Satantango
Satantango, foto di Lorenzo Spigaroli (2025)

Satantango. Il presente è nostalgico ancora prima di diventare passato. La nostra intervista

Abbiamo raccontato di recente l’esordio discografico dei Satantango, una delle realtà più sorprendenti del nuovo panorama indipendente italiano. Il loro primo album ci ha colpito per l’originale capacità di fondere cantautorato e shoegaze, dando vita a un sound capace di evocare atmosfere dolci, malinconiche e profondamente cinematografiche.

Il duo, composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, arriva dalla provincia di Cremona e porta con sé l’immaginario di un mondo in dissoluzione: una realtà frammentata che sopravvive nella nebbia, nei ricordi e negli spazi sospesi della memoria collettiva. Le loro canzoni sono il ritratto di una generazione che tenta di preservare ciò che resta di un’esistenza fragile, spesso dimenticata, in netto contrasto rispetto all’era che viviamo: tutta velocità e apparenze, tutta pose e performance.

I Satantango rappresentano così la voce autentica di un sottobosco vivo e pulsante, fatto di poesia, disillusione e piccole rivelazioni quotidiane. Una testimonianza preziosa di quella musica che continua a raccontare ciò che scorre sotto la superficie. Li abbiamo incontrati e intervistati per voi.

Partiamo dal nome: cosa vi ha colpito di più del film di Béla Tarr al punto da sceglierlo come identità del vostro progetto?

Sin dalla prima scena ci è sembrato di vedere sullo schermo casa nostra: la stessa atmosfera, lo stesso cielo bianco, quasi farinoso, le stesse cascine perse tra i campi e la foschia, la stessa malinconica sensazione di abbandono. Il bianco e nero ci ha ricordato molto alcune nostre atmosfere novembrine, ma ci siamo ritrovati anche nel racconto grottesco eppure elegante dei personaggi.

Il vostro nome richiama però anche un’opera centrale nella cultura europea contemporanea. In un momento in cui László Krasznahorkai riceve il Nobel, cosa significa per voi inserirvi – anche simbolicamente – in quel discorso sulla decadenza, l’attesa e il fallimento?

Il Nobel a Krasznahorkai è stata davvero una coincidenza incredibile: prima del Premio era un autore culto ma soprattutto di nicchia, quindi siamo rimasti sorpresi anche noi! Nella nostra musica parliamo molto di disillusione anche a livello generazionale, del tempo che corre ma anche del tempo sospeso nella pianura, come se il mondo girasse a velocità diverse. Da decenni si parla di tramonto dell’Occidente, ma recentemente vediamo che le persone ne sono consapevoli in un modo diverso, più cosciente e forse rassegnato.

Facciamo un altro passo indietro: come vi siete conosciuti e cosa vi ha spinto a suonare insieme?

Viviamo entrambi nello stesso paese di poco più di 3000 abitanti, quindi bene o male ci conosciamo da quando siamo bambini. Crescendo ci siamo influenzati negli ascolti e, più in generale, abbiamo capito di condividere una visione comune della musica e dell’arte. A un certo punto sentivamo entrambi l’esigenza di raccontare di noi e di com’è vivere qui in questo momento storico, quindi cominciare a scrivere assieme è stata una conseguenza naturale.

Ora che cominciano a uscire recensioni sul vostro esordio, vi ritrovate a leggere punti di vista e percezioni altrui sul vostro lavoro. Qual è la cosa più vera che avete letto?

Ci fa molto piacere vedere come è stato colto l’aspetto più sociale dietro il lavoro, quasi si trattasse di un atto politico. Nonostante la malinconia e le atmosfere eteree, è stato percepito anche il significato più profondo e autentico dell’album, il grido di una generazione che non vuole più accontentarsi delle briciole.

L’Italia di oggi vive un forte ritorno di interesse per le narrazioni periferiche. Come pensate che la provincia, come luogo simbolico e culturale, stia ridefinendo la musica indipendente?

La provincia è senza dubbio il fulcro di questo nuovo fermento. Forse per fame, forse per lontananza dal caos dei grandi centri che a volte omologa l’arte. La musica indipendente è sicuramente il veicolo di un nuovo sentire, basta vedere quante etichette e quanti festival sono nati in provincia negli ultimi anni, diventando in poco tempo veri e propri punti di riferimento per la scena. Ci sono tante scintille sotto la cenere, e siamo felici di fare parte di Dischi Sotterranei anche per questo.

L’album sembra porsi in controtendenza rispetto alla velocità e all’iperproduzione digitale contemporanea. Penso alla moltiplicazione della musica (anche shoegaze) prodotta tramite AI. Qual è la vostra posizione sulla “slow culture” e sulla possibilità di produrre arte che richieda tempo, ascolto, immersione? Pensate che sia un approccio che complica o facilita l’ingresso nel circuito?

Ci abbiamo messo diverso tempo a trovare l’amalgama tra identità sonora, testi, tematiche e immaginario, oltre al lavoro di fusione delle nostre due scritture. Senza questo tempo il risultato sarebbe stato completamente diverso, forse più superficiale. Troviamo fondamentale dedicare la giusta attenzione alla creazione e alla maturazione delle canzoni: per noi l’ascolto è, come dici giustamente tu, un’esperienza immersiva, che va oltre il semplice intrattenimento. In un mondo così veloce forse la ricerca di autenticità, anche se richiede tempo, può fare la differenza.

Il DIY è spesso raccontato come necessità, ma nel vostro caso diventa anche una sorta di scelta poetica. Qual è il valore politico ed estetico dell’autoproduzione oggi, nell’era dell’iper-perfezione sonora?

Nella musica e nell’arte in generale amiamo l’imperfezione, le piccole sbavature che ne rivelano il lato più umano e originale, a maggior ragione in un’epoca di produzioni iper patinate come gli ultimi anni. Durante tutta la produzione del disco, di fronte a una take imperfetta ma “vera” e una perfetta ma asettica, abbiamo sempre scelto la prima. Cercavamo un sound fangoso, ruvido ma al contempo avvolgente, così da creare una bolla in cui chi ascolta possa immergersi e chiudere fuori il mondo esterno. Tutto l’album vive di chitarre sporche e registrazioni d’impeto, compensate però da una scrittura pensata fin nel minimo dettaglio, soprattutto per quanto riguarda i testi di alcune canzoni.

Che rapporto avete con la nostalgia come categoria culturale: antidoto, rifugio o strumento di lettura del presente?

Diremmo tutte e tre. Viviamo in una terra per sua natura nostalgica, in un’epoca ipernostalgica, in una generazione che prova nostalgia per tutto, persino per epoche che non ha vissuto. Oggi il presente è già nostalgico prima ancora di diventare passato.

Le vostre atmosfere evocano spazi abbandonati, memorie collettive, vuoti identitari. Credete che l’arte possa ancora raccontare il “margine” come luogo di resistenza e non solo di desolazione?

Certamente, sebbene con la nostra musica non abbiamo la pretesa di offrire soluzioni né consolazioni: ci limitiamo a osservare, prendere atto di ciò che viviamo e raccontarlo.

Ho descritto il vostro album come uno “state of mind”. Almeno, a me è suonato così. Qual è, secondo voi, il ruolo dei musicisti oggi nel definire nuovi immaginari emotivi in un’epoca in cui tutto sembra frammentarsi?

È una domanda molto difficile a cui rispondere. Forse non c’è un vero e proprio ruolo, noi avevamo l’esigenza di raccontare le nostre esperienze personali in modo sincero, ed è molto bello quando in questi racconti possono rivedersi anche gli altri. In alcuni casi l’artista può diventare un punto di riferimento, ma non è sempre necessario: a volte si tratta anche soltanto di uno sfogo personale canalizzato in una forma d’arte.

Quanto vi sentite distanti dal mondo e dalla contemporaneità, e quanto invece profondamente immersi in esso? Ad esempio, avete aderito all’invito dell’Arci Bellezza di Milano per il concerto benefit SHOEGAZA Vol. 2, il prossimo 20 dicembre. Un’iniziativa che prova a puntare nuovamente i riflettori su Gaza in un momento storico in cui quasi nessuno ne parla più. Questo testimonia una forte sensibilità per quello che sta accadendo in un’altra periferia del mondo, quella sì veramente abbandonata a sé stessa. Raccontateci di più di questa scelta.

Nella provincia profonda ci si sente spesso in bilico tra un presente tangibile, quotidiano, e un tempo sospeso lontano dai grandi avvenimenti del mondo. Siamo molto felici di partecipare a un evento così importante che ha già raccolto tanta solidarietà: vedere la scena shoegaze italiana riunita per questa causa umanitaria è una cosa davvero unica. Ci vediamo al Bellezza!

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare