Mauro Ermanno Giovanardi, foto di Silva Rotelli (2025)
Mauro Ermanno Giovanardi, foto di Silva Rotelli (2025)

Parole scelte con cura. Intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

Potremmo dire che E poi scegliere con cura le parole è lo spaccato di una vita artistica (quel percorso che sarebbe molto riduttivo chiamare solamente carriera), colta in un momento “critico” e di riflessione – non sempre facile – che coincide però con la totale e piena maturità espressiva. Mauro Ermanno Giovanardi, che tutti conoscono come Gio o Joe dai tempi dei La Crus – e prima ancora dei Carnival of Fools – tiene molto a questo nuovo lavoro. Lo si sente dal modo in cui lo racconta scendendo nei dettagli, anche tecnici (che sono interessantissimi e rivelatori).

«Il disco nasce un po’ di anni fa da una chiacchierata con Leziero Rescigno», inizia col dirmi al telefono, «il batterista storico dei La Crus che è anche un bravissimo produttore – secondo me pure un po’ sottovalutato. I miei dischi solisti fin qui erano stati tutti molto tutti suonati, molto acustici, non c’era niente di elettronico. Quella volta lui mi dice: C’è un ritorno dell’elettronica che è molto interessante, e chi meglio di te potrebbe fare un lavoro di questo tipo: voi La Crus siete stati i primi a unire l’elettronica con canzone d’autore. È una cosa che mi passava già da un po’ per la testa, ma questa cosa che mi ha detto Leziero mi è sembrata un segno. E così siamo partiti e andati dritti verso una direzione che per me era molto chiara: una canzone d’autore del terzo millennio. In tutto il disco non c’è una chitarra, non c’è una batteria vera, non c’è un basso suonato. All’inizio abbiamo fatto un arrangiamento di tutti i brani per piano e voce, siamo andati in studio, li abbiamo registrati, quantizzati, fatto la voce guida che in qualche caso è rimasta la traccia vocale della versione definitiva; e poi abbiamo iniziato a costruirci sopra le ritmiche con l’808, con batterie elettroniche, con moog al posto dei bassi, con dei campioni, con dei synth, ma con archi e con fiati veri e con tante voci che facevano i temi… Abbiamo ribaltato un po’ l’idea della musica elettronica, che le ritmiche le mette sempre in primo piano, te le spara sempre in faccia, la mia idea era di mantenerle… non con lo stesso suono, ma con lo stesso ruolo che hanno quando un cantautore si accompagna con batterista jazz… un po’ meno protagoniste, perché tutto doveva essere costruito intorno alla mia voce.»

La voce che non è soltanto voce: è musica, parole e anche immaginario. Infatti il racconto continua: «Dal punto di vista musicale abbiamo fatto questo percorso con idee molto precise, la registrazione è stata anche abbastanza veloce proprio per tutto il lavoro che era già stato fatto. Per i testi avevo questa idea: siccome la parola era un po’ il fondamento di tutto il progetto, volevo provare a costruire una sorta di collettivo della parola, con colleghi, amici, compagni di viaggio per cui ho tantissima stima, e fare un lavoro di gruppo dove io avevo comunque un ruolo da direttore d’orchestra, da regista, chiamalo come vuoi…. Il patto non scritto era che avevo sempre l’ultima parola, perché sono comunque io che ci metto la faccia, la voce, il mio immaginario. È stato un lavoro molto intrigante e di cui sono molto fiero. Ma sono contentissimo di tutto il disco che è stato fatto in momenti diversi, ho avuto tanto tempo – con in mezzo anche il Covid, e il disco dei La Crus – per pensarlo, ripensarlo, rimodellarlo. Ho fatto tre o quattro mastering diversi… Dentro c’è tutto quello che sono e sono diventato: oggi sono molto più esigente rispetto a un tempo, e mi fa piacere che in queste interviste, sia da parte di tuoi che di miei colleghi, sento dire che probabilmente è il mio disco più bello. Questo apprezzamento intanto mi ripaga di tutto il lavoro fatto, e mi fa piacere perché tra due mesi compio sessantaquattro anni e vuol dire che ancora la musica ha ancora un grande valore per me».

Mauro Ermanno Giovanardi live al Teatro San Giovanni Bosco di Busto Arsizio, foto di Andrea Leone (2026)

Presentandolo alla stampa lo ha definito il suo disco più esistenzialista, e mi chiedo – e gli chiedo – come mai. «Dentro c’è il mio modo di essere, è sempre un disco introspettivo ma con meno tematiche amorose e uno sguardo più rivolto al sociale. Per tanto tempo ho avuto in mente un’idea di scrittura fuori dal tempo, qui invece ci sono tanti riferimenti a post, algoritmi, iPhone, guardo un po’ più all’essere umano in generale e a quello che gli sta intorno, cercando appunto di raccontare queste cose con una certa “leggerezza pensosa”, citando Calvino. Esistenzialista sì, ma senza mai sprofondare nella negatività e nella pesantezza. Mi sembra un esperimento riuscito, e che in questo disco ci sia tutto: la poesia, il quotidiano, la sperimentazione, la melodia. Un disco serio e non serioso».

Ecco, anche se si parla tanto del presente intorno a noi, in termini non proprio lusinghieri – basta ascoltare Il buio nella pelle e Veloce – quell’idea di scrittura senza tempo rimane. Anni zero, addirittura, parla proprio di come l’emozione di una canzone possa azzerare al volo ogni distanza, di spazio, di tempo, di generazione. Chiedo se anche lui ne ha una nel cuore che gli fa quell’effetto. «Ne parlavo anche con un amico di recente, ti potrei citare cento gruppi, oppure parlarti di Nick Cave, di Leonard Cohen, di Luigi Tenco, di Jacques Brel, ma quando ascolto un brano dei primi tre o quattro dischi dei Doors… Ecco, la voce di Jim Morrison rimane sempre quella che più mi ha influenzato, anche dal punto di vista dell’immaginario. Una delle prime letture che ho fatto quando ho scoperto il mondo, appena ho smesso di correre in bicicletta, è stata Nessuno uscirà vivo di qui, e devo dirti che è stata veramente una mazzata, una cosa potente, anche con la consapevolezza che si trattasse comunque di una narrazione romanzata, quel libro lì mi ha proprio segnato. Per cui sì, potrei farti cento nomi – anche il primo disco dei Velvet Underground, che rimane una pietra miliare della musica – però quando sento Morrison cantare una qualsiasi canzone dei primi album dei Doors avverto proprio l’effetto di Anni Zero

Parliamo di altri due pezzi importanti dell’album, l’iniziale Il buio nella pelle e La coscienza della mia generazione, legati da uno stesso stato d’animo, la disillusione, che oscilla tra il piano personale e quello collettivo. Il buio nella pelle racconta di un momento di sconforto, di crisi creativa, anche di fronte a un non-realtà, quella dei social con le loro dinamiche virtuali, che finisce per mettere in crisi la realtà stessa. «Il buio nella pelle è uno dei pezzi che mi piace di più. Mi piacciono tutti quelli del disco, se avessi avuto anche solo un mezzo dubbio su una di queste canzoni non l’avrei inserita in scaletta, ma Il buio nella pelle è una delle mie preferite. Racconta di un mio momento di sconforto, proprio di disillusione: eravamo nel periodo del Covid, e come potevo, pensavo, combattere dei ragazzini che magari non hanno mai fatto un concerto ma sono dei supersmanettoni, super bravi da questo punto di vista, e hanno 8 milioni di follower… non avevo nessuna chance. Io che sono un cantante mio malgrado: una volta avrei voluto fare l’archeologo, l’antropologo, lo storico… Il mio sogno irrealizzabile una volta era avere un abbonamento alla macchina del tempo, è la cosa che mi affascina di più. Se mi domandassero oggi qual è un mio sogno irrealizzabile, direi che mi piacerebbe che da domani si oscurassero tutti i social ma tutti tutti, giochiamocela alla pari. Finché il telefono era attaccato a un filo secondo me l’umanità era più libera, i social hanno cambiato tutto il nostro modello di socialità, ed è quello che racconto nel Buio nella pelle

In La coscienza della mia generazione lo sguardo si allarga: è il ritratto della generazione di Joe che ha visto svanire le utopie del Novecento «tra il muro che crolla e il disinganno che resta» come scrive nel percorso track by track con cui ha presentato l’album alla stampa, e i cui sogni di libertà si perdono tra «frammenti di contemporaneità addomesticata». Un’elegia che è quasi un’autoaccusa, a posteriori. Mi sorprende Gio, quando il discorso sulla sua generazione, che parte dalla politica, tocca nel vivo anche la sua scena musicale. «La coscienza della mia generazione nasce da un testo che avevo scritto e su cui ho provato a lavorare con Francesco Bianconi. Aveva un altro titolo all’inizio, si chiamava L’innocenza della mia generazione, ma poi Francesco mi ha detto: Guarda in realtà che la tua generazione, per me che sono della generazione dopo, non è stata tanto innocente. Questa e altre cose che mi ha detto lui – Voi eravate la generazione no future – mi hanno fatto riflettere, e così è nata l’idea di fare un pezzo che è un po’ un j’accuse nei confronti della mia generazione, che è partita con degli ideali super importanti ma ha finito per farsi inglobare».

Mauro Ermanno Giovanardi live al Teatro San Giovanni Bosco di Busto Arsizio, foto di Andrea Leone (2026)

Inglobare da tutto un sistema. «Non so se inglobare sia la parola giusta, ma per esempio anche nella musica abbiamo finito per pagare tutti dazio nei confronti della discografia ufficiale. Ci sono tantissime cose positive di tutta la scena degli anni ‘90 in cui c’eravamo noi La Crus, gli After, i CSI, i Casino, gli Alma, i Marlene… musicalmente tutti diversi – perché noi eravamo diversissimi dai Casino Royale che erano diversi dagli Almamegretta, che erano diversi appunto dai CSI e dai Marlene Kuntz che erano diversi dagli Afterhours – ma accomunati dallo stesso background culturale. Venivamo tutti da una controcultura e firmando per delle major è cambiato tutto. Lo scorso anno dopo il giro di concerti per il disco nuovo abbiamo fatto il tour per i trent’anni del primo disco dei La Crus – che io avrei mai fatto ma lo stavano facendo gli Alma, lo stavano facendo i Marlene e quindi ho detto perché non lo facciamo anche noinon facciamo un tour, facciamo solo qualche data. Così mi sono andato a risentire per bene tutto il primo disco dei La Crus. Tutto il disco intero dall’inizio alla fine non lo sentivo, boh, da quindici anni almeno, forse anche di più, e mi sono detto cazzo ma… com’era, ma com’era sperimentale!… Su tredici brani ce ne saranno stati due o tre con un ritornello… Noi siamo partiti da lì e ci siamo trovati a un certo punto in Warner dove ci chiedevano il singolo per le radio. Ma il nostro presupposto era tutt’altro. Parlo anche di questo quando canto quanti danni ha fatto la rivoluzione…»

Questo passaggio, per quanto avesse una logica in quell’epoca, li aveva cambiati e qualcosa si era incrinato per sempre? «Un pochino sì. Non credo che sia successo solo ai La Crus. Tutta la nostra scena nel giro di due-tre anni aveva fatto un botto pazzesco, è arrivata MTV, e in qualche modo capivi che pur facendo le cose tue – cose tue al cento per cento – dovevi avere la consapevolezza del mercato, di cosa significava. È come un cane che si morde la coda: i singoli nelle radio, i tour più grandi, così quell’innocenza di prima si è un po’ persa per strada; tutti più o meno hanno avuto questa consapevolezza, qualcuno ne ha abusato anche, ma in un modo o nell’altro non si era più vergini come all’inizio».

Questa generazione disillusa però è anche quella che si sta spendendo per i giovani, per ricreare, nelle intenzioni, qualcosa di più vicino al mondo che la lanciò tanti anni fa. Anche Gio è stato coinvolto al progetto di Suoni dal futuro, lanciato da Manuel Agnelli, ed è intervenuto alla conferenza di presentazione a Milano. «I ragazzi dell’Urbica di Pesaro mi hanno chiesto di pensare a degli appuntamenti, visto che ero stato già direttore artistico di un festival sempre nelle Marche, ad Ancona, con La mia generazione. Ero partito raccontando quella stagione irripetibile e poi man mano ho pensato che l’ultima cosa che avrei voluto era fare qualcosa di nostalgico, per cui è stato interessante già l’anno dopo la prima edizione cercare i figli legittimi e i nipoti di quella generazione, o anche i padri putativi come Nada. Ai ragazzi di Urbica ho risposto , sarebbe interessante, da giurato del premio De André ho sentito giovani interessanti, si potrebbe pensare di coinvolgere anche Manuel – e ti giuro che non sapevo e non immaginavo che proprio Manuel stesse pensando a questo tour, l’ho scoperto quando gli detto che mi sarebbe piaciuto fare a Pesaro qualche concerto di Carne Fresca in collaborazione con Germi. Questa cosa mi ha davvero sorpreso nel senso buono del termine: rivedo un po’ in quei ragazzi, in tutti loro, quella verginità che avevamo noi agli inizi degli anni 90. In tutto. Quando abbiamo iniziato noi c’era la canzonetta un po’ plasticosa italiana, adesso c’è tutta la roba che arriva dall’urban, dal trap, da questa roba un po’ più usa e getta che è venuta fuori fondamentalmente da una decina d’anni, da quando i social sono diventati così importanti anche per qualcosa. Rivedo qualcosa di molto simile alla nostra generazione. Ho questo ricordo dell’ultimo concerto dei Carnival of Fools. Il penultimo fu bellissimo perché ci chiamò Mick Harvey per fare da spalla ai Bad Seeds al Palalido nel 94, ma l’ultimissimo nostro concerto fu in provincia di Varese non mi ricordo dove, c’era un festivalino di musica alternativa, era il settembre del ‘94 e ci saranno state 150-200 persone, forse. Otto mesi dopo ero sul palco del Primo Maggio a San Giovanni con 700.000 persone davanti. Ho la fortuna di avere vissuto da protagonista quella stagione con questo passaggio. Io poi ero anche uno dei soci della Vox Pop e mi ricordo che se un disco che facevamo vendeva 1.500-2.000 copie era veramente un successo. Poi con i La Crus ne vendiamo forse 35-40.000 con un disco super sperimentale, tredici pezzi di cui due o tre al massimo con il ritornello, campionamenti di Einstürzende Neubauten e Young Gods. Mi ha fatto strano risentirlo e pensare di avere fatto allora centoventi date. Sentire qualche gruppo suonare la sera dopo la presentazione mi ha fatto un po’ venire in mente gli albori di quella scena. Devo dire che Manuel in questo caso ha avuto una grande intuizione ed è stato bravissimo: questa è un’operazione che fa bene a tutti, fa bene alla scena, fa bene ai gruppi coinvolti, fa bene anche a Manuel e fa bene alle etichette. Bravo».

Il tempo purtroppo non fa sconti. Anzi, Mauro è stato molto generoso nel concederci il suo, e anche la sua voce, da preservare con cura in tempi di prove per i concerti in arrivo. Una voce che significa tanto per il nostro panorama. Gli artisti capaci di parlare con la musica e anche di musica con tanta profondità – e raccontare il mondo con il suo stile – teniamoceli sempre stretti.  

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