Non si esce vivi dagli anni Ottanta
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Marco M. Boscolo
- 20 Marzo 2012
La prima volta è sempre un shock. Gli USA colpiscono così, perché la sensazione che sia tutto possibile non è così forte in nessun posto al mondo. Tutto sembra facile, a portata di mano e se sei un musicista è facile rimanere colpito da un’atmosfera rilassata che altrove non c’è. Vuoi per l’hype machine che massacra le migliori aspirazioni di qualunque band UK, vuoi per la mancanza di uno spazio vero dove inserirsi in un’asfittica scena italica (sempre che ci sia). “Quando sono arrivato per la prima volta negli Stati Uniti mi ha colpito la leggereza, l’atmosfera di gioco che pervade la musica: qualcosa che in Europa non si respira così facilmente. Era qualcosa che volevo e che mi mancava”. Così racconta al telefono Mauro Remiddi da Londra, mentre è in tour con gli M83, un progetto musicale con il quale il suo Porcelain Raft condivide una forte attrazione per gli anni Ottanta.
“Però io non li sopporto gli anni Ottanta! Sarà perché sono cresciuto con la musica di quel periodo, quando ero ragazzo, ma non è che proprio non riesca a vivere senza: tutt’altro”. Eppure nell’album di esordio con la nuova ragione sociale, dopo aver passato anni a girovagare per il mondo in cerca di un approdo artistico, Mauro Remiddi sciorina tutto il repertorio Eighties: synth pop, shoegaze, dream pop e tutto il resto. “Deve essere un processo inconscio che mi fa andare senza volontà esplicita a quel decennio, a quelle sonorità. Ma non è che mentre componevo le canzoni di Strange Weekend mi andassi ad ascoltare la musica degli anni Ottanta”. Anzi, mentre componeva e anche oggi, in tour, lontano dall’immersione totale nella propria musica, Remiddi ascolta solamente quello che produce lui stesso, in una infinita ripetizione ossessiva del proprio gesto artistico. “Ci sono talmente dentro che non ascolto altro. Ma la musica, magari anche quella che indirettamente finisce dentro ai miei pezzi, mi arriva indirettamente: è il sottofondo a una pubblicità, in un negozio. Tutto si porta dietro un mondo sonoro ben preciso che, probabilmente, riaffiora inconsciamente in quello che scrivo”.
E com’è l’Italia vista da lì? E’ ancora quel posto soffocante da cui è meglio andarsene? “Me ne sono andato perché mi sentivo in gabbia”. Una colonna sonora per un corto molto apprezzato, ma la produzione lo taglia fuori perché c’è un compositore amico di… che bisogna far lavorare, magari perché “è un nome più grosso”. L’Italia come un posto “dove tutto deve essere benedetto dal Papa”, altrimenti non si può fare. E allora gli USA diventano un’oasi di aria fresca, anche e soprattutto per la libertà e la leggerezza con cui si “gioca” con la musica: “io mi voglio divertire”.
Rimpianti, nostalgia, magari per la dimensione di band che ci si è lasciati alle spalle? “Assolutamente no: sono troppo contento adesso. Credo di aver trovato un equilibrio stabile”. Eppure con i meticci Sunny Day Sets Fire nei primi anni zero, Mauro Remiddi aveva colpito più di qualcuno. “Per un musicista è importante passare un periodo all’interno di una band: è formativo”. Ora, però, è il momento di stare da solo, per avere un controllo totale del proprio materiale sonoro e rifuggire dinamiche inevitabili all’interno di un gruppo. “Voglio poter decidere di suonare ogni sera in modo diverso, stasera magari parto con Drifting In And Out o con Backwords, perché sono le mia canzoni preferite di questo momento. Magari domani scelgo Put Me To Sleep o The Way In. Da solo, non solo per il live, posso decidere senza dover passare per un processo collettivo quale spazio musicale espandere e quale invece contrarre. Stare in una band è come vivere in un grande party: è bello, ma a un certo punto vuoi anche altro”. Insomma, complice anche la burocrazia (“una cosa noiosa”), meglio correre da solo, lontano dalle gabbie italiche, in una dimensione postmoderna che sta mutando senza che ce ne ricordiamo troppo spesso il panorama musicale di questi anni.
