Robert Plant, still dal video “Our Song”

Quella volta che Robert Plant… 10 + 1 cover di canzoni italiane registrate all’estero negli anni ’60/‘70 da illustri insospettabili

A favore di coloro che si sono lamentati per la nostra mancanza di orgoglio nazionale (4 gatti in verità, forse 3, comunque gatti: una razza/categoria amata e coccolata dai più) in occasione dell’articolo riguardante l’abuso di cover da parte dei protagonisti della musica leggera e del beat italiani anni ‘60, ecco per chiudere il cerchio – e per impar condicio: il rapporto a grandi linee è di 100 cover importate a 1 esportata – ecco dicevamo una serie di 10 titoli + 1, brani italiani tradotti all’estero, che farà gonfiare il petto – ai gatti rizzare il pelo – a tutti gli strenui sostenitori dell’indefesso ingegno tricolore in note benché leggere.

La scelta non è stata fatta in base alla qualità della cover ma considerando lo spessore/fama dell’interprete che si è prestato. Per quello che già erano o per i traguardi che avrebbero conquistato negli anni a venire, ma tutti insospettabili, soprattutto quelli di certificata estrazione rock. Anche l’ordine delle canzoni non si preoccupa della cronologia ma rivela ascendente per, chiamiamolo così, un indice di stupore. A nostro insindacabile giudizio, ovviamente. Gatti permettendo.

Agnetha Fältskog: Som Ett Eko (1970)

Tutti noi rockettari ci facciamo forti delle cifre di vendita dei nostri beniamini, che attesterebbero la bontà della musica che amiamo. In realtà un controsenso, dato che il più delle volte ci appelliamo al valore artistico versus il lato commerciale. Così quando si tratta di fare valere le nostre argomentazioni, ecco che gli occhi diventano umidi ricordando i 300 milioni di copie vendute dai Pink Floyd, o dai Led Zeppelin, o ancora citando i Genesis, che superano i 150 milioni. Gli Abba? Macchiette, per noi.

I Ricchi e Poveri svedesi. A ben vedere, i Ricchi e Ricchi svedesi. Perché quelle macchiette si dice abbiano venduto 400 milioni di dischi. Chapeau. Agnetha Fältskog, la bionda del quartetto, nel 1970 incide Som Ett Eko, canzone nota tra i confini della nostra penisola come Io vagabondo di Nicola Di Bari, scritta da Giulio D’Ercole e Alberto Morina. La traduzione del titolo dallo svedese è Come un’eco. Il brano apre Som Jag Är, il terzo album da solista della Fältskog, già piuttosto nota in patria, dalla bella copertina che fa presagire un atteggiamento sonoro folk-rock sebbene un po’ inquietante: la cantante al centro di un prato per metà ricoperto di foglie morte, in posa da ectoplasma, sembra vagare alla ricerca di una dimora (maledetta?).

Som Ett Eko abbonda di archi setosi, eleva un accenno di fiati sul finale, ma nel brano prevale quell’aria romantico/giocosa che in quegli anni ha portato torme di bionde nordiche sulle spiagge romagnole perché bisognose di un amore la H maiuscola. Hot latino.

Anni-Frid Lyngstad: Mycket Kär (1968)

L’accoppiamento può sembrare irriverente e impietoso. E a conti fatto lo è. Neppure il più sadico dei melomani potrebbe pensare di fare incrociare il percorso artistico di Anni-Frid Lyngstad – la futura mora degli Abba, nel 1982 un album (Something’s Going On) semplicemente come Frida prodotto da Phil Collins all’apice del suo periodo da richiestissimo produttore – con quello della più immarcescibilmente retorica della nostrane cantati leggere (a dispetto del fisico), Orietta Berti. Ma il destino è capriccioso e insondabile quanto le leggi che dominano la discografia.

Su etichetta Columbia, nel 1968 viene pubblicato il singolo Mycket Kär – per la Berti Non illuderti mai – attribuito a Pace/Panzeri/Pilat, sacra trimurti di autori che chi era avvezzo al Festival di Sanremo ha sentito sciorinare per anni e anni come una formula scaramantica prima dell’esibizione del loro beneficiario, e Stig Andersson, traduttore/autore del testo e ovviamente del titolo che per gli svedesi suona come Innamorata.

Musicalmente Non illuderti mai e Mycket Kär sono identiche, ma a onor del vero va ammesso che Orietta Berti, almeno in questo caso, ha una vocalità una spanna superiore alla collega scandinava. Prima di convergere (negli Abba), quelle di Frida e Agnetha sono vite parallele all’insegna della cover italiana.

Dusty Springfield: You Don’t Have to Say You Love Me (1966)

Sul palco dell’Ariston, al Festival di Sanremo del 1965, Pino Donaggio presenta Io che non vivo (senza te), canzone seconda classificata dietro a Se piangi, se ridi di Bobby Solo. Il fatto singolare è che, da regolamento, ad arrivare secondi ex-equo sono tutti coloro che si posizionano dietro al vincitore: il trionfo della democrazia, o un assaggio in anticipo sul “6 politico”. A quel tempo ogni cantante italiano si esibiva in coppia con un artista straniero. Tra questi ultimi c’era Dusty Springfield, cacciata di fresco dal Sud Africa per avere osato esibirsi di fronte a una pubblico misto di bianchi e neri.

Va detto che l’artista londinese in patria era una stella di prima grandezza che ha toccato livelli straordinari di popolarità: per dire, esordì nel 1963 con I Only Want To Be With You, la cui cover nel 1979 lanciò i Tourists, ma soprattutto due di loro: la cantante Annie Lennox e il chitarrista Dave Stewart, poco tempo dopo famosi, a livello planetario, come Eurythmics. Ma forse fa più impressione dire che Dusty è stata il primo artista inglese dopo i Beatles a entrare nella Billboard Hot 100. Invitata al festival con due canzoni che furono scartate e non arrivarono in finale, Springfield si innamorò del pezzo di Pino Donaggio affidandolo all’amica Vicki Wickham per il testo, che intitolò You Don’t Have to Say You Love Me, completato con l’aiuto di Simon Napier-Bell, allora manager degli Yardbirds.

Anche se il brano venne pubblicato nel 1966 su label Philips, la cantante inglese aveva pronta la base strumentale sin dal 1965, alla quale avevano contribuito due dei session men più ricercati degli anni ’60 e ’70: il chitarrista Big Jim Sullivan (suonò per David Bowie, Rolling Stones, George Harrison, Frank Zappa e tra i tanti), e il batterista Bobby Graham, che nel 1962 si vide offrire dai Beatles lo sgabello dietro ai tamburi quando Pete Best fu licenziato. Mentre le parole di Pallavicini riferiscono a un innamorato in stato di estasi, il testo inglese, all’opposto, è l’accorata invocazione della protagonista affinché un rapporto in crisi, o finito, si possa recuperare. Musicalmente invece, mentre sulla nostrana versione si erge il senso del melodramma dell’italica canzonetta, al di là della manica subentra una leggera attitudine soul bianca.

L’interpretazione della Springfield è impeccabile. Giudizio condiviso dai più anche all’epoca, visto che la canzone arriva al n° 1 delle chart UK e al n° 4 di quelle USA. La rivista Rolling Stone inserisce You Don’t Have to Say You Love Me nelle 500 Greatest Songs Of All Time, ma un referendum tra gli ascoltatori del secondo canale radio BBC la piazza addirittura tra le prime 100. Per Pino Donaggio, considerate le royalties, il biglietto della lotteria vincente. Rotondo e in vinile.

Shirley Bassey: Jesahel (1972)

Anche il mondo del prog rock ha beneficiato del frenetico lavorio delle coppie scambiste musicali. Accade quando Shirley Bassey si accorge di Jesahel, di Ivano Fossati e Oscar Prudente, nella versione inglese già tradotta da Brian Keith, cantante e trombonista dei Congregation, che ne diedero la prima versione estera nel luglio del 1972. Fossati faceva parte dei Delirium, formazione che infoltiva il gruppone dietro chi tirava, capace di vincere qualche tappa, magari portare la maglia bianca della Classifica dei giovani, mai la rosa però.

Nel 1971 i Delirium vendono l’anima al Belzebù sanremese condotto da un Mike Bongiorno con basettoni e gaffe sempre in canna – presenta gli autori come Fossato e Prudente – e con Jesahel si piazzano al 6° posto, conquistando enorme popolarità sulla scia della interpretazione (da parte del pubblico) mistico/evangelica/pacifista di un testo furbo, ambiguo e fumoso. Visti i tempi di ideologica guerra aperta tra musica impegnata e canzonetta – si contestavano violentemente anche i cantautori più radicali – non si capisce come i dischi dei Delirium, dopo l’apparizione sanremese, non fossero stati bruciati in piazza; e non si dica che come loro anche altre icone del prog si presentarono sul palco dell’Ariston, perché nel secondo caso si trattava di tempi nei quali le esequie del genere erano state abbondantemente celebrate, e quelle band erano oramai pallide versioni di sé e di ciò che avevano rappresentato.

Shirley Bassey dal canto suo, nonostante fosse di casa in Italia – aveva partecipato al Festival di Sanremo nel 1968, e a Canzonissima l’anno seguente – era un nome spendibile a livello internazionale: aveva all’attivo due canzoni di apertura dei film dell’Agente 007: Missione Goldfinger (1964) e Una cascata di diamanti (1971), e farà addirittura tre con Moonraker (1979), staccando abbondantemente tutti gli altri iscritti alla ricca gara, che non sono mai andati oltre la singola partecipazione. E si sa come per la canzone del Bond che paga più di tutti i titoli di stato, non venga scelta – nonostante qualche raro, fisiologico, inciampo – la prima sgallettata che passa. Paradossalmente l’interpretazione gospel che dà Shirley Bassey di Jesahel – potenziata da una batteria di fiati pronta a rintuzzare i tentativi di mettere fuori la testa di una chitarra hendrixiana – sarebbe ideale per le parole italiane, mentre ciò che canta lei sono banali versi di una storia d’amore altrettanto vaporosa, dove Jezahel – dall’aramaico: la luce che viene da occidente – diventa, e chi lo sa?, il nome della donna vagheggiata dal protagonista, oppure il sostitutivo di Ambarabaciccicoccò. O qualunque altro scioglilingua a vostro piacere.

Frank Sinatra: Softly, As I Leave You (1964)

Le scene di isterismo collettivo generate dai Fab Four sono solo una replica di quanto accaduto negli anni ’40, in modo anche più eclatante, con Frank Sinatra: fenomeno di costume che al tempo venne battezzato – guarda un po’ – come Sinatramania. Con una carriera che definire straordinaria è quasi riduttivo – oltre ai talenti e ai record musicali, sulla mensola del camino mette 1 Oscar e 3 Golden Globe guadagnati al cinema –, fa strano che il nome del leggendario showman italoamericano oggi rimanga sullo sfondo delle cose della musica, quasi dimenticato.

Ma se The Voice – e nessuno nella storia moderna delle 7 note, fatto salvo il mondo dell’Opera, può fregiarsi del soprannome con maggiore merito – si interessa a te, vuol dire che lassù, per parafrasare un altro Oscar, qualcuno ti ama. L’oggetto di tale benedizione è Mina, in fatto di ugole seconda a nessuno nel Bel Paese, che nel 1960, sul label Italdisc, interpreta Piano allestendo una scena melodrammatica sul confine della stucchevolezza: una sorta di Billie Eilish ante-litteram, quella il cui produttore regola con la mano destra il livello del microfono, con l’altra la flebo. La versione di Sinatra del brano scritto da Tony De Vita per quanto riguarda la musica, e con le parole di Giorgio Calabrese, si intitola Softly, As I Leave You ed ha tutt’altro piglio: una impennata hollywoodiana allo starter, un corposo coro femminile a sostegno del ritornello, un finale trionfale che (dal vivo) chiama la standing ovation.

Melliflua ma epica. Sono gli anni della Guerra fredda e le due super potenze che si spartiscono il dominio sul mondo non possono mostrare cedimenti, nemmeno se si tratta dei tormenti di un addio in note. Un commiato tra amanti, coniugi, o che altro non è precisato; per Sinatra anche in modo più drammatico di quanto espresso da Mina: cioè un congedo finale, definitivo, la morte. La tigre di Cremona singhiozzava il punto di vista di chi veniva abbandonato. Sinatra osservando dal lato opposto, di chi se ne andava. Anche se ci piacerebbe pensare che il Re dei crooner decise di mettersi in scia a Mina per motivi personali (origini familiari italiane, stima verso la cantante, ammirazione per la canzone…), va considerato come Sinatra, quasi certo, si basasse su quanto fatto nel 1962 da Matt Monro – le parole sono le stesse, di Hal Shaper –, il primo a farne una cover che portò fino al n° 10 della classifica dei singoli UK.

Del resto, oltre le parole, i due arrangiamenti sono quasi identici. La cosa che colpisce di più, però, è che sul sito web della famiglia Sinatra, il 14 maggio 1998, la ferale notizia della scomparsa di Frank era accompagnata dalle note di Softly, As I Leave You.

Ben E. King: I (Who Have Nothing) (1963)

Uno dei brani fondamentali, anzi imprescindibili, degli anni ’60 – poi entrato nell’inconscio collettivo, universale e senza vincoli di tempo, per merito di cover come quella di John Lennon, o grazie al film omonimo di Rob Reiner del 1986 – è Stand By Me, frutto del lavorio di un trio passato alla storia coi nomi di Ben E. King, fuoriuscito dai Drifters che ci mette la faccia, Jerry Leiber penna e calamaio, Mike Stoller a riempire di pallini neri e bianchi il quaderno di musica.

Alle competentissime orecchie dei tre non era sfuggita la bellezza – e sottolineo originale bellezza a discapito del potenziale commerciale – di Uno dei tanti, brano inciso nel 1961 da Joe Sentieri, pseudonimo di Rino Luigi Sentieri, italianissimo a tutti gli effetti. Con un incipit da noir, dotato di dinamica – la differenza tra pieni strumentali e vuoti – fuori dal comune per i brani dedicati al tipo di audience cui riferiva, e l’inaspettata comparsa di una tromba che sa del Deguello (La battaglia di Alamo) di Nelson Riddle così da acquisire i toni della liturgia musicale western, Uno dei tanti, anche per l’originale visione neorealista che parte del testo echeggia, ha un impatto vigoroso perfino sull’ascoltatore più scafato.

Si può dire che sia un brano in anticipo sui tempi, che definire moderno non è esagerato se nel 2017 (sull’album Golden Days) ci si è messo Brian May dei Queen, insieme a Kerry Ellis, a fornirne una versione pomp, che azzera i fascinosi chiaro-scuri immaginati dall’arrangiamento del magistrale Luis Bacalov in favore di una luce bianca accecante, brutale, capace di appiattire ogni cosa.

King-Leiber-Stoller ne danno al contrario una lettura più rispettosa nel testo e nella musica, benché la loro registrazione sia più breve di quasi un minuto e mezzo rispetto all’originale, una strofa e un ritornello in meno, esaurendosi sull’intervento della tromba che sfuma in pochi secondi: un vero autogoal, perché in tal modo, inoltre, I (Who Have Nothing) perde il finale che replica l’inizio: un inquietante suono stranger things che rende Uno dei tanti una sorta di concept single.

Elvis Presley: Surrender (1961)

Chissà se Luciano Spalletti carica il Napoli calcio a suon di musica. Molti atleti lo fanno. Nel qual caso, quale brano meglio di Surrender? Lasciate stare la traduzione, fuorviante, del titolo. Si tratta di musica per numeri 1: il Napoli lo è da agosto, Elvis Presley nel 1961, con Surrender – tra i nostri patri confini nota come Torna a Surriento – lo è stato per sei settimane (2 negli USA, 4 in UK), che sono valse decine di milioni di copie vendute. Elvis The Pelvis ci aveva già provato l’anno precedente con la “canzone delle canzoni” napoletane, vale a dire ’O sole mio, e aveva fatto pieno centro, dunque perché non ripetere il gioco? Squadra che vince si può cambiare purché si peschi tra talenti della stessa terra: messi in panchina Capurro, Di Capua e Mazzucchi – autori di ’O sole mio – in campo questa volta coach Presley mette i cervelli Ernesto e Giambattista De Curtis, ragazzi del ’99 più o meno, a centrocampo, aiutati sulle fasce dai giovani e rampanti Doc Pomus (testi) e Mort Shuman (musica) a correre e fare legna, che alla fine – nella versione yankee che conquisterà il mondo – si prenderanno tutta la gloria. Ma così è la vita.

Mantecato in ritmo salsa sudamericano, della durata lampo di un pezzo punk, troppo breve per la puntina che penetra la calda sinuosità del solco in vinile per raggiungere l’orgasmo, Surrender mostra Presley che prova a restituire ciò che ha indebitamente cancellato – la tensione struggente della vena melodica partenopea più sanguigna – aggiungendo per senso di colpa un vezzo tenorile – italicamente operistico – a un vibrato malandrino da American gigolo di Walla Walla, Idaho. Quadretto di amore tutto anema e core, quello dei fratelli De Curtis, trailer rosa bubble-gum e gel il rimpasto di Elvis & Pomus/Shuman. Kitsch da alta classifica. Garantito al limone, di Sorrento.

Herman’s Hermits: Something’s Happening (1968)

La calda notte del 15 luglio 1968, mentre il mondo giovanile oltre confine è scosso dagli imperiosi turbamenti del cambiamento, anche a livello musicale, Riccardo Del Turco vince la quinta edizione de Un disco per l’estate, manifestazione canora trasmessa in diretta televisiva che ha stregato l’Italia (lo stesso cilindro dal quale viene estratto il succitato coniglio bianco di Orietta Berti clonato da Frida, Non illuderti mai). Ero un bambino ma ho ancora il ricordo chiarissimo dei miei parenti, le donne in realtà, io dopo una giornata al mare, intente a orecchiare con attenzione. Potenza delle banalità della vita; il mio ricordo, intendo.

Luglio, il titolo della canzone vittoriosa, divenne un tormentone: il refrain «luglio, col bene che ti voglio», una sorta di locuzione. Appena qualcuno citava la parola “luglio”, chi si trovava di fronte interrompeva aggiungendo il ritornello depositatosi nella testa della gente come il tartaro sui denti. Gli Herman’s Hermits, cari ai cultori della British Invasion e del rock dei primi anni Sessanta, nel 1968 iniziano la fase discendente della loro parabola, ma dal 1964 non hanno mai mancato di entrare la Top 40 di Billboard dei singoli, per ben 11 volte nella Top 10.

Nel 1965, ancora negli USA, relativamente alla categoria dei singoli sono eletti band dell’anno. Davanti a chi? The Beatles. In patria raggiunsero il numero 1 nel settembre del 1964, mettendo al tappeto un altro peso massimo come i Kinks, forti di You Really Got Me. Insomma, Herman’s Hermit e Riccardo Del Turco sono come il sergente Joe della polizia militare e il piccolo Pasquale di Paisà. Il gigante resta stregato dall’arte dello scugnizzo e ne svela l’esistenza al mondo intero, pur alla luce dei suoi interessi personali. Non che l’inconsistenza estiva delle parole di Luglio meritasse di essere tramandata in altre lingue, ma per parafrasare il titolo della canzone in inglese, alla band di Manchester sta succedendo qualcosa di più profondo in Something’s Happening?: «Non riesco a pensare a nient’altro che a te e a me». Sembra proprio di no: nulla che non fosse comune ad altri milioni di brani dell’epoca (e di oggi).

Sul piano sonoro cambia poco o nulla, mentre ci lusinga notare come l’artista fiorentino al microfono se la cavi meglio di Peter Noone. Dopo lunghi anni di dietro le quinte – ha fatto il produttore, il talent scout, o scritto per altri – Del Turco è tornato alla ribalta per la disputa, che si è trascinata da metà anni ’90 al 2013, sulla paternità di un brano che Luis Bacalov aveva inserito nella colonna sonora de Il Postino, vincitrice del premio Oscar, senza concedere credito a terzi. I giudici hanno dato ragione al cantante e al cognato Sergio Endrigo, co-autore di Nelle mie notti.

Tom Jones: Help Yourself (1968)

Chi non ricorda il ritorno al successo mondiale di Tom Jones con Sex Bomb? Era il 1999: all’alba del nuovo millennio eccolo ritornare con nuova, debordante, vitalità, come se il tempo per lui non passasse. Tom Jones – in realtà Woodward – è una pellaccia gallese, in auge da metà anni ’60. La lista dei successi, delle apparizioni, sparizioni, e riapparizioni come nel caso di Sex Bomb, ne fa un’icona indiscussa del mondo in note anglosassone, sia di qua che di là dall’oceano, da cui in verità fama e prestazioni riverberano in ogni direzione.

Nominate un Award e lui l’ha vinto, spulciate una classifica – pop, soul, r&b, counrty, dance, gospel – e il suo nome ce lo trovate avvinghiato là in cima appunto, come una pulce sul sedere di un randagio. Tra il 1969 e il 1971 in TV, prima in UK poi negli USA, è andata in onda, per 65 episodi, una serie dal titolo abbastanza eloquente: This Is Tom Jones. Com’è andata? Il cantante, ora anche attore, ha vinto il Golden Globe per la categoria Best Actor In A Television Series – Musical Or Comedy. Frenetico nello sfornare singoli, nel 1968, dopo l’enorme successo di Delilah (scelta dai tifosi inglesi dello Stoke City come inno, e dalla federazione del rugby gallese quando la nazionale gioca al Millennium Stadium di Cardiff), Tom Jones mette in produzione il riadattamento di Gli occhi miei, di Donida/Mogol, portata al Festival di Sanremo dello stesso anno da Dino, più bellino che bravino, al limite dello stonatino, in coppia con Wilma Goich.

Jones irrobustisce il quadro con la sua voce tenorile, un arrangiamento che aggiunge corposità, e anche il testo di Rapetti – stupidino – viene sostituito da Jack Fishman con versi non certo geniali ma più brillanti (e nel corso della canzone più vari): «Sono ricco d’amore, un milionario / Ho così tanto, è ingiusto / Perché non ne prendi una parte? / Serviti pure delle mie labbra, delle mie braccia / Basta dire una parola e sono tue». Arrivando al n° 1 in cinque paesi diversi, Help Yourself è diventato uno dei maggiori successi del gallese, ed è una canzone che ancora oggi le stazioni radio americane dedicate agli attempati trasmettono con frequenza. Dino? Meglio un Crodino.

Robert Plant: Our Song (1967)

C’è un ragazzo inglese, di nemmeno 20 anni, che già da qualche tempo calca i palchi dei piccoli locali alla ricerca della occasione giusta. Baldo come Achille, bello come Adone, canta come una Sirena. Entra ed esce da band che gli Dei non degnano di uno sguardo. Grazie all’aiuto di qualcuno che ha orecchio fino ottiene un contratto con la CBS per la quale incide tre singoli, uno con i Listen, e due a suo nome. L’ultimo dei quali è Our Song, che viene pubblicato nel marzo del 1967, niente altro che la cover di La musica è finita, interpretata in origine da Ornella Vanoni e scritta per i testi da Nisa e dall’eccelso “Califfo” Califano, con musica di Umberto Bindi.

Come nel caso della I (Who Have Nothing) cantata da Ben E. King, Our Song è accorciata di quasi un minuto, che sulla durata di un singolo non è poco, di un bridge almeno; il testo di Anthony Clarke cita ovviamente un’altra storia, anche se non distantissima per clima (il rimuginare su una love story naufragata), mentre musicalmente il brano intraprende senza indecisioni la strada del R&B. Lassù tra gli Dei, dove si decidono le sorti dei piccoli umani, qualcuno si è accorto che le pagine scritte per quel ragazzo non sono consone alla sua vera origine, prodotto di un dio che si è mischiato alle miserie umane: ogni tanto lo fanno, per sfizio o per scivolone. Strappa di mano i fogli a chi scriveva e verga il prosieguo. Our Song fallirà per il trionfo.

Del giovane inglese che pochi mesi dopo, coi lunghi capelli dorati come attraversati dalle folgori di Zeus, si ergerà sul mondo della musica per conquistarlo. Non da solo, questo è scritto, ma insieme a tre compagni di origine incerta, tutti insieme adorati col nome di Led Zeppelin. Benché già oggi, 1967, quel ragazzo battezzato dai genitori terreni Robert Plant canti Our Song con la voce consegnatagli dalla discendenza sovrumana. Che quel singolo abbia fallito è il prodigio di un disegno superiore. Resta il dubbio di cosa sarebbe stato se avesse sprintato in classifica: blandito dai numeri e incatenato alla CBS, un percorso da solista di successo all’orizzonte, perché Plant avrebbe dovuto cambiare strategia?

Per gli Zeppelin in via di formazione sarebbe stato impossibile trovare un cantante dello stesso valore, si sarebbero sciolti molto prima, di conseguenza forse “Bonzo” Bonham non sarebbe morto. Chissà. A parte il compianto batterista, non scordiamo mai di portare offerte agli Dei per avere fatto di Our Song un illustre flop.

Mick Ronson: Music Is Lethal (1974)

Se pensare a Robert Plant dibattersi tra le pastoie di un brano italiano che per caratteristiche si rivolgeva a un pubblico dalle orecchie montate a rovescia rispetto alla sua anima sonora inocula preoccupazione, immaginare l’accoppiata Mick Ronson/David Bowie alle prese con lo stesso tipo di operazione mette anche più ansia. Trattandosi però della traduzione di una canzone di Lucio Battisti, va considerato che il divario tra i due mondi è sicuramente inferiore rispetto a quelli di Plant/Vanoni. Mick Ronson è stato talmente importante per l’ascesa del Bowie più genuino – a partire da The Man Who Sold The World – che Ziggy Stardust nel primo album da solista del suo chitarrista, Slaughter On 10th Avenue, non gli farà mancare il sostegno, offrendogli un brano, co-componendone un secondo, e traducendogli in inglese appunto Io Vorrei… Non Vorrei… Ma Se Vuoi, canzone di Lucio Battisti tratta da Il mio canto libero, album di grande successo del 1972.

L’originale è caratterizzata dal dettaglio: chitarre acustiche fantasmatiche, vorticosi archi che imbizzarriscono come draghi in volo, un violino spettrale, la voce delle strofe molto “avanti” rispetto allo sfondo. Ronson risponde in modo più diretto, da rocker e chitarrista riserva un posto d’onore alle sei corde, compresa l’elettrica, irrobustisce la ritmica, infonde “punch”. Bowie esce dai confini della storia d’amore ben delineata da Mogol per salire e scendere la scala delle meraviglie, con versi più o meno decifrabili, aperti a più interpretazioni: «Che l’ansimare abbia inizio / Anche se la musica è letale / Lascia che la notte mi prenda con sé / Sai che l’alba vincerà / Lei brillerà per sempre / Lui brillerà per me».

Mick Ronson, da coraggioso quale è, si confronta con una grande canzone ma non sfigura. Inoltre, in controtendenza rispetto a quanto già visto, offre una versione più lunga dell’originale. Ma questi sono i tempi del prog rock, della psichedelia, che molti limiti hanno cancellato. Music Is Lethal uscirà come lato B del singolo italiano Love Me Tender, cover del famoso brano di Elvis Presley, su etichetta RCA Victor. Un titolo che, per paradosso, avrebbe potuto diventare il vessillo degli imbonitori americani che gridavano al rock come alla musica del diavolo, o ai giorni nostri di quegli orchi, dittatori oscurantisti, che vietano la musica in toto come un pericolo. Ma è vero, la musica è letale. Per le bestie ignoranti. Per i poveri di spirito.

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