Röyksopp: The Kings of Nordic Pop
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Marco Braggion
- 27 Novembre 2014
In occasione dell’uscita del nuovo disco The Inevitable End, abbiamo intervistato via Skype Torbjørn Brundtland (To) e Svein Berge (Sv), in arte Röyksopp. Il duo norvegese ha dichiarato che il quinto disco della sua produzione musicale sarà l’ultimo album. Un addio? Per niente! Ci hanno infatti tranquillizzati: “non smetteremo di comporre musica, è solo la specificità del formato album che ci va stretta”. Un capitolo della loro fortunata carriera che si chiude e che apre nuovi percorsi, probabilmente destinati a pubblicazioni sulla breve distanza (EP, singoli) e forse a collaborazioni su altri media.
Nella chiacchierata – purtroppo durata solo mezz’ora – ci siamo trovati a parlare dei nuovi pezzi e dei nuovi collaboratori (Jamie McDermott, Robyn, Susanne Sundfør), ma anche degli esordi, della scena di Bergen, degli anni ‘80 con Bjørn Torske, dei Duran Duran e delle produzioni elettroniche contemporanee.
Nel 2001 avete iniziato con qualche singolo e il vostro debutto Melody A.M.. Dopo tanti anni il vostro approccio al comporre musica è cambiato?
(To) Abbiamo sempre voluto creare e fare musica. In questo non siamo cambiati. Magari abbiamo usato qualche trucco, ma alla fine di ogni giorno posso dire di provare sempre la stessa sensazione: vogliamo esprimerci.
(Sv) Anche se il “dogma” (se vuoi chiamarlo così) o l’approccio con cui componiamo musica è lo stesso, c’è stata un evoluzione nel modo in cui ci esprimiamo. Abbiamo abbracciato direzioni diverse, col passare del tempo, ma il modo in cui ci avviciniamo alla musica è lo stesso. La filosofia è la stessa, cambia il modo in cui la esprimiamo.
Nelle note stampa che accompagnano il nuovo lavoro, The Inevitable End, avete dichiarato che sarà il vostro ultimo disco: “non smetteremo di fare musica, ma non useremo più il formato album“. Cosa significa?
(Sv) Significa proprio quello che abbiamo detto. Finora abbiamo pubblicato cinque album da studio di cui siamo orgogliosi, ma vogliamo smettere di usare questo formato. Abbiamo sempre fatto quello che abbiamo voluto con quel formato specifico. Ovviamente non smetteremo di comporre musica, è solo la specificità del formato album che ci va stretta. Vogliamo abbandonarlo perché lo amiamo a tal punto che non vogliamo rovinarlo in qualche modo.
Allora inizierete a scrivere musica per film, cinema, altri media o che altro?
(Sv) Potremmo anche farlo, trovando l’occasione giusta, ma ci sono altri modi e posti in cui si può pubblicare musica oggi. Per esempio si possono stampare EP, anche in serie, oppure si possono stampare pezzi singoli, senza doverli mettere in un contenitore o in un contesto. Puoi metterli su Soundcloud o sul tuo sito… ci sono soluzioni diverse. Potremmo creare musica appositamente per i club o per i dancefloor. O anche qualcosa, come dici tu, per teatro o film. Cose che non abbiamo fatto in passato ma che potrebbe essere interessante fare. Siamo aperti a qualsiasi esperienza, possiamo fare qualsiasi cosa.
Avete iniziato nella cosiddetta “scena di Tromsø” e poi vi siete spostati a Bergen con artisti come Bjørn Torske, Ralph Myerz e altri. Siete sempre stati in bilico fra pop e techno, creando uno stile ibrido. Già dall’esordio avete utilizzato molti ospiti vocali. C’è una ragione particolare per la quale non pubblicate molti strumentali? Anche nel nuovo disco ci sono molti featuring…
(Sv) Ci sono molte ragioni. La prima è che vogliamo cambiare il nostro modo di esprimerci sui pezzi. Vogliamo evolverci, così da non insabbiarci e ripetere quello che abbiamo già fatto. Per noi trovare i collaboratori giusti in termini di vocals è sempre stato un modo di andare in una certa direzione. Trovare la giusta voce per lo specifico sentimento o sensazione da associare al pezzo è imperativo, molto importante. Anche se amiamo tutte le persone con cui abbiamo lavorato in passato, sentiamo che non le possiamo usare di nuovo, anche se ci piacerebbe. Non lo facciamo perché non ci vogliamo ripetere.
In particolare per quest’ultimo disco abbiamo voluto cambiare collaboratori, sia per i temi che abbiamo sviluppato, che per i testi. Questi ultimi sono molto connessi alla nostra storia e alle cose che ci sono successe. Ecco perché abbiamo voluto una dominanza maschile per le vocals del disco, in confronto a Junior che ha un enfasi più sul lato femminile.

Com’è stato collaborare con Jamie Mc Dermott? Avete collaborato con lui su altri pezzi in passato. Sul disco canta addirittura quattro brani…
(Sv) Abbiamo sentito uno dei suoi primi pezzi nel 2008 o 2009. Il brano si chiamava In This Shirt (la canzone è degli Irrepressibles, il gruppo di McDermott, ndSA) e ci è piaciuto molto, insieme alle sue abilità vocali e alle cose che riusciva a comunicare con la sua voce. In quel periodo stavamo terminando Junior, che è l’album più uptempo della nostra intera discografia. Ci sarebbe piaciuto collaborare con lui ma sapevamo che il suo stile non sarebbe stato bene nel disco. Sapevamo già che avremmo composto Senior con pezzi interamente strumentali, e anche lì non ci sarebbe potuto stare. Per The Inevitable End avevamo un’idea di una specie di addio, un canto del cigno, un disco più serio. Jamie sarebbe stato perfetto con la sua voce per un mood del genere. Nel 2009 abbiamo fatto un bootleg di In This Shirt: un amico comune l’ha fatta sentire a Jamie e gli è piaciuta molto, così ci ha offerto le parti della canzone per remixarla. Abbiamo pubblicato il remix e fatto amicizia con lui.
(To) Vorrei aggiungere che lavorare con Jamie in studio mi ha fatto capire come abbia delle capacità tecniche altissime, un grande vocabolario che può usare per esprimere le diverse emozioni.
Nell’album c’è anche il contribuito di Susanne Sundfør. Lei è molto popolare in Norvegia, ma non è conosciuta in Italia. Ci potete dire qualcosa in più su di lei e su come l’avete conosciuta?
(Sv) È il tipo di artista con cui ci piace lavorare. Ha una voce unica e speciale, è un’artista con la sua carriera, fa la sua musica, tutte caratteristiche in comune con le persone con cui abbiamo lavorato in passato. Non cantano e basta, ma compongono, come Jamie, Robyn, The Knife, e tutti gli altri. In più ci piace quando le persone con cui lavoriamo sono un po’ “sconosciute”. Non si può dire questo di Robyn, perché penso che sia più conosciuta di noi, ma gli artisti con cui abbiamo lavorato in passato erano all’inizio della loro carriera. Lo stesso è per Susanne; è vero che è conosciuta in Norvegia, ma penso che sarà conosciuta anche in tutto il mondo a breve: è una grande cantante e musicista, è molto vera e unica come persona e ci piace molto. Quando si tratta di cantare è molto versatile, può fare molte cose, si adatta molto bene e ci piace molto perché possiamo forgiare il suo modo di cantare su quello che vogliamo sentire nella nostra musica.
Ci potete dire qualcosa dell’amicizia con Robyn? Avete pubblicato un EP quest’anno e avete già lavorato con lei in Junior. Come è stato collaborare con lei?
(To) Stiamo bene insieme. E funziona bene quando lavoriamo a una canzone con lei. Collaboriamo tutti e tre con elementi di produzione, scrittura, testi… tutti questi elementi vengono fuori simultaneamente. E siamo anche molto amici, quindi non parliamo solo di musica, ma anche di qualsiasi altra cosa. Usciamo anche insieme.
Si sente anche ascoltando i pezzi che c’è un qualcosa di più del legame professionale. Ma andiamo un po’ più dentro al disco. Mi è piaciuta molto Skulls, è molto dancey con qualche vocoder. Avete pensato al dancefloor quando l’avete composta?
(Sv) Non come prima cosa, devo ammettere. L’elemento dancefloor… bisogna ricordarsi che veniamo da un background di musica elettronica. Più specificatamente nella nostra adolescenza ascoltavamo le uscite della fine degli anni ‘80 e dei primi ’90. Eravamo parte della scena club/rave, se vuoi chiamarla così. Siamo cresciuti con quella musica, quindi fa parte del nostro DNA, della nostra eredità musicale e di quello che portiamo avanti come gruppo. Quindi dev’essere per forza e sarà sempre così riguardo all’elemento dancefloor. Ma su questo album specificatamente non abbiamo riposto molta attenzione sull’elemento dancefloor, sebbene ci siano tracce che suonano da pista. Le puoi mettere in un club, se vuoi, ma non le abbiamo composte per quello.
Si può dire che Skulls, Monument, I Had This Thing e in qualche parte Save Me e Running To The Sea puoi metterle in qualche club, ma dipende dal tipo di club. In un club piccolo sono sicuro che saranno suonate, ma non le abbiamo pensate per un festival con 200mila persone.
Monument mi ricorda molto il vostro secondo album, è molto intima e riflessiva. Ha scritto Robyn il testo di questo brano?
(Sv) Abbiamo scritto il pezzo insieme. Quando abbiamo composto il mini album Do It Again ci siamo seduti allo stesso tavolo, vicini, con un pezzo di carta e una penna, e ci siamo messi a scrivere. Il pezzo è una collaborazione allo stesso livello, sia per i testi che per la musica.
Ma cosa pensi del pezzo? Lo senti intimo e riflessivo?
(Sv) Sì, penso che sia proprio così. Hai indovinato (ride, ndSA). Volevamo che tutto il disco suonasse così.
Su Sordid Affair ci sono molti elementi old fashioned. Mi ricorda un po’ i brani di Jori Hulkkonnen, anche qualcosa dei Duran Duran e i primi pezzi vostri. È molto malinconica; anche gli strumenti che avete usato sono analogici…
(Sv) Stiamo molto attenti nella selezione dei suoni e degli strumenti per la nostra musica, qualcosa di cui andiamo molto orgogliosi e su cui spendiamo molto tempo. Visto che questo è il nostro ultimo disco, abbiamo voluto guardare un po’ indietro, alle cose che abbiamo fatto in passato, e utilizzare elementi dal passato. In confronto a tante produzioni contemporanee di musica elettronica, questo disco è stato mixato in maniera molto dinamica. Hai citato ad esempio i Duran Duran come riferimento e ci sta, perché hanno molto spazio nella loro musica, nella loro gloria anni ‘80, con cui siamo cresciuti.
Le synth band degli anni ‘80 come i Depeche Mode, i Duran Duran, gli Yello o la italo disco, tanto per prendere anche il tuo Paese… è un eredità che abbiamo voluto includere nel disco e visto che stiamo celebrando e nel contempo dicendo addio al formato album, abbiamo voluto aggiungere tutti questi riferimenti raccolti nel corso degli anni; lo abbiamo fatto appositamente. Idem per la scelta degli strumenti elettroacustici come chitarre, pianoforte, Rhodes e basso elettrico… tutte queste cose sono state aggiunte per creare l’intimità di cui parlavi prima. Abbiamo cercato di perfezionare i maestri di questo genere e abbiamo cercato di stare distanti dal modo di produrre musica elettronica dei nostri giorni, che per noi è un po’ troppo generico e qualche volta addirittura noioso.
Ascoltando una vostra compilation del 2007 (Back to Mine), mi sono sorpreso, perché insieme a grandi artisti come Talking Heads, Mike Oldfield, Art of Noise e altri, avete scelto anche due pezzi di italo disco (una è Ma quale idea di Pino D’Angiò e l’altra è Get Closer di Valerie Dore). Vi piacciono i suoni della italo disco?
(Sv) Certo, ci piace il genere. Bisogna ricordare che abbiamo una certa età (ride, ndSA) e quindi siamo stati parte di quella scena per molto tempo. Ci piace molto ancora. Quando parliamo di generi musicali, non importa chi sia l’artista, basta che ti piaccia la musica; è quella la cosa importante. Non so se capisci quello che voglio dire: ad esempio, certi artisti italo possono essere considerati “uncool” (“non molto alla moda”, ndSA), ma a noi non interessa. Tutto quello che conta è se ci piace o meno il pezzo. Noi non facciamo musica per le persone, ma facciamo musica per la musica.
Molti artisti nordici che ascolto suonano molto italo, penso a Bjørn Torske, Lindstrøm, Prins Thomas. Mi piace molto il fatto che i DJ nordici siano molto vicini a questo tipo di musica…
(Sv) Per noi questo stile è molto cool. Bjørn Torske è uno dei più importanti motivi per cui l’italo disco è così popolare in Norvegia. Veniamo dalla stessa città, Tromsø, e lo conosciamo sin da quando siamo bambini. Ascoltavamo i suoi DJ show quando lui era un giovane adulto e noi eravamo bambini; è stato una grossa influenza per noi e per i nostri gusti musicali. Quando abbiamo avuto un po’ di successo abbiamo sparso la voce anche alle generazioni più giovani della nostra, in particolare, come hai detto, Lindstrøm e Prins Thomas, che sono stati influenzati dalle nostre cose. Anche loro hanno contribuito a diffondere l’italo disco. Tutto ciò non sarebbe successo senza Bjørn Torske, che penso sia il personaggio più importante per la nu-disco scandinava. Penso che lui sia il numero uno della scena, e forse noi siamo al numero due o tre…(ride, ndSA).
Farete un tour in Europa o in Italia? Avete pensato di stare da soli sul palco o di avere qualche ospite dell’album o di quelli passati?
(Sv) Non abbiamo ancora deciso nulla. Ci sono così tante cose che vogliamo fare. Vogliamo scrivere nuova musica, ovviamente vogliamo vedere il mondo e suonare i nostri pezzi. Cosa dici Torbjørn?
(To) Faremo sicuramente qualcosa, ma stiamo scrivendo la musica che vogliamo e non stiamo pensando al live. Quando definiamo lo spettacolo dal vivo, molto spesso reinterpretiamo i nostri stessi pezzi, di solito li facciamo più party-oriented, più incasinati. Faremo qualcosa nel 2015 sul materiale nuovo, ma non sappiamo ancora cosa.
