The Black Lips. Everybody Loves A RockSucker

Restituire alla teppaglia delle caves le chitarre che gli Strokes hanno rubato e criminalmente ripulito per compiacere e compiacersi su MTV, questo comunicano i Black Lips con uno dei loro primi assalti canzonettistici, Ain’t No Deal. Come dei robin-hood del garage-punk più sudicio, ristabiliscono l’orizzontalità su cui si fonda questo genere nell’epoca della New Rock Revolution e quindi del suo maggior sfruttamento in senso verticale.

Coronano questa impresa allestendo una miscela di Nuggets (o ancora meglio riesumazioni Back From The Grave) e white-trash di scuola sudista con un orecchio particolare rivolto verso il Texas dei Butthole Surfers e la N.O.-Fi (dove N.O. sta per New Orleans, dal nome di una storica compilation della Turducken uscita nel 2000 comprendente gruppi garage-surf-punk come Ramparts, Darkest Hours, Leopolds. ndr). Primo responsabile di questa ricetta fu soprattutto Ben Eberbaugh, l’anello di collegamento più marcato all’interno del gruppo con la riot-scene sviluppatasi attorno al Grande Fiume (Quadrajets, Macgillycuddys e sabotatori affini). Eberbaugh fu agit-prop di punta dell’underground di Atlanta, dapprima con i Blastoffs e poi con i Renegades, il prototipo dei Black Lips nel quale si riuniranno per la prima volta tutti i protagonisti coinvolti.

7-inches and nothing else

I Renegades, per quanto poco più che un gruppo da doposcuola, iniziano a girare appoggiandosi a Die Slaughterh aüs, lercio tugurio – praticamente uno squat – che ben presto diventa alloggio, studio di registrazione, etichetta e quartier generale del mondo sommerso di Atlanta (costretti a sloggiare altrove manterranno comunque la storica denominazione). È in questo ambiente che conoscono la loro evoluzione in Black Lips, concretizzatasi nel 2002 col primo 7” Ain’t Coming Back, uscita n° 001 per la Die Slaughterh aüs. A quanto pare si tratta di registrazioni risalenti ancora al novembre 2000 e sebbene il loro aspetto più squisitamente comedy-punk non emerga ancora appieno è chiaro che la loro musica si inserisce in quel filone mock-revival inaugurato iconograficamente dai Cramps e portato avanti dai primi Dwarves e dai Mummies.

Ma rispetto a questi gruppi come rispetto agli altri frequentatori della Slaughterh aüs (Carbonas, Lids, Kajun SS, Deerhunter) i Black Lips sorprendono per la loro adesione profonda agli stilemi sixties-beat e prima ancora blues, pur mantenendo una posa irriverentissima, sfacciata e sfasciata. Viatico di questo paradossale connubio la bassa fedeltà più nichilistica e macilenta, nella quale le voci stonate da mocciosi sporchi e impudichi di Cole Alexander e Jared Swilley (tutti cantano in pura tradizione Merseybeat ma Cole emerge subito come lyricist, vocalist e buffone di scena) si perdono e si stentano a decifrare, sovrastate da chitarre tese ma swampy, accento questo evidente soprattutto nei lenti sfilacciati come B52 Bomberboy. Eberbaugh tiene in qualche modo unite le fila con il suo chitarrismo secco e aggressivo di scuola Swamp Rats/Troggs, ma anche più genuinamente punk-rock, mentre Joe Bradley – batterista e pianista – intona un costante hollerdistorto di sottofondo, fruttando un’impressione complessiva che irrita e ammalia al contempo: sembrano subito un branco di stupidi da Jackass Generation eppure sprizzano attitudine da ogni dove, come dimostra la disinvoltura nel maneggiare canovacci “liturgici” come Stone Cold (alla Put A Spell On You) e Can’t Bring Me Down (alla Hoochie Coochie Man). Ain’t Coming Back, scorribanda programmatica, delinea il percorso futuro.

Freakout, secondo 7” registrato nel marzo 2002 ad Athens, esce per la Electric Human Project. Etichetta di più ampio respiro rispetto alla “DIY” Slaughterh aüs, ma ancora minuscola vista la tiratura a un paio di centinaia di copie. La title-track riprende il programma di Ain’t Coming Back espandendolo con un piano da barrelhouse e un’armonica del delta: il suo ritmo ruspante ma ebbro diventerà il marchio di fabbrica Black Lips, più nugget degli stessi original artyfacts from the first psychedelic eraeppure senza tempo, appartenente ad un’estemporanea dimensione garage nella quale si riversano tutti i sogni di ribellismo e tutti i pruriti da adolescenza esecranda stile Rock Around The Clock alla luce della slacknessdegli ultimi vent’anni di indie americano. Completano il quadro brani che oscillano tra gli 1 e i 2 minuti, come la dolce elegia all’incesto Sweet Kin, lo sketch assassino di I’ve Got A Knife, il girotondo strumentale e ubriacante di Steps e poi Fad, travolgente e sgusciante punk’n’roll moderno.

Down & Dirty

Più che i loro dischi a tiratura limitata, fanno notizia i loro shows triviali – naturale estensione della loro musica e dei loro… contenuti – di cui si rende protagonista il piccoletto baffuto Cole Alexander. Dopo il degrado messo in scena da tipi come GG Allin o i Plasmaticsnon c’è più niente che faccia particolarmente scandalo, specie quando lo scandalo si è fatto marketing integrato (vedi il caso dei puri live-shows lesbo-porno a pagamento delle Rockbitch) e a questo punto per tenere sufficientemente bassa la bandiera R&R rimane solo il cattivo gusto (vedi ad esempio l’adipe esibito senza ritegno dalle Glamour Pussies) anche se l’irrompere di Jackass su MTV sta dimostrando come pure questo ambito vada integrandosi. Ma i Black Lips credono ancora nei freak shows ottusi e decerebrati, anche se chi li ha conosciuti si precipita a dire che non sono poi così cretini.

Phil Elvrum, dopo un’improbabile tournée comune, ha detto di Cole: “ Si è pisciato in bocca e poi ha sputato sulla folla. Ma in realtà è un ragazzo molto dolce ”, contraddizione che ben esprime la cifra dei Lips come ha notato il Village Voice. Ben Blackwell (secondo batterista dell’ultima gloriosa line-up dei Dirtbombs) punta invece a dire sarcasticamente che queste amenità sono la pura essenza dei Black Lips: “Cole, sul suo assolo chitarristico in rapido crescendo, mette giù l’arnese e si slaccia i jeans. Capirai. Chiunque e già le loro nonne si tiravano giù le mutande sul palco, e a meno che tu non sia John Holmes non c’è modo di impressionarmi. Ma lui volteggia sopra la sua chitarra come una madre sul figliolo ferito e inizia a percuotere le corde ripetutamente col suo uccello. Cazzo. Sono vinto. Quello era IL momento quintessenziale. Niente gli si avvicina, niente.”

Self Titled (Bomp!, 2003)

Si dice che Greg Shaw – personaggio cult, patron dell’altrettanto cult Bomp! Records di Los Angeles – sia stato spinto ad assoldarli proprio per via della fama di scelleratezza che li precedeva. Sarà ma deve esserci stato dell’altro per scomodare questo personaggio che può tranquillamente essere definito il padre delle fanzines musicali (con la sua storica Bomp! per l’appunto, pubblicata per la prima volta nel 1970) e quindi di tutto l’universo culturale che ne consegue oltre che essere tra i creatori della leggenda sixties-garage (essendo stato fra i curatori delle serie Nuggets). La sua intercessione suona come un’investitura: é il momento che i Black Lips attendevano, così senza perdere tempo riciclano tutto il materiale dell’EP Freakout e due b-sides di Ain’t Coming Back, registrano sei nuovi pezzi tra il settembre e l’ottobre 2002 e recuperano una chicca dalle lontane sessions del novembre 2000, Everybody Loves A Cocksucker, destinato a diventare il loro inno. Una ballata galleggiante in un’atmosfera da post-stravizio che li aggancia al girone più demenziale dell’indie storico americano (Cows, Elvis Hitler, Mojo Nixon, Butthole Surfers): su una base lurida e dolce si snocciola una girandola di dichiarazioni illuminanti a partire dallo stonatissimo refrain-titolo fino a frasi sconcertanti del tipo “è dura essere effeminato quando non sei finocchio” – una presa di posizione gender-bending nel Gayrage (epiteto ambiguo che grava sulla scena garage da parte punk, pronunciato ora con astio, ora con fierezza) corredata da baci omo e pacchiano travestitismo sul palco. Con l’ultimo materiale i Black Lips si specializzano definitivamente in questa miscela di blues e deboscia selvaggia a base di chitarre scompaginate, noise, ululati e scala pentatonica, lo testimoniano You’re Dumb e la ballata da saloon Down And Out ed è incredibile come i fantasmi di Howlin’ Wolf, Tampa Red, Speckled Red e dei lenoni leggendari della musica del diavolo rivivano nei panni di questa imberbe e insipiente teppa! Anche i calibri rawk’n’roll vengono perfezionati nelle vesti dell’iniziale trotto fuzz-addicted Throw It Away a firma Ben Eberbaugh o della Crazy Girl a firma Cole Alexander & Mark Naumann, mentre Ain’t No Deal, come dicevamo in apertura, sembra una parodia delle canzoncine guitar-pop degli Strokes. Il Self-Titled Debut, in conclusione, documenta l’evoluzione dei Black Lips (all’epoca con punto esclamativo finale) nell’arco di due anni, proponendosi come la naturale introduzione al loro sound che pur si presenta compatto e diretto, come ben rappresentato dalla copertina disegnata da Bradford Cox dei Deerhunter. La documentazione di un gruppo destinato a mutare ancora, anche perché alla vigilia della pubblicazione, nel Dicembre 2002, Eberbaugh rimane ucciso in un incidente automobilistico causato da un ubriaco. (7.0/10)

I’d rather die than get old and while I live I’ll probably be scolded…

L’improvvisa morte di Ben gelò non solo i suoi Black Lips, ma tutta Atlanta ne incassò il colpo. Die Slaughterhaüs pubblicò in breve tempo un saluto discografico intitolato Ben Eberbaugh: A Rockin’ Tribute al quale presero parte, oltre ai “coinquilini” Carbonas, Lids, Tabitha, Bradford Cox e altri, anche concittadini distantissimi – musicalmente parlando – come Tilly And The Wall e Jiha Lee (giro Bright Eyes) che pure si prestarono a reinterpretare i pezzi di Ben con risultati bizzarri e spesso sorprendenti; a sigillo del disco intervenne pure Jay Mascis & The Fog sancendo la rilevanza che Eberbaugh aveva acquisito nel panorama underground americano a soli ventidue anni.

I Black Lips dal canto loro, una volta superato lo shock, ritornarono rapidamente in carreggiata pubblicando il loro album nel marzo 2003 e reclutando l’amico di vecchia data Jack Hines alla chitarra solista. Non si trattò di una sostituzione poiché rimpiazzare il carisma di Ben era impensabile, oltretutto Hines – vuoi perché intimorito dallo scomodo ruolo, vuoi per carattere – si inquadrò immediatamente come il quiet one della gang, in netta antitesi rispetto allo svitato Eberbaugh, e anche il suo stile chitarristico si differenziò: al registro aggressivo di Ben, Hines contrappose uno stile più vintage e sottile. Nel caso poi si pensasse che il lutto abbia temperato gli animi dei Nostri ci si sbaglierebbe di grosso: i loro live diventarono ancora più incandescenti con i fan apertamente invitati a far scoppiare petardi, oltre al fatto che gli stessi Lips si diedero alla pratica di appiccare il fuoco agli strumenti. Ben presto furono banditi dalla maggior parte dei club della Georgia (anche dal 40 Watt Club di Athens dal quale i REM presero l’abbrivio, rimarca con sgomento la stampa…).

Nella loro prima tournee europea fecero del loro peggio e proprio a Mestre, al Jam Club, diedero vita ad uno dei loro nauseanti pee-shows. La gig fu immortalata su un 7” uscito per la nostrana Shake Your Ass Records (Live At The Jam Club, 2004), in tiratura a 310 copie numerate a mano, con una special-edition di 80 vinili color giallo-urina. Note di “colore” a parte, il singolo illustra il nuovo assetto Black Lips splendidamente rappresentato dalla cover di Wild Man dei Tamrons, gruppo della North Carolina da un solo singolo nel lontano ‘66 ristampato nell’antologia Back From The Grave: i veri storici precursori dei Lips, per il canto lascivo che spesso sconfinava nell’onomatopea, per i testi da scoppiati, per quella minacciosa chitarrina claustrofobica che introduceva ad un’atmosfera nevrastenica e per nulla solare. La versione dei georgiani è ovviamente ancora più tirata, ancora più selvaggia, perdendo per strada anche gli ultimi accenti soul. Nei classici garage’n’roll Jack The Ripper e Too Much Monkey Business poi i Lips sconfinano quasi nell’hardcore, mentre l’inedito Working sembra quasi un’improvvisazione sul posto tanto è approssimativa.

We Did Not Know The Forest Spirit Made The Flowers Grow (Bomp!, 2004)

Il nuovo album esce nel maggio 2004. Già dal titolo da svacco hippy si preannuncia come il disco psichedelico dei Lips o quantomeno quello flower-punk… ma sebbene alcuni brani presentino stilemi vagamente Seeds, vedi la splendida farfisa di Notown Blues o lo sgranchirsi del basso di Stranger in un’andatura puramente Sunset Boulevard style, ad emergere è soprattutto quell’aura claustrofobica illustrata dalla cover di Wild Man e qui innescata subito dal fracasso psicotico di M.I.A. e dal delirio ispanico di Time Of The Scab. Ma il meglio arriva con i brani lenti, dementi, ebeti ma con un senso macabro di morte, di dannazione, vedi Dawn Of the Age Of Tomorrow e soprattutto il dondolìo sinistro di Ghetto Cross.

Nonostante i suoi trenta minuti scarsi, l’album si rivela come un guazzabuglio di frizzi e lazzi, di colpi di testa e di pancia (per non dire altro), vedi la farsa medievale al clavicembalo 100 New Fears inscenata al termine di Nothing At All, o la ghost track Hope Jazz, intruglio di rumorismi sperimentaloidi aggrappati al basso swingante di Swilley. Un breve zibaldone che decompone ulteriormente il marcio ma fertile humus Black Lips e che quindi lo evolve. Eberbaugh viene ancora una volta ricordato con l’inclusione di una registrazione in presa diretta dei tempi della Slaughterh aüs: Juvenile, con Ben Crumb dei Tabitha (già acclusa nel 2003 in una ristampa Munster del primo EP Ain’t Coming Back). Nella versione cd compare anche il video di FAD girato da Monty Buckles, sul quale non diciamo nulla se non che a nostro umile parere è uno dei video più imbecilli della storia. Cult. (7.3/10)

7-inches and something else

Un’altra morte, pur meno vicina questa volta, segna il percorso dei Black Lips. Nel 2004 viene meno Greg Shaw e i Nostri lasciano la Bomp!. Per quanto affranti, trovano asilo alla In The Red e la leggenda continua…

In attesa del nuovo album trovano comunque modo di esprimere le loro nefandezze, nel Live@WFMU ad esempio, LP che inaugura la Dusty Medical Records di Kevin “Mistreater” (2005). Si tratta di una registrazione realizzata negli studi dell’omonima radio newyorkese in occasione del compleanno di Tommy Savage. Difficile immaginarla come una gig astemia, difficile immaginare i musicisti coinvolti anche solo un po’ meno che ubriachi fradici. Le urla si fanno ancora più bestiali del solito, andandosi a confonderei con quelle del pubblico e col rumore di bottiglie rotte che adorna la registrazione qua e là. Gli attacchi dei pezzi falliscono più volte, il canto perde anche gli ultimi scampoli di intonazione, il rumore trabocca ripetutamente dalle casse. Devastante la versione di Stranger, irriconoscibile quella di M.I.A., spiritatissima quella di Stone Cold, micidiale su tutte quella di Juvenile, e per concludere una Can’t Bring Me Down da sottosuolo. Live ad esclusivo usufrutto dei vaccinati al lo-fi più sgangherato e sferragliante.

Di maggior interesse i due strabilianti singoli che escono nello stesso anno per la Slovenly, specie Does She Want/Stoned, due pallottole di puro Sud tra i migliori brani di sempre dei Black Lips, con un fascio di chitarre che cavalcano compatte in stile Gun Club e cori da Cheater Slicks. Una vera goduria sottoforma di vinile. Della stessa pasta anche In & Out, non sembra neanche un brano loro per quel suo inedito accento outlaw da west coast, mentre la b-side Stuck In My Mind si inserisce nel più tradizionale beat-doo-wop-rawk cui il gruppo ci ha abituati, anche se con un inedito taglio early rock’n’roll alla Link Wray. Non alla stessa altezza ma semplicemente “simpatico” invece il 7” pubblicato per la Varmint, Hippys/Born To Be A Man: rockettino alla One After 909, un divertissement in una discografia che è in sé in un divertissement. A coronare il tutto gira per la rete il trailer di un ipotetico 2005 Tour Movie diretto da Ernie Quintero, la cover di Wild Man dei Tamrons come commento sonoro: pescatelo così potrete saggiare tutto il disgusto che abbiamo cercato di esprimere – non senza compiacimento – fin qui.

Let It Bloom (In The Red / Goodfellas, 2005)

I Black Lips entrano a far parte della sacra famiglia In The Red e ogni lurido bastardo dentro non può non commuoversi dinanzi ad una simile mother & child reunion; già perché sebbene alla altrettanto blasonata Bomp Records abbiano sempre trovato pane per i loro denti e tazze per i loro liquidi, dopo la morte del suo leggendario patron Greg Shaw (avvenuta nel 2004, Let It Bloom è dedicato alla sua memoria, ndr) è nell’etichetta di Larry Hardy che i Lips possono sentirsi finalmente e fondamentalmente a casa.

Per questa storica occasione espéttorano il loro catarro più sixties, laddove nel precedente “sforzo” tendevano leggermente di più verso lidi hardcore-trash (quelli illustrati in nuce con Everybody Loves A Cocksucker per intenderci). Ma non temete, Let It Bloom punta principalmente a mostrare lo sostanziale impudicizia insita nella musica beat, come si palesa nel refrain do you really want to hold my dirty hand (dal brano Dirty Hands), la risposta in rima e a tono di GG Allin ai Beatles… coretti e ritmiche saltellanti si sposano a urla subumane, frastuoni decerebrati e bassi animaleschi, generando un senso di infanzia perversa: l’innocenza del beat alla I Saw Her Standing There e la deboscia post- Motörhead danno luogo ad una musica che è l’emblema più icastico del garage-punk odierno.

La qualità del suono è quella di un bootleg del ’64, ma non mancano le puntate nel punk-rock californiano con frattaglie surf (Can’t Dance) , non siamo di fronte ad un monolite infatti, l’album é ricco di momenti diversi e giustapposti, seguono ad esempio un beat-blues alla Yardbirds (Boomerang) e una lenta ballata freak-folk (Hippie Hippie Hoorah). Ogni episodio secerne una melodia orecchiabilissima cantata fuori tempo e suonata peggio: un bouquet di profumi andati a male che è il miglior prodotto dei Black Lips dai loro esordi ad oggi. Un loro ipotetico e improbabile greatest hits non potrebbe non prendere metà delle sue tracce da questo album: Not A Problem – la loro miglior composizione probabilmente – una chitarrina paisley che s’insinua in un muro di basso proprio come la stridula voce di Cole Alexander urlacchia stretta nel coro artificiosamente baritonale della band; la rollingstoniana Gung Ho; Everybody’s Doing It con i suoi sgangherati e ruspanti accenti sudisti; il lubrico siluro rocknroll di Take Me Home (Back To Boone) ; il petulante twist di Fairy Stories e l’ipnotica discesa negli inferi Punk Slime, ma sentite anche il modo in cui riescono a sbagliare accordi in contemporanea nel lento blues Feeling Gay.

Astenersi igienisti, puristi, tecnicisti, intellettuali, intelligenti e cacciatori di mode… (7.5/10)

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