(OO)I(OO) Got The Rhythm!

Nara, Japan

Una ragazza si sveglia, ciabatta a piedi nudi sulle assi levigate di legno che scricchiolano, ha voglia di tamburellare la punta delle dita sulla schiena di un suo vecchio amico, quindi procede rintronata verso la cucina. Quel vecchio amico è lì ad attenderla: è il suo amico a quattro zampe. Si chiama Spy, spia, ed è un labrador scansafatiche, di quelli non più di primissimo pelo. Pure lei non è più una fanciullina, e di faticare non ne avrebbe forse voglia, ma sono le 11 del mattino e c’è un sole bello che è stampato in cielo, anche laggiù, lontano lontano, perché quella terra è la terra del Sol Levante. Quel giorno lì, come tutti gli altri del resto, la gente chiassosa per le vie deve pur guadagnarsi la pagnotta  (o i ramen, come dicono da quelle parti) quotidiana. Lei invece è di umore pensoso, e gironzola pigra per casa, tutta indaffarata. La ragazza – segno dell’acquario: volitiva, caparbia, strana propensione per tamburellamenti vari e per il ritmo – la osserviamo adesso furtivi, così: scalza, con arretrati di sonno inappagato e intenso desiderio di futon nei suoi occhi strizzati a mandorla. Quella ragazza allergica ai gatti, è una che ama la musica folk tradizionale giapponese (quella del popolo Ainu, per la precisione, come la chiamano quelli che sanno) e ha un marito. Tutto farebbe propendere per un ritratto modello, ora. L’immaginetta di una mogliettina perfettina e in odore di santità domestica. Tanto che in quella stanza all’altro capo del mondo – siamo nel 2005 – c’è anche un’altra lei a tenerle compagnia: la sua primogenita di appena un anno e mezzo, quasi a comprovare l’azzardata ipotesi di cui si cianciava. Invece, di anni, ne sono passati quasi venti, da quando questa tranquilla ed innocua tipa dalla faccia di bambina ha iniziato a darsi da fare come musicista, a guadagnarsi la sua ciotola di spaghetti quotidiani, i ramen.

Lì seduta, a gambe incrociate, nella sua casetta carezzata dalle ombre della vicina collina, nel cuore verde della città di Nara, la nostra donna si sente davvero tranquilla ed appagata. Nara, la città famosa in tutto il Giappone per due cose almeno: un’enorme statua di Buddha circondata dai daini ammaestrati che ci gironzolano intorno senza posa (e questa è la prima) e perché, pur essendo un centro tutto sommato da sempre periferico nella madrepatria dei Samurai, a lei toccò l’indubbio onore di fare da capitale dell’impero in secoli da noi lontani (e questa la seconda). Lei, la donna-bambina che tamburella su tutto quello che le capita a tiro, di nome fa Yoshimi. Yoshimi P-We, per gli amici. Mica lo sapeva che andava a finire così, due decadi fa… E forse, con vicina la piccola Shoji che tenta di afferrare e stringere il dito della mamma nel suo raggrinzito piccolo pugno, persa amorevolmente nei suoi pensieri di madre ed artista affermata, qualcosa di quegli esordi lontani Yoshimi, in quella tarda mattinata dagli occhi pesanti di sonno, riesce a riagguantare con la memoria…

Yamatsuka

Ricorda che era il 1985. Ricorda pure che qualcuno le chiese, tanto tempo dopo, quando ormai tutti sapevano tutto di quei suoi oscuri esordi, come era iniziata la cosa coi folli Boredoms e quale demone l’avesse posseduta perché lei (angelo dagli occhi a mandorla), fosse spinta ineluttabilmente fra le braccia di lui (demone dagli occhi a mandorla, che di nome fa Yamatsuka Eye), complice il Caso: “Beh, non avevo mai sentito parlare di lui prima di incontrarlo, ma avevo sentito cose sugli Hanatarash, dove lui cantava. Non avrei neanche mai pensato di mettermi a suonare la batteria se un giorno Eye non mi  avesse chiesto di usarla per uno spettacolo degli UFO or Die! Dopo quella volta, mi ripropose l’invito: voleva che percuotessi la batteria anche nel suo nuovo gruppo: i Boredoms. Il batterista originale dei Boredoms, Yoshikawa, era uno che pestava forte. Il suo drumming era roba da manicomio – mai in vita mia ho visto un altro che suonava come lui, giuro! – faceva un tale casino. E poi mulinava di braccia come un matto, c’era sudore che volava dappertutto quando ci dava dentro. Anche oggi che va ad una scuola di musica e si esercita col metronomo, Yoshikawa fa davvero cagare. Però ha del genio. Con gli anni un altro batterista si è unito ai Boredoms, Atari, e Yoshikawa è passato alla voce invece che rimanere alle percussioni. Così i Boredoms si sono trasformati da una band a doppia batteria, ad una band con due vocalist. Confesso che col tempo abbiamo imparato a suonare come una vera e propria ‘squadra di percussioni’. E più suoniamo assieme, meglio la cosa ci riesce“.

I Boredoms sono il cul-de-sac della Tokyo musicale di metà anni ’80. Dove passano loro, non cresce più l’erba. Anzi: quella forse se la fumano beati, ma le canzoni davvero non crescono più quando Yoshimi, il chitarrista Seiichi Yamamoto, l’urlatore invasato Yamatsuka Eye e compagni danno sfogo ai loro barbarici e basici rituali noise (sicuramente un lascito degli scassatissimi Hanatarash). Loro fanno così: si mettono tutti posizionati al centro di una stanza, chiudono a chiave la porta, si avvicinano fino a toccarsi gomito a gomito, chiudendosi ad anello… e poi attaccano il terremoto. La gente deve starealle loro spalle (loro vogliono così), mentre i membri della band si guardano in faccia e si sfiancano a suonare. Una messa al contrario, coi fedeli che officiano e gli officianti che fanno i fedeli, in quella loro confraternita che si chiude a cerchio. Pareti di spesso plexiglass parano ai Boredoms il culo: evitano le lamentele di vicini troppo curiosi. Ma una domanda, ora come ora, nasce spontanea: MA CHE DIAVOLO SUONANO questi demoni di Boredoms? Ecco: qui casca l’asino. E casca male, perché casca come una pera cotta nel cestino assassino delle musiche dei Boredoms. Prendiamo il loro disco di esordio. Un ep. Una cosetta breve e dal gusto sobrio, come già si arguisce dal titolo: Anal By Anal (etichetta Trans). No dico: provate un po’ a sentirlo. Certo, c’è la nostra Yoshimi che si dà da fare, ma le scena è tutta di quel gattaccio scorticato vivo alla voce di Eye. E’ in questo modo che la giovane Yoshimi viene traviata. A suon di rumore, brutalità sonore, anticonformismo esecutivo. La musica è quella cosa che se suona brutta ma ti avvince allora la chiami musica. Ma forse non è neanche così. Forse Yoshimi lo sa che musica o non musica, la questione è un’altra: come si fa a resistere a certe performance al limite? Limite della sopportazione  umana, della resistenza fisica, dell’anarchia più destrutturante e destrutturata. Si fa che album dopo album – cosette come Osoresan no Stooges Kyo (Selfish, 1988), Soul Discharge (Shimmy Disc, 1989) o  ancora Pop Tatari (Reprise, 1992), Wow 2 (Avant, 1993) e Chocolate Synthesizer (Reprise, 1994) – una strada la trovi da sola, con le tue sole forze: una strada verso la purificazione dalle insopportabili trappole di rumore e ardore dei Boredoms.

Ma adesso siamo nel bel mezzo del 1994, e la ragazza non è per nulla sulla via della redenzione. Ci arriverà, passin passetto. Ma non adesso, col tempo… Ora è solo una cenerentola fracassona che ha perduto la sua ‘bacchetta della batteria/scarpetta da principessa stracciona’ al ballo dei punk scatenati, in mezzo ai quali (e la cosa è durata per anni) si è divertita a fare stage diving. In questo senso, le Free Kitten sono una tappa quasi inevitabile per lei, a metà del decennio dei Nirvana e del Grunge. Sebbene le Kitten, alle orecchie di un profano, facciano più rumore della pala meccanica sotto casa, Julia Cafritz (ex Pussy Galore), Kim Gordon (Sonic Youth), Mark Ibold (bassista con i Pavement) e Yoshimi Yakota (suo nome per intero) sono una classe di educande all’ora di religione se solo paragonate ai macelli di casa Boredoms. La loro discografia inizia, neanche con chissà che balzo felino, con una manciata di singoli. Un classico. Tutti irreperibili o quasi, oggi, ma prima di andarvi a pescare l’album che li raccoglie (Unboxed, Wiiija, 1994), aspettate almeno di ascoltare il loro primo 33 giri. Quello che, un anno dopo appena, si qualifica come il debutto lungo vero e proprio delle Kitten: Nice Ass (Kill Rock Stars, 1995). Solita pappa: indie-rock fra Pussy Galore e Sonic Youth. E con l’aggravante dello scarso nerbo. Quello che ci si aspetterebbe da loro, senza neanche averle ascoltate, ma soltanto tenendo conto del blasone dei rispettivi componenti, questo disco ve lo dà. Senza infamia, senza lode. E ancora più importante del disco, sarà per Yoshimi l’etichetta discografica per cui quel disco uscirà. La Kill Rock Stars…

Would you marry a sonic youth?

Un attimo di pazienza adesso: stiamo coi piedi piantati nel 1996. Dodici mesi precisi da quando Nice Ass compare negli scaffali dei negozi di dischi. Dieci anni esatti dal primo vinile dei Boredoms. Dieci anni dove Yoshimi P-We ne ha viste di tutti i colori. Di crude e di cotte. E qualcuna anche di passabilmente al sangue. Come la sera con quel tizio allampanato ritto fra il pubblico, che lo vedevi anche da lontano, quel lampione di uomo, rosso di capelli e che ti assomigliava a Ricky di Happy Days. Quello è il mitico Thurston. Thurston Moore, il chitarrista e cantante dei Sonic Youth, quelli famosi. Yoshimi è li che suona con i Boredoms, quella notte di metà anni ’90, e l’altro è perso fra il pubblico pagante, mentre si strugge e cerca di ricordarsi quando e come, per la prima volta, lui e lei si sono incontrati e hanno fatto amicizia. Poi tutto nella testa gli si fa chiaro, e un’immagine più limpida dell’acqua di sorgente gli attraversa la mente… Tokyo. Giappone, Primavera 1988. Lui è lì per vedere i Boredoms. Quell’anno i Sonic Youth, la sua band, daranno alle stampe il loro White Album, il loro Electric Ladyland: Daydream Nation. C’è di che essere soddisfatti. Ma lui ancora non lo sa. A quell’album ci sta pensando, non è mica ancora uscito. Comunque sia, quella sera è lì, in piedi e col drink in mano, che vuole capirci qualcosa di quello che succede sul palco. E che succede mai sul palco? Chi può mai dirlo! Quando a scannarsi sono i Boredoms, tutto il resto è leggenda, mica storia. E allora due passi nella leggenda personale di Mr. Moore adesso li facciamo davvero, attraverso la rievocazione delle parole del protagonista su quella mitica serata dal sapor di epifania: “Mai, in tutti gli anni che ho passato ad assistere ad attacchi noise-rock di tutti i tipi, ripeto mai, ero stato spazzato via come quando ho assistito allo spettacolo di questa band di kamikaze del suono, che hanno letteralmente spaccato a metà l’aria con i loro esperimenti. C’erano due batteristi, di cui uno dei quali (per almeno tre volte a numero) si metteva in piedi sul suo seggiolino, e poi si lasciava cadere così: faccia al set di percussioni. Poi continuava a suonare, come nulla fosse accaduto. E suonava feroce, selvaggio, tuonante. Dietro il secondo kit di percussioni c’era invece nascosta lei. La più notevole batterista che abbia mai ascoltato. Vicino a me c’era un amico che mi traduceva tutto, e che mi aveva insegnato a dire in giapponese: “Yoshimi, vuoi sposarmi?”. Alla fine di ogni canzone urlavo: “Yoshimi, vuoi sposarmi?”. Concluso il concerto Yoshimi mi si fece vicina e mi diede un paio di mutandine. E sai cosa feci io allora? Me le misi in testa e il resto della notte lo passai conciato così: orgogliosamente“. “Yoshimi, vuoi sposarmi?”.

E matrimonio fu. Un sodalizio artistico che è, ancora oggi, vitalissima amicizia fra il lungagnone Moore e la fricchettona P-We. Un sodalizio discografico, anche, visto che a metà anni ’90 Yoshimi, per la Ecstatic Peace! di Mr. Moore, qualche disco, seppure nel formato breve e vinilico del 7″, lo pubblica pure; a cominciare dal singolo Big Toast: Speaker/Tuna Power (1993) e continuando con altre due uscite, intitolate semplicemente Two (1994) e Three (1995). Ci siamo. Ormai siamo arrivati. E’ il 1995. Ad un anno quasi da quella che sarà la Big Thing di Yoshimi. E’ quindi ora di dare corpo al catalogo, perché se proprio dovessimo, un catalogo compileremmo, parlando dei copiosissimi side-project della nipponica già a metà fine secolo scorso. Qualche nome? I già citati Ufo Or Die! (per dirne uno) che la vedono in trio con il solito Yamatsuka Eye (chitarra e voce) e con High Ash (al basso). Tutta la loro discografia di un certo interesse si posiziona fra il 1990 e il 1994: il nastro UFO or Diamond? (1991), il cd-3″ UOD (Bron Records, 1991), il cd UFO or Die Live (Dead Inc., 1992), il picture disc Cassettetape Superstar (Timebomb/Public Bath, 1993), e il 7″ per l’allora in ascesa Skin Graft dal titolo Shock Shoppers/Zombie Tube (1994). Se ci aggiungiamo un nastro del 1990, in cui figura un cameo del folle man in black giapponese Keiji Haino, dal titolo Bee Haibu (etichetta SSS) e un contributo alla raccolta Galaxy & New Beauty (1992), abbiamo tutto quel che di loro vale la pena avere. Jazz-core (?) sporco e cattivo. I Fugs ritratti come una lucertola senza coda che non sa più che direzione prendere per fuggire via e salvarsi. E poi che altro, nel curriculum della batterista più amata da Thurston Moore? Ed eccoci che continuiamo il catalogo delle partecipazioni: quella con gli Omoide Hatoba (al fianco del Boredoms Seiichi, di Tsuyama Atsushi e di Hasagawa Chew), le comparsate negli Hanadensha (che coinvolgevano pure il bassista dei Boredoms: Hira), e ancora il suo nome compare, a vario titolo, anche nelle copertine di dischi a firma Dowser, Rise From The Dead, e via dicendo. Ma questo non è niente. Niente al confronto di quello che succederà alla Nostra nel 1996. Un nuovo gruppo, tutto suo, stavolta, e che manco a dirlo ha il suo battesimo del fuoco dal vivo.

Oh Oh Eye Oh Oh

La prima volta non si scorda mai, e quella delle OOIOO Yoshimi la ricorda così: “Il nostro primo concerto dal vivo fu al fianco dei Sonic Youth, mentre facevano il loro tour in Giappone. Avevamo provato appena una volta, poi ci esibimmo sul palco quella notte e diverse altre, sempre al fianco di Moore e della Gordon”. OOIOO. Ma che razza di nome si è scelto Yoshimi per il suo progetto???: “Volevamo un nome che fosse essenzialmente un simbolo”, spiega allora la percussionista, “qualcosa che puoi… vedere, diciamo“. Ed infatti OOIOO qualcosa suggerisce alla mente. Che ne so: un simbolo alchemico? Una chiave grafica al concetto di infinito? La verità delle OOIOO è però di gran lunga più terra terra. Le OOIOO fanno parte, insieme ai gloriosi Faust, delle band nate per burla e riuscite col botto. La parola sempre alla fondatrice della band: “Un magazine giapponese che si chiama Switch voleva scrivere una storia basata su di me, ma non volevo essere fotografata sola soletta per la rivista, così ho chiamato un gruppo di amiche e abbiamo scattato una foto, fingendo di essere una vera band. Poi pensammo che sarebbe stato figo che questa band che non esisteva diventasse una band reale. Prima delle OOIOO non mi ero mai cimentata alla chitarra, e neanche gli altri membri della band erano dei gran musicisti, a dire il vero. La bassista, per esempio, non aveva mai visto un basso vero e proprio prima di iniziare con noi. Ai, la batterista, era forse l’unica persona fra di noi davvero capace di suonare il suo strumento“. Modesta la ragazza. Ed ecco nata una nuova band. La band di Yoshimi (chitarra, voce, jewsharp, cashio tone, tromba, theremin, batteria, synth, effetti vari), Kyoko (chitarra, voce), Maki (basso, cori) e Yoshiko (batteria, cori). L’esordio su disco avviene nel 1997, complice il solito Yamatsuka Eye, che con l’uscita n°3 delle Nostre rafforza il catalogo della sua personale etichetta: la Shock City. La prima cosa, anche per chi distrattamente abbia seguito le vicende dei Boredoms, che salta all’occhio è che qui Yoshimi suona una quantità di strumenti, non solo la batteria.

A cominciare dalla chitarra: “La prima volta che ho provato a suonarne una, mi ci sono volute due ore solo per capire dove infilare gli spinotti al posto giusto e per cercare di fare uscire dallo strumento dei suoni che per me avessero un senso. Le canzoni delle OOIOO nascono così di solito: caos e rumore generale, poi ci diamo da fare per raffinare il tutto“. Anche se, a dirla tutta, ‘raffinato’ il disco omonimo (poi ristampato, nel 1998, per la statunitense Kill Rock Stars: in vinile è un disco bianco latte con copertina apribile) non potrebbe certo essere definito. E’ vero che Yoshimi ci suona la tromba (“Una volta, alle scuole elementari, suonavo il trombone“), ma bisogna vedere che suoni ci tira fuori da quello strumento che fu anche di Miles Davis. Diciamo che le coglionerie geniali dei Boredoms non sono passate invano (Sister 001 figurerebbe bene anche su Pop Tatari), e diciamo anche che l’anarchia che fu degli Ufo or Die! non è andata persa, e anzi si arricchisce ancora di più se maltrattata alla maniera dei gruppi della storica No Wave (azzardiamo Teenage Jesus?) o della (allora) contemporanea Skin Graft. Ci sono i pattern ritmici prossimi all’industrial che incontrano l’indie song (Right Hand Ponk), ci sono tonfi ipnotici e tribali nella musica cosmica e nel prog-jazz (Switch), ci sono canzoni regolari (Ring A Ring A Lee, le Shonen Knife strafatte?), e non mancano schizzi hardcore che ben figurano nell’epoca dei Truman Water (OOai-OO). E si conta pure qualche numero che  pirleggia sui Sonic Youth di Goo, e sul modo di cantare afono di Kim Gordon, strafogandosi in una paccottiglia di suoni sgusciante che fa plink plonk e si perde in un puzzle hardcore-cosmico a metà strada fra le sfere celesti e due sfere così (nel (doppio)senso che avete certamente intuito!). Affascinante. Il disco – prodotto da Yoshimi stessa, registrato presso gli studi Free People fra luglio e ottobre del ’96, e che nei credits ringrazia anche Julie Caflitz – chiude i suoi 32 minuti di durata con i 4 del remix di Eye dal titolo Sister OO1 (Eye Mix): esercizio sublime di decostruzione ritmica nell’evo del drum’n’bass al suo culmine.

Freak Beats of the World

Ecco: i break beat. Qualcosa di più sul fatto che questo disco possieda mille vie di fuga ritmiche come pochi al mondo mai, ce lo spiega Yoshimi stessa, che alla domanda “quali sono state le tue influenza come batterista e percussionista”, così risponde: “I break beat. Tu non sai quanto mi abbia influenzato vedere i Public Ebemy dal vivo“. Supponiamo molto. Come (e non si fatica affatto a immaginarlo), ascoltando l’album, pare abbastanza chiaro che la signorina in questione non ami troppo le partiture codificate. Piuttosto si gasa improvvisando. Forse tutto deriva da traumi infantili, da quando era piccolina e la mamufo ma la ‘obbligava’ alla settimanale lezione di Cho-on: “Quando avevo quattro o cinque anni, chiesi a mia madre se potevo prendere lezioni di piano. Lei mi disse che potevo, ma solo se prima prendevo lezioni di Cho-on, una specie di musica di chiesa corale che abbiamo qui in Giappone. Tutto l’affare consisteva nell’ascoltare. Una religiosa suonava il piano, e tutte noi dovevamo imparare la partitura direttamente dalle note e dall’armonia ascoltata. All’inizio mi divertiva pure, alla lunga era pallosissimo. Non mi piace, neanche oggi che sono cresciuta, lavorare con le partiture musicali“. Ritornando a questo primo vagito sonoro delle OOIOO, aggiungiamo solo che riescono alla grande là dove le Free Kitten ci provarono (e fallirono), rispolverando anche qualcosa del poderoso caos di metafisico rumore zozzo che era stato dei Pussy Galore più lerci e dei Royal Trux con più eroina in corpo. Altri due anni, e siamo al 1999, e Yoshimi darà un seguito a quel primo disco, che nel frattempo in USA un po’ tutti gli addetti ai lavori hanno notato. E siamo in piena zona Father Float. Prima erano solo un gruppo di ragazzotte scombinate e geniali ma non troppo pratiche degli strumenti imbracciati? Ora non più. Ora con quegli affari che gli altri chiamano strumenti musicali, e che loro usano come armi improprie, ci hanno preso dimestichezza. Squadra che vince, non si cambia, e l’organico, compresi gli strumenti suonati, rimane pressoché identico a prima. Quello che cambia è il gioco giocato dalle OOIOO. Prima erano i Fall. Adesso sono i Can. Prima c’erano echi dei Boredoms di Anal By Anal. Adesso cade sull’album, pubblicato dalla Polystar e poi ristampato dall’etichetta di San Francisco Birdman Records nel 2000, una polvere sottile che chiama alla mente Sun Ra che si concede ad una session con i Boredoms a venire, quelli capaci di volare alto con Vision Creation Newsun.

Il prog è un altra fonte di sollecitazione fortissima per le OOIOO di allora. Meglio: da allora (in poi). Registrato sempre presso il Free People, fra l’agosto e il novembre 1998, Father Float è il primo frutto maturo della band. Da bambine capricciose a donne magari un po’ bizzose, ma dai gusti precisi e a loro modo sofisticati. Un esempio? L’apertura di Be Sure To Loop, che pur di non smentire l’asserzione del suo titolo, ripete all’infinito indovinate che frase? Be sure to loop. Un loop vocale, un coro in crescendo, che un po’ rimanda ai Can di Tago Mago nei momenti delle progressioni armoniche più coinvolgenti, e un po’ a certe cose prog-jazz di metà Seventies. E, manco a volerlo fare apposta, quel che segue il pezzo citato è un nuovo numero di costruzione strumentale armonicamente ardita (anche se fortemente ancorata a modelli ritmici basati sulla ripetitività). Il pezzo si intitola Oizumio, ed è in realtà una cover dei nipponici 和泉希洋志.

Non siamo distanti, ancora una volta, da quello che i coevi Boredoms vanno  propinando in dischi come Super Ae, o l’ep Super Go!. Senza tenere conto che, stavolta, tutte le partiture (ci perdoni Yoshimi se così le chiamiamo) hanno una qualità etnica (poliritmie africaneggianti e nipponizzate: Ina) e psichedelica (il tropical punk degli Abe Vigoda con 10 anni quasi di anticipo? Eccolo: Ah Yeah!) inclassificabili. I pezzi da due minuti due, poi, non mancano, ma hanno un sapore molto diverso dal disco precedente: la black exploitation riletta e cazzeggiata di Jackson’s Club “Sunspot”, ad esempio, che introduce ai dieci minuti posti quasi in dirittura d’arrivo del disco: quelli di 1000 Frogs And 3 Sun In A House. Sempre ritmicamente incalzanti, con la chitarra che libera il twang, l’elettronica che disturba ma non troppo, l’atmosfera generale che sa di animismo puro e pure un pizzico di zen. Questo è un disco religioso che ormai omaggia sole, vento, acqua e fuoco, ma lo fa senza pensare che il rumore sia molesto e rovini la sacralità degli elementi della natura. Anzi: il rumore e il ritmo, l’essenza di queste OOIOO, sono qui compenetrazioni di una stessa essenza universale. Che queste OOIOO non siano le grandi eredi che il prog-rock nipponico (eversivo per natura) attende dai Seventies? Che non abbiano davvero raccolto la fiaccola che fu della Far East Family Band di Nipponjin? O magari dei Blues Creation? O forse di tutti e due messi assieme (l’incredibile coda strumentale e poliritmica di 1000 Frogs) solo aggiornati all’epoca dei break beats? Ai posteri l’ardua sentenza. Fino a questo punto della loro, seppur breve carriera discografica, le OOIOO sono state essenzialmente un progetto scanzonato e senza troppe implicazioni artistoidi.

Japan underground rhythm

Rispetto agli impegni istituzionali con Kim Gordon e le OOIOO, a partire da Yoshimio, P-We porta avanti con altrettanto impegno una copiosa attività underground sconosciuta ai più e volta ad esplorare lati ancora differenti dei già molteplici campi d’azione. Inaugurata nel lontano 1993 con il citato moniker (sospeso per più di un decennio), è a partire dal 1999 che la solo career diventa prassi parallela all’attività nelle band. Da questa data a oggi vengono inaugurati progetti specifici per  l’approfondimento di alternative tribali all’ipotesi Boredoms ma anche, all’inverso, volti sviluppare un’idea di ambient con accenti davisiani (la one shot Yoshimi & Yuka) e alcune collaborazioni fee-jazz miratissime con personaggi assai di culto come Mats Gustafson (Words on the Floor, Smalltown Superjazz, 2007), Jim O’Rourke e Akira Sakata (Hagyou, BounDEE, 2008). In tutta questa frenetica attività basata perlopiù sul ritmo, Yoshimio è il ritratto di una musicista che ogni tanto ama tornare a casa e ripartire dal proprio folclore, un progetto eminentemente  domestico dunque, nel quale l’elettronica (pensate ai Mouse On Mars ma non troppo) si tinge di misurati slanci avant, ambient e al bozzetto elettroacustico. Dopo l’occidente e l’alienazione/liberazione mai lineare e armonica di jazz e noise, tornare a Oriente significa catarsi nel quotidiano, aspetti fondanti di Yunnan Colorfree (etichetta Commmons), lavoro commissionato per un documentario dello stesso nome popolato da fugaci fotografie e acquerelli di vite e mestieri. Non mancano i soliti svolazzi d’elettro povera stile San Francisco, l’industrial più ambientale che confina con la scuola rumorista, un jazz diluito ma sono soprattutto i field recordings di voci e suoni della sua terra che catturano l’immaginazione, proprio come un film di Yasujiro Ozu. L’album contiene anche una versione – registrata dalla Nostra assieme a Kim Gordon (che canta pure) e alla figlioletta Uta di 5 anni – di Death Valley 69, di sonicyouthiana memoria.

Il ritmo qui è variabile aleatoria quando il percuotere è alla base degli altri due progetti. Il primo e probabilmente concluso nel 2002, è Psycho Baba dove assieme a P-We alle percussioni e agli effetti voce (la Kaoss Pad) troviamo il maestro Yoshidadaitiki al sitar e il batterista dei Boredoms ATR. Sotto questa ragione escono: TabLoveDubla TabLoveDubla TabLoveDubla (1998, Japan Overseas), una mesmerica traccia di un’ora che parte dai syntetisimi circolari del Terry Riley più barbuto per finire in un tripudio di tablas altrettanto circolari e ipnotiche dopo un’attesa interminabile ed efficacissima. E due sequel On The Roof Of Kedar Lodge (2000, Japan Overseas) e On the Roof of Kedar Lodge (2001, Japan Overseas), album che ne ripercorrono le strategie e gli invisibili interventi digitali.

Per essere veramente completisti sotto Psycho-Baba escono poi una serie di EPs soltanto per il mercato giapponese sotto il nome – scritto però come si pronuncia questa volta – di Saicobab. Sono lavori più dilatati e astratti tra droni di sitar e le voci effettate di Yoshimi, l’esatto contrario dello spirito del progetto imbastito dalla ragazza quattro anni più tardi, Olaibi, quintetto tutto al femminile e tutto jappo formato dall’omonima Olaibi alle conga, djembe, kalimba, campanacci, elettroniche e ukelele, Yoshimi alle vocals, melodica e effetti, la OOIOO Aya al basso e altre due donne (Misato Thiam and Chieko) ancora alle congas e djembe. Non così facilmente sintetizzabile, il progetto presenta sia lunghi trip su locked groove di percussioni serrate (la traccia che dà il nome all’album Humming Moon) sia bozzetti più veloci con gli inevitabili rimandi ai Residents ma sempre in una dimensione ultra pagana. Ad ogni modo, due gli album partoriti: Humming Moon Drip (3d, 2006) e il recente e ancor più dispersivo Tingaruda (3d, 2009), che in pratica potrebbero rappresentare dei Boredoms in un universo parallelo fatto del medesimo cerchio attorno al quale macinare loop ma senza la severità Zen sotto la quale sottostare. Inoltre dove per Psycho Baba era l’india, qui il terreno prediletto pare l’Africa sottoforma di Savana a doppia velocità oppure un Magreb bello sessuale e arrapato nei rush tanto che vien da pensare alla Tribal House ma – naturalmente senza cassa (Tower) e senza una personalità ad  emergere.

Altra caratteristica di tutti i progetti nei quali Yoshimi collabora è infatti l’impersonalità. Tutto il suono è il risultato di un afflato collettivo oppure una pennellata ambientale. Soltanto nelle collaborazioni all’insegna del free jazz è ammesso un solista. E adesso, dopo tanti succulenti antipastini, si ritorna alla portata principale. Loro sono sempre le OOIOO e hanno ancora qualche numero (notevolissimo) con cui sorprenderci…

Flamin’ drums

Passato Father Float, Yoshimi e compagne incominciano seriamente a pensare cosa fare di loro. Sono grandi. Sanno suonare. E suonano così particolari e uniche. Che fare dopo un secondo disco come quello, così diverso dal primo, ma anche meglio riuscito? La risposta è il terzo album della band: Gold & Green (PSCR, 2000). Un disco inferiore al precedente (e infatti avrà meno successo di quello), ma totalmente immerso nei poliritmi etnici (Brasile, Africa: vedi l’opener Moss Trumpeter), o in giochi avant-garde (già in parte sviluppati nel progetto solista di Yoshimi che, appunto, da lei prende il nome: Yoshimi) come lo scazzo prog-jazz minimalista di Grow Sound Tree; e ci vorranno quattro anni per dargli un seguito.

Kila Kila Kila (Thrill Jockey, 2004) è ancora un album incerto, sottotono, ma che presenta delle novità. Novità numero 1: le OOIOO non sono più quelle di prima. No, non intendo le solite menate ontologico-psicologiche-confessionali. Non sono più quelle di prima perché, a parte il deus ex machina Yoshimi (che cura tutti i testi), per davvero non è rimasto a suonarci nessuno dei vecchi membri della band. E così i nuovi si chiamano Kayan (chitarra e cori), AyA (basso elettrico e cori) e Yuka Yoshimura (batterie e cori). Yoshimi alla tromba, all’organo, al piano e alle percussioni e siamo di nuovo in pista. E qui sta la novità numero 2: ma non sembrano neanche loro su questo disco!

Paiono una cosa a metà fra Moondog, Cibo Matto, Partch e una band krauta al suo apice jazz-prog (facciamo i Guru Guru di Don’t Call Us We Call You, 1974, solo dediti al terzomondismo di Fela Kuti: vedi On Mani). Album di transizione. Ma anche album che mica si capisce verso cosa vuole mai transitare: la lounge? Il prog? L’etnica? La psichedelia? Otto tracce che hanno il loro apice nei 15 minuti di Aster. Estasi zen e persino una strana commistione, astrattissima, di chitarre funk-punk su di un tappeto sbrodolante prog. Nel frattempo, proprio quell’anno a dire il vero, i Boredoms pubblicano un altro dei loro classici (Seadrum/House Of Sun) e, qualche tempo dopo, qualcuno domanderà a Yoshimi se di quel suo primo gruppo rimpianga qualcosa: “No, per nulla. Non guardo alla mia esperienza con i Boredoms con nostalgia. Certo, con Hira e Yamamoto come membri siamo stati grandissimi, ma abbiamo comunque espresso tutto il possibile con quella lineup“. Yoshimi ci ha messo una croce sopra a “quei” Boredoms. Ce lo spiega in un bel servizio al magazine Signal To Noise dello stesso anno. Ma qual è la vera cifra stilistica delle OOIOO? La critica stufa delle canzoni, delle solite mode, e di tutto ciò che si compiace dei cliché, le adora per l’imprevedibilità che ogni brano OOIOO come dio comanda si porta appresso. Le intellighenzie avant le amano per le abilità strumentiste sotto ai panni freakadelici in grado di blindarti un groove per ore come andar di free per altrettanto tempo. Il pubblico, beh il pubblico farebbe bene a non fermarsi ai bei visini e al fascino esotico di queste cinque signorine nipponiche e a lei, Yoshimi, che ne è la famigerata leader. Farebbe bene a smetterla con quello che è un autentico luogo comune che l’associa ogni santa volta a un album al quale ha certamente collaborato ma ha poco a che fare con lei. Quale? Yoshimi Battles The Pink Robots dei Flaming Lips ovviamente, che per la cronaca parla di lei come metafora (sapete i Lips come sono complicati) e poi racconta di un’altra Yoshimi proprietaria di un negozio di dischi e morta in circostanze tragiche e improvvise.

I Lips hanno caratterizzato quell’album mettendoci la nostalgia/affetto in un braccio e l’effetto speciale cartoon nell’altro, due aspetti che Yoshimi sembra rispedire al mittente restringendo i ranghi in un suo mondo che semmai dell’infantile cava l’aspetto più cattivello, istintuale e anarchico. Yoshimi è innanzitutto questa bella dicotomia: una ragazza minuta dalle cui bacchette/mani/strumenti esce di tutto e, per giunta in maniera persino impersonale (per noi occidentali ovviamente) e un’enciclopedia musicale tagliata sotto una ferrea idelogia trans-global che unisce tre generazione di hippy. E che passione che ne esce anche se a vederla dal vivo con il suo gruppo storico di riferimento, i mitici Boredoms, suonare un ritmo base di batteria incessantemente per decine di minuti è assolutamente glaciale.

E lì in ballo c’è lo zen fatto con i tamburi. Misticismo trans-qualcosa appunto e fate conto che il primo brano del precedente album Taiga (2006) firmato OOIOO è figlio di quell’esperienza. E’ musica di resistenza personale e per chi l’ascolta. Ma è anche la pietra d’angolo per tracciare un’importante differenza tra i progetti di Yoshimi e il gruppo di Eye, a differenza di quest’ultimo infatti il sound di Yoshimi è intimamente freak, un melting pot di esotismi afro-orientali in perenne tensione e qualche rilascio dove non manca neanche la wave e il rock, l’exotica e il kraut. Taiga poi, nasconde delle soprese. Come in Uma, dove compare un frammento corale del Secondo Coro Delle Lavandaie (tratto dall’opera teatrale del 1976 dal titolo La Gatta Cenerentola) di Roberto de Simone. Al che gliene domanderanno pure, a Yoshimi, ed ecco che ne dirà: “Mi capitò di ascoltare un dj mix di un dj tedesco che includeva un sample di quella canzone. Una canzone che sembrava sprizzare amore per la vita da ogni nota. Non capivo di certo il significato delle parole, ma ebbi come una folgorazione: “Devo fare questa canzone [nda: Uma]”. Così mi misi a fare qualche ricerca e mi procurai quel cd“.

Armoniche hewa

A conti fatti, in Taiga c’è talmente tanto che il too much è matrice di un sound che non vuole gabbie e detesta ogni commerciabilità e naturalmente così facendo finisce per farsi riconoscere. Yoshimi oggi è ampiamente riconoscibile sia come parte interdipendente dei Boredoms (il virtuosismo e la severa matrice zen applicata al locked groove strumentale) sia come entità autonoma nei suoi Oh Oh Eye che con Armonico Hewa (2009) sesto album della band firma anche il personale capolavoro. Certamente i riferimenti post-punk, come la maturazione di quelli sanfranciscoani di vecchia data (dai quali il post punk ha a sua volta preso molto), hanno aiutato non poco a stendere un giudizio così lusinghiero, eppure qualcosa di magico nel nuovo lavoro di Yoshimi c’è ed è un equilibrio tra essenze rock e avant al quale definitivamente tutte le altre spezie si piegano.

Rispetto a Taiga e ai suoi giochi call and response colati nelle mille fascinazioni afro, Harmonico carica l’urbano e lo mistifica, s’avvicina a esperienze artpunk The Wire e naturalmente slabbrature alla sei corde Gang Of Four.

Postilla conclusiva: per i completisti della discografia delle OOIOO, sono almeno da segnare una manciata di dischi: Shock City Shockers 2 (Shock City, 2001), contenente remix su pezzi delle Nostre a firma Yamantaka Eye, Kan Takagi, Kiyoshi Izumi e Nobukazu Takemura; il discretamente interessante e semi-compilativo COCOCOOOIOO: The Best of Shock City 1997–2001 (uscito nel dicembre 2004), un singoletto di remix curato dal solito Eye (OOEYEOO – Eye Remix, Thrill Jockey, 2007) ed infine il dvd, ancora su Shock City OOHOHOOOOIOO Music Video’s ’99-’07.

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