Più complicato che complesso. “Il nome della rosa” – Parte 3

Giunti al penultimo appuntamento, è chiaro che i creatori de Il nome della rosa si siano tragicamente (non in senso teatrale) persi negli oscuri meandri delle loro ambizioni. Il continuo andamento altalenante del racconto non è tanto collegato alle promesse non mantenute, quanto all’inesistenza di un chiaro obiettivo da perseguire. Dopo sei puntate, non si è ancora capito quale sia la direzione. Non considerabile più come una scelta stilistica ragionata a monte, l’intreccio di Umberto Eco trova nella sua trasposizione televisiva un’inaspettata e non richiesta confusione, che si moltiplica a ogni sequenza per colpa di una tediosa “rincorsa al contesto”. Sembra che le caratteristiche della serialità non abbiano aiutato affatto il passaggio di testimone: paradossalmente, spostando l’attenzione su più punti di vista, è la complessità del romanzo che fatica ad emergere. Poi, se questi centri narrativi sono inventati e totalmente privi della genialità dell’autore piemontese, allora la visione diventa ancora più faticosa e ingabbiata in superficie.

Significativo è il frammento in cui frate Guglielmo discute con il severo e non vedente Jorge de Burgos (James Cosmo, già presente in Game of Thrones) sul tema della risata e degli effetti dannosi che potrebbe avere sui credenti (episodio 5). Chi conosce la storia sa quanto sia fondamentale questo dialogo per il mistero dell’abbazia, ma chi invece non sa, è impossibile che ne percepisca l’importanza, soprattutto se la discussione è posizionata tra una serie di eventi collaterali a cui è stato dato maggior rilievo. Per quanto si fosse concentrato prettamente sulla linea narrativa principale, premendo l’acceleratore sul rompicapo dalle tinte thriller, l’omonimo film di Jean Jacques Annaud vantava un’austera e solida struttura portante, costringendo tutto il resto a servirla e non a sovrastarla. In questo modo, pur distante dalla ricchezza dell’origine letteraria, il film si prendeva meno sul serio ma acquistava una propria identità, mantenuta dall’inizio fino alla fine.

La serie, invece, ha un’architettura fluida che cerca di puntare in alto e su altro e si dimentica a più riprese quale sia l’elemento principale sul quale si è eretta. Quando arriva il momento della litigiosa e pregnante disputa tra francescani e delegati papali (sempre episodio 5), la sua lunga trattazione “costringe” lo spettatore a dimenticarsi di ciò che poco prima era considerato di vitale importanza e questo per colpa di una racconto a “blocchi” che tendono a sostituirsi più che a integrarsi e fondersi. Per esempio, le scene nel bosco con Adso e la ragazza occitana (Antonia Fotaras) sembrano collocate al di fuori dal tempo e dallo spazio, attimi di pausa che dovrebbero pesare come un macigno sulla formazione sentimentale e spirituale del giovane novizio; peggio poi se queste scene non vengono accompagnate da una giusto sguardo e un’attenta gestione tecnica (ancora una volta, il problema risiede nel montaggio), come nel caso della pasticciata scena di sesso o dello “stanco” salvataggio della ragazza dalle grinfie sataniche di Salvatore (episodio 6).

L’incipit della serie aveva tutto un altro aspetto: atteggiamento, ritmo e curiosità facevano da padroni della scena. Purtroppo, in questi ultimi episodi sono stati evidentemente messi da parte, accorciando drasticamente il respiro dell’intera opera, che al contrario pareva fosse intenzionata ad allargarsi oltre quello che era già stato fatto. A cercare di correggere lo sbilanciamento narrativo, rimangono la bravura e l’alchimia del cast. Infatti, anche se la rappresentazione rimane ancorata ad una certa canonicità linguistica, di questo penultimo appuntamento con Il Nome della Rosa si ricorderà solamente l’entusiasmo con cui John Turturro, Rupert Everett e Fabrizio Bentivoglio portano avanti i loro personaggi: il primo attraverso il suo momento da “court drama” all’interno del dibattito, mentre esplica con eleganza le argomentazioni che sottostanno alle tesi pauperistiche; il secondo e il terzo, invece, emergono nuovamente nel momento in cui il celleraio Remigio da Varagine viene interrogato dall’Inquisitore Bernardo Gui sul potere attrattivo dell’eresia.

Manca soltanto il gran finale e solo dopo la sua visione si potrà concludere questo lungo discorso. Il problema è che, già da ora, sembra praticamente impossibile rispolverare quel groviglio di buoni propositi con cui era iniziato questo viaggio nell’oscuro Medioevo italiano.

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