From rave to dubstep

Quando senti che ritorna uno in presunto stand-by come Photek, alzi subito le orecchie. E scopri che il quieto vivere era un fuoco apparentemente sopito, una brace in procinto di esplodere ancora una volta scintille da brainfloor di classe. Lo vedi uscire con un DJ Kicks a dir poco sorprendente per la qualità delle mosse e pensi a una cosa: quanti sono usciti vivi dagli anni Novanta della jungle (o dal come-si-chiamava-allora “intelligent drum’n’bass”)? Chi c’è di attivo della nicchia di produttori che, come il nostro Rupert Parkes o i vicini LTJ Bukem e Blame, proponevano suoni ‘smart’ agli hipster più esigenti del ballo junglistico? Pochi, se non nessuno – fandom e cricche underground a parte.

Il suono di Photek mescolava generi, alternava schegge di field recordings al classico break d’n’b, sezionava i pattern ritmici con tappetini ambient che all’inizio degli anni Novanta si mescolavano nel sorrisone della cultura acid con i classici stilemi e tricks: voci in elio, tastierine midi velocizzate e la palette sonora che oggi torna prepotentemente a far riparlare di sè anche nei video di MTV (vedi ad esempio l’affermazione di Emeli Sandé con il singolo in heavy rotation Heaven). Quello che piace ricordare e sottolineare della proposta di Photek è la sua focalizzazione sul suono, il grande cesello artigianale, che viaggiava in parallelo con l’altro grande nome dell’elettronica Ninja Tune conosciuto ai più come Amon Tobin. Il lavoro di Rupert ripuliva i suoni dalle sporcizie del rave e usava la perfezione per scolpire ritmi senza tempo, cose che facevano a gara con le mistiche puriste degli Autechre e le stanze smascellate di Aphex Twin. Dalla famosa e ormai mitizzata Second Summer of Love della fine degli anni Ottanta ad oggi, il suo lascito costituisce uno dei pochi fili di congiunzione col passato che non è per nulla cristallizzato, ma bensì trova nuova energia nelle collaborazioni con i più significativi esponenti del dubstep-techy londinese.
Tanto per capirsi, avevamo lasciato anni fa l’uomo con una ripresa non troppo eccezionale di un suo album culto, precisamente nel 2007 con Form & Function 2. E poi, via via che la sua musica non andava più di moda, ce l’eravamo perso. L’anno scorso ha fatto capolino con un gran bel mix per la rivista inglese Fact Magazine (che annovera nella track list nomi epici della cultura dance-elettronica, come Sueno Latino, LFO, Mr. Fingers, Joey Beltram e Leftfield), un remix di una traccia del gitano Ray LaMontagne (This Love Is Over) e pure due EP (Avalanche e Aviator sulla sua Photek Productions hanno esaltato pure Simon Reynolds) che hanno fatto sperare i vecchi ravers e teen dei Novanta in un suo ritorno in pista; il suo lavoro è stato riconosciuto anche dallo stardom ufficiale, con la nomination al Grammy nella categoria Best Remixes per una traccia dei Daft Punk della colonna sonora di Tron. Per confermare le attese, Rupert ha poi prodotto un singolo (Closer) sulla Tectonic del super-hyppato Pinch, che lo ha pure assistito nella composizione di una traccia pubblicata su Photek Productions (Acid Reign, appunto). A febbraio 2012 è finito anche nella patinatissima compilation DJ Kicks – The Exclusives 2012 con una collaborazione con Kuru (Fountainhead), riproposta poi nel citato mix su !K7. Ora si appresta a girare il mondo con un tour nei club e festival più esclusivi (tanto per dirne una ha suonato da poco al SXSW ad Austin, TX con Apparat).

Rupert è stato sempre percepito come un artista di nicchia, uno che amava stare isolato rispetto ai media. Oggi le sue innumerevoli produzioni e trasformazioni appaiono come già detto attualissime. L’uomo che preferiva nascondersi come un ninja ha trovato di nuovo la forza di emergere, forse grazie alla maggior circolazione di tracce sui social network, o forse grazie ad un lungimirante management inter/multinazionale che gli cura l’immagine e la promozione, o forse solo perché spacca ancora di brutto. Ma che c’entra Photek con l’UK Bass? La storia è lunga e parte da lontano.

Mutazioni caleidoscopiche

Nel 1992 in pieno trip da rave, che sforna eventi e serate come il Telepathy o il mitico Labyrinth, atmosfere costruite senza il cellulare tramite il passaparola sulle radio pirata o sui messaggi lasciati su anonime segreterie telefoniche, Rupert fonda il suo primo gruppo: gli Origination. A condividere la sua avventura musicale sarà Rob Solomon, l’amico di Ipswick, sua città natale. L’inizio è da spettacolo.

Uno dei primi singoli è Break Down / Bass / R.E.S.P.E.C.T. (su Rude Boy) anno di grazia 1992, con tutta l’euforia dell’E di quel periodo, voglia di giocare con sample soul come pop, tastierato rave naturalmente e tanto tanto breakbeat ancora molto hiphoppettaro (vedi Shut Up And Dance). E’ il momento magico dell’ardkore, il primo step dell’omonimo continuum, il pre-jungle gioioso, prima cioé che la marijuana diventasse skunk, e che la jungle coniasse il sottogenere apocalittico del techstep. Irresistibile e già classicheggiante nella sua capacità di mescolare il jazz con il sampling, la mossa sonica della coppia viaggia velocissima su altri 12”, tutti sulla linea della moda inglese di quegli anni, un misto di minimale innocenza d’n’bass e cose avvicinabili al sentire Ninja sdoganato poi su Solid Steel.

Rob – conosciuto anche con il moniker di Lexis – sarà il primo mentore di Photek e grazie alla sua etichetta Rude Boy Records e al suo negozio di dischi Essential Selections stamperà le copie dei primi lavori in collaborazione con l’amico. In seguito i due si separeranno e Rob continuerà a bazzicare nel mondo delle etichette indipendenti lavorando a tracce che andranno a finire su etichette culto (dell’epoca e non solo) come Moving Shadow, Good Looking e la Certificate 18 di Paul Arnold.

Nel frattempo il ragazzo Parkes non sta fermo un’attimo e inizia a rilasciare tracce con altri moniker, pezzi che oggi riusciamo a vedere in play solo su YouTube, grazie a qualche collezionista, chicche e rimasugli di un sound d’n’bass-jungle storicizzato, ma non per questo da snobbare. I nomi con cui si fa chiamare sono: Phaze 1, System X (o in altre versioni System Ex), Baby Boys (in collaborazione con Goldie), Code of Practice, The Truper, Studio Pressure, Aquarius, Special Forces, The Sentinel e ovviamente Photek. Definire l’evoluzione di queste mutazioni, molte volte esplicitate come singoli per DJ più o meno influenti di radio pirata, sarebbe un’operazione troppo certosina per chi scrive (e probabilmente anche per chi legge). Quello che si può cercare di raccogliere da queste prime prove del ragazzo (nei primi Novanta Rupert ha poco più di vent’anni, è nato infatti nel 1972) è lo spirito certosino, il sound che si va formando e che approderà in seguito al debutto sulla lunga durata, la gavetta che più come artista lo definisce a livello di produttore, per ora solo di se stesso.

Lo sfocamento tipico dell’esaltazione compositiva a 360° degli esordi lo porta a saggiare le varie anime della cultura jungle inglese, con un piglio decisamente sui generis che gli consente di stabilire legami con le menti più al top del tempo. Il già citato Goldie (sarà di Photek un ottimo remix della sua Still Life sulla sub-label Razors Edge) pubblicherà Natural Born Killa EP su Metalheadz, che ricordiamo essere stata amministrata in collaborazione anche con il compianto duo femminile del d’n’bass Chemistry & Storm. Gli altri segnali di un interesse aperto a diverse possibilità sono la pubblicazione su Good Looking Records del singolo Dolphin Tune / Aquatic come Aquarius, guarda caso la stessa etichetta di LTJ Bukem, o le connessioni con la cultura nipponica (Photek è un appassionato di karate a livello professionale) che nel ‘97 si espliciterà nell’EP Nin Ten Ichi Ryu, o con la cultura tech-jazz, vedi il link con Kirk Degiorgio (T’Raenon in fissa ambient-intelligent-d’n’b per Op Art nel 1996). Un frullato di idee che aiuta la definizione dell’io photekiano, a contatto anche con l’altro grande guru degli anni Novanta: è suo infatti un remix d’n’b per gli hip-hoppers multietnici Attica Blues (Blueprint, 1995) sull’influente Mo’ Wax di James Lavelle, immediatamente prima del successo del ’96 di DJ Shadow. Photek qui importa già uno stile manieristico che si concentra sui bassi e diffonde un ricordo ibizenco che piacerà pure ai Pan American o ai maghi viennesi Kruder & Dorfmeister (questi ultimi proprio nel 1996 usciranno con la loro prima compilation Conversions – su BMG – e useranno molte delle idee della crew dell’artcore jungle). Non solo remix comunque.

Già alla fine del 1994 molti produttori di intelligent d’n’bass avevano iniziato ad abbandonare i samplers per utilizzare strumenti e synth vintage, mimando le mosse dell’old school della techno detroitiana e della house di Chicago. Nello stesso anno le più importanti testate giornalistiche e radiofoniche inglesi ‘si accorgono’ che il territorio della jungle può essere una cornucopia da cui spillare quattrini, e quindi inevitabilmente esaltano gli eroi del genere (solo due anni prima l’hardcore era visto come una musica che non avrebbe avuto futuro), come Goldie e LTJ Bukem. Lo stesso Bukem insieme a Rupert e ad altri ‘intelligents’ (come Alex Reece, Sounds Of Life o Wax Doctor) inizia a costruire un mito sulle origini soniche del suono junglistico, che non sarebbe nato dai più ‘semplici’ – ma veri – riferimenti a Prodigy, Mantronix o Beltram, bensì dai mitici e ben più cool da citare padri detroitiani come Carl Craig e The Black Dog. Questa operazione distanzia anche la musica di Photek dalle origini ravey e la fa salire su uno scalino snob, adattandola per gli hipster del tempo, che passano così da un sentimento di rifiuto della ‘sporcizia’ e anonimità dell’hardcore a una conversione ai suoni d’n’bass, ovviamente intelligenti.

1997: Forme, modi e funzioni

Alcuni dei più importanti capolavori del d’n’bass e della jungle si situano nella seconda metà degli anni Novanta: Timeless di Goldie e Black Street Technology di A Guy Called Gerald nel ‘95, i 4 Hero con il loro Parallel Universe un anno prima… ma è il ’97 che vede l’uscita di almeno tre dei dischi fondamentali per ricordare e capire l’evoluzione del genere, che forse dopo quell’anno inizia a scendere di notorietà per insabbiarsi nell’underground di nicchia. A tre anni dalla fine del millennio escono Hard Normal Daddy di Squarepusher, New Forms di Roni Size / Reprazent (peraltro vincitore del Mercury Prize) e ovviamente Modus Operandi del nostro Rupert. Coincidenze? Apici? Questa lista – ovviamente lacunosa – mostra come le cose che sono rimaste poi nel tempo abbiano sì radici modaiole, ma anche come il quid che non le ha fatte marcire sia la consapevolezza/attaccamento alle radici black-jazz che irrobustiscono il suono e la sua poetica.

Photek si inserisce in questa linea tutta inglese con Modus Operandi, un album che può essere considerato la prima parte di un doppio con il successivo Form & Function (1998, Science/Virgin), raccolta dei migliori singoli pubblicati fino a lì. Modus riassume il jazz e lo trasla su un piano jungle, sperimentando opzioni insolite, tanto che Simon Reynolds si inventerà il tag neurofunk per inquadrare l’argomento. L’anno dopo saranno i 4 Hero ancora a spezzare in mille parti il beat con il loro epocale Two Pages (Talkin’ Loud, 1998), ma Photek celebra un rito zen con i suoi bassi pompati e con suoni costruiti a mano, registrati in studio, codificati in maniera analogica senza uso di preset o di banchi confezionati da altri.

L’uso di un sentimento jazzy si va ad inserire nel contesto del già citato hipsterismo e conia una sorta di ‘fusion’ attualizzata nel continuum dance britannico. La mossa di Photek è quindi sì intrisa di qualità produttiva eccelsa, ma sembra quasi uscire per lunghi momenti dal mondo junglistico per una propensione di mix tra techno craighiana e la tradizione nera del jazz degli anni Settanta (ad esempio gli archi di Expansions (1974) dell’ex tastierista di Davis Lonnie Linston Smith o i leak del vibrafonista americano Roy Ayers).

I passaggi di Modus Operandi viaggiano attraverso spiagge semi-ambient (The Hidden Camera) che ricordano le estetiche Warp, aprono sentieri su breakbeat e caleidoscopi già post-rave (Smoke Rings), cosmici (storica UFO con le vocine da walkie-talkie astrali), filtraggi sui beat che modulano e scolpiscono il tempo (Trans 7), assoli jazz evoluzione del pensiero Davisiano (KJZ), chincaglierie giappo (The Fifth Column, The Seven Samurai) e altre diavolerie che segnano sì uno stile, ma forse più un modo-di-fare-musica, artigianato jungle mai più eguagliato (Modus Operandi è anche la madrina di molte compilation chill), che si smarca pure da un’insolita tendenza di quegli anni. La jungle infatti si involve e diventa sempre più tirata, intrisa di cattiveria e di voglia di alzare i bpm, desiderio che di lì a poco avrebbe contaminato il coevo UK Garage nella sua versione cocainomane e glitterata che si trasformerà in grime. Ma questa è un’altra storia e Photek non prende parte alla diatriba. Rupert diventa quindi uno degli alfieri di una sorta di jungle ‘progressiva’ che si apre e contamina con più generi (jazz, techno, garage, etc.), in contrapposizione con un gruppo di puristi che amavano la durezza percussiva delle origini ragga, l’affiliazione tribale da ghetto contrapposta allo snobismo degli hipster.

Paramount technorama

Nel 2000, dopo un periodo di pausa compositiva che dura circa due anni, Rupert esce con un disco epico: Solaris. La copertina non è più nera e minimale, ma di un blu marino che vibra come un quadro di Rothko, una scelta non solo visuale ma anche profondamente estetica. Il disco lascia da parte le perfezioni da samurai della jungle e si imbarca nel profondo continente tech-house. Una connessione con la storia di Chicago è fortissima grazie ai rimandi ai produttori del calibro di Armando e anche al featuring di Robert Owens in due singoli che diventeranno biglietto da visita del nuovo corso photekiano: Mine To Give e Can’t Come Down. Il primo pezzo va in spot su Billboard ed è un classico techno-deep blackissimo con Owens che arriva in paradiso, il secondo inizia con le onde e lo sciabordìo marino, il tutto tagliato con il l’uptempo classico di Photek, cose che solo lui riesce ad incastrare con la voce del king Owens.

L’altro pezzo che fa il botto è il singolo Glamourama (titolo tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis, quello di American Psycho): una voce di donna che racconta con uno stile copiato poi da centinaia di chanteuses (vedi alla voce Miss Kittin) snob e con la puzza sotto il naso, il suo sentirsi aliena dall’amore. Un sample preso dal film che la moglie olandese Miriam Kruishoop ha girato due anni prima (la pellicola è Vedette) parlato in italiano, esotismo deep in salsa squadrata. Il quattro che non ci si aspettava e che invece esce come fonte originale del suono da dancefloor photekiano. Questa fuga dal d’n’bass non fa esaltare i suoi fan, che restano ahiloro impigliati nelle nicchie suburban in cristallizzazione paranoica.

L’uomo esce invece dal genere e per questo guadagna l’attenzione di un pubblico più vasto, gente che la jungle la snobbava, ma che ama la deep (il disco viene applaudito anche sulla rivista inglese Wire). I ricordi della foresta amazzonica sono comunque ancora presenti in tracce come Infinity, ma il sentire è più smiley, più balearico (vedi la coda con Aura), meditando altresì connessioni non scontate con il trip-hop dei Massive Attack e dei Portishead (Halogen, Lost Blue Heaven e Under The Palms sempre linkato con i film della moglie). Nel 2001, quando l’influenza del disco si stava ormai affermando, l’uomo va a farsi un giro a Los Angeles e inizia a lavorare per l’industria del cinema (la Paramount per la precisione). Fa il pendolare Londra – L.A. per un annetto e alla fine si decide ed emigra definitivamente al di là dell’oceano.

Qui inizierà a lavorare su colonne sonore di videogames e film (uno dei quali sarà Animatrix), continuerà a far uscire qualche numero sulla sua label come Special Forces, farà pure qualche puntatina in studio con Trent Reznor, e con una vecchia gloria come Fabio nella tiratissima No Joke (con il featuring vocale di tale Chiara). Da autore a produttore: il ruolo che all’inizio della carriera aveva destinato a se stesso, ora lo usa per connettersi con la realtà americana, viaggia fra Hollywood Hills, Malibu, Santa Monica e Bel Air. Lascia perdere un po’ la pista da ballo anche se continua a far uscire singoletti sporadici che rivangano il periodo d’n’bass, pensiamo al 12” Thunder / Collision Course con Die su Full Cycle che suona già un po’ fidget, o lo split con Teebee sulla sua Photek Productions (Fake I.D. / Mercury) pesissimo, roba da smascellamento. Canto del cigno? Macché, nel 2007 questa ‘fase’ termina con la raccolta Form & Function 2, prescindibile, ma indicativa di una sua presenza sul campo. C’è chi non si ricorda più di lui, chi non ha vissuto gli anni del rave come un tatuaggio sul cervelletto, chi non ha mai apprezzato la jungle… ma in un twit nel 2009 annuncia il suo ritorno, nientemeno che con dei pezzi dubstep.

Dubstepping (To Shape the Future)

Eccolo che ce l’abbiamo di nuovo sotto gli occhi, il suo ritorno parte con la cinquantesima uscita per la Tectonic di Pinch, guru-dubstep maturo e attento alle connessioni con le roots. Closer è infatti una traccia con le vocals Novanta che richiamano un sentire deep degno dei nordici GusGus, remixata degnamente sul B-Side dallo stesso Pinch: il trampolino di lancio per una veloce ripresa di carriera del nostro Rupert. Che il suo ritorno fosse nell’aria l’avevamo capito dalla quantità di remix delle sue produzioni da parte di Boddika, FaltyDL e Addison Groove. Lui ci ha messo del suo rivisitando pezzi di Moby, Distance e gli altri già citati. L’anno scorso due EP (Avalanche e Aviator) sulla Photek Productions riportano sul piatto l’evoluzione del bass continuum.

Il primo esce a febbraio, in collaborazione con Switch, vede in Avalanche (che avrebbe dovuto avere un featuring di M.I.A.) un modulatore analogico con beat old school rave che richiamano sample à la Prodigy, 101 è roba sciccosa, electro classica da maestri in fissa con le derive da clubbing chicagoane, una bomba che sarà remixata in maniera eccelsa da Boddika, un pompaggio senza sconti, minimale, ma con le palle per arrivare all’esplosione progressiva, roba che va bene a Berlino come a San Francisco; e poi finisci con Slowburn, uno slow house che fa l’occhiolino ai Daft Punk di Tron e passa per il savoir faire sottomarino di quell’evergreen indimenticato di Mirwais. French touch a 105 bpm: un lusso per pochi.

A giugno bissa con Aviator e il trip in fissa con il clubbing si fa più pressante, tracce e cavalcate proggy come la titletrack che ha in sè il glamour di Solaris attualizzato anni ’10, Totem si riporta per 6 lunghissimi minuti nelle stanze del bass grimey, vocine a ripetizione e conferme di stile, Sleepwalking prende il blues di Adele e Lana Del Rey e lo trasfigura con il featuring di Linche in una stanza emo-step intrisa di contemporaneità, roba che potrebbe passare a qualsiasi ora su Rinse FM per la sua potenza e consapevolezza. Il remix di FaltyDL richiama ancora le transumanze che dal rave portano al clubbing contemporaneo in una salsa bollente e sciccosa, un piatto perfetto da tre stelle Michelin. Atmosfere clubbing che in Cecconi chiudono il percorso e preannunciano un sentire dancefloor che vuole esplodere in ulteriori contorsionismi corporei e deflagrazioni mentali.

L’apice di questo sentire lo troviamo nel DJ Kicks già citato in apertura, raccoltone di pezzi suoi e di altri personaggi che sanno padroneggiare il verbo house-techno-electro inserendolo nella cultura globale del ritmo. Non solo dubstep, insomma. Avevamo già capito dal 2000 con Solaris che l’uomo Photek non si sarebbe accontentato di far parte di una sola casella/genere. Già dagli esordi le sue incursioni nel jazz avevano fatto parlare di una jungle aliena, e oggi il suo massimalismo può essere benissimo collegato con le visioni retrò di Rustie, con le supponenti incursioni nell’indie di Grimes o con il filtraggio dell’overload informativo del losangeliano (e quindi vicinissimo fisicamente) Flying Lotus.

Il viaggio di Photek in questo ultimo e sorprendente mix parte con il downtempo dei synth midi che rifanno dei vocoder d’antan di Kromestar per poi traguardare un minimalismo da occhiali craxiano-hipster da filmettino di Alvaro Vitali (I Need Love di Hot Toddy), sta sempre sullo sciccoso french in sintonia con le visioni St Germain (Modern Man di DLX) e poi passa al Rustie-ismo stupore contemporaneo post-step con DJG, Sepalcure e la tegola à la Four Tet di Dustmite & Kuru, il tutto tagliato con una mano da artigiano che ha del miracoloso (vedi come inserisce i suoi ultimi pezzi con Pinch e Kuru nel flow). Photek viaggia dal passato verso un ‘phuturo’ tutto suo, preciso, senza fretta, lo scolpisce grazie anche al verbo deep-prog che starebbe bene sia a Berlino sia a Ibiza (Marco Effe, Daze Maxim) e che ha già creato pseudocloni (come ad esempio nelle visioni cinematiche di Kryptic MindsGeneration Dub, 2009). E noi siamo lì, (dis)inibiti dal suo muro di suono, ci facciamo definire ancora una volta dalle sue note, dai suoi gesti di samurai dell’elettronica contemporanea. La paura esiste in questo Dojo? No, Photek sensei.

 

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