero sorprendenti in termini di interazione e sensibilità.
Entrambi sono strumenti a percussione. Qualcosa deve essere colpito o premuto per generare il suono, quindi il tempismo fisico di due persone che la pensano allo stesso modo potrebbe avere una tale fluidità. Ma più di ogni altra cosa, sono le conversazioni verbali che io e Jean-Phi abbiamo che mi danno molte informazioni e indicazioni su come potrebbe suonare. Il ritmo nel modo in cui parla è connesso al modo in cui suona. Quindi, più conversazioni abbiamo, più conoscenza posso avere.

Jean-Phi: hai già mescolato la tua musica con generi come l’hip hop. Com’è stato fondere il tuo stile con la techno e lo stile di batteria elettronica di Jeff?

Prima di tutto, mi vedo come un batterista che suona note e accordi. Per me i ritmi e i pattern che Jeff suona provengono dalla tradizione dei batteristi africani. Quindi è una continuità con qualcosa che già c’era e da cui vengo anche io. Vedo la Techno come un sistema aperto in cui artisti come Jeff stanno ancora esplorando e si stanno aprendo a nuove idee. Quindi è stato facile mescolarsi con lui perché è come se avessimo suonato insieme già da anni.

Puoi spiegare ai lettori il significato del titolo dell’album?

JM: Il titolo dell’album Counter Active significa rispondere a qualcosa che si è presentato. Nel caso della musica, Jean-Phi ed io stiamo reagendo a ciò che riteniamo necessario in questo momento poiché speriamo che le conseguenze del suonare e creare insieme siano un passo avanti.
JP: L’emergenza espressiva, per gli artisti, ma anche per le persone in generale, è l’idea di base. Creare è un modo per sopravvivere e le creazioni possono aiutare a sopravvivere.

C’è un significato comune per il titolo delle tracce o sono legati all’improvvisazione di quel momento specifico?

JM: I titoli delle tracce sono tutti spontanei. Provengono dalla revisione di ciò che abbiamo fatto e dal collegamento di una parola che assomiglia a ciò che sentiamo.
Potete parlarci dei live per questo progetto? Quanto è diverso dal lavoro in studio per l’album dove comunque registrate in diretta e con poche sovraincisioni?

JM: Ogni esibizione dal vivo è un’esperienza completamente nuova. Soprattutto se c’è abbastanza tempo tra le date, in quanto ci permette di pensare ad altre cose. Il lavoro in studio riguarda in genere il “ritocco” e la correzione di alcune cose per renderlo più piacevole da ascoltare. Ma per la maggior parte, ciò che gli ascoltatori sentono è quello che era.

JP: Sì, ogni concerto è un viaggio diverso con i suoi paesaggi e la sua storia ovvero il principio dell’improvvisazione.

La musica può rappresentare passato, presente e futuro. Cosa pensate che The Paradox rappresenti musicalmente: passato, presente o futuro?

JM: È difficile da dire. In un certo senso, potrebbero esserci un po’ di tutti e tre, ma questo è un progetto di scienza libera (+/-). Quindi, penso che siano veramente gli ascoltatori a determinare cosa sentono e come si sentono.

JP: Per quanto mi riguarda, per suonare questa musica devo scavare in ciò che so per essere in grado di creare qualcosa che non so ancora. Quindi quello che so viene dal passato, quello che sto facendo è il presente e spero che tocchi le persone in futuro e, perché no, le ispiri.

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